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Nome: Agnese Pozzi
un medico, un'illusa, un'utopista, un'idealista, una deficiente alla fine... in questo mondo di "furbi"
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di Marina Salvadore
I nodi vengono al pettine. Dopo sedici anni, durante i quali si è fatto di tutto per tacitare nel sottoscala di Stato la voce di Bruno Contrada, subliminalmente condannato a morte, torturato dalle istituzioni con un più che sospetto “fumus persecutionis” per isolarlo dal mondo, attentando alla sua salute psico-fisica, secondo i canoni delle peggiori sceneggiate della vulgata, altamente
offensive per l’intelligenza media degli italiani, qualcuno ha deciso di rileggere determinati capitoli del “caso Contrada”, troppo frettolosamente scribacchiati – con molti errori di ortografia, grammatica e privi di contenuto – ed archiviati, gettando via la chiave dell’archivio insieme a quella della cella, così come avevano pensato di farla franca taluni autorevoli delle Istituzioni. Prima o poi - in particolare in questi ultimi due anni che hanno visto lievitare le schiere dei sostenitori di Bruno Contrada riportando in auge la sua drammatica storia – qualche segnale di risveglio delle coscienze sarebbe stato prevedibile quanto opportuno, perché ridicolo continuare secondo il solito copione di una volgare sceneggiata. La vera grande novità è che ORA c’è qualcuno disposto ad ascoltare il prefetto Contrada che, anche se in veste succinta ed umile di detenuto, non ha smarrito punto la sua dignità ma soprattutto la memoria di fatti e circostanze dei quali è stato artefice o testimone nella sua qualità di miglior investigatore d’Italia e d’Europa. Finalmente, anche il generale Bruno Contrada può deporre, parlare, esprimersi come era dato farlo SOLO ai delinquenti incalliti, pendagli da forca dei “mai “ PENTITI. Bisognerebbe chiedere al colonnello Arcangioli perché dal 1992 in poi e fino al 2006 non abbia ritenuto opportuno chiarire che la borsa l'aveva presa lui o comunque l'ha avuta lui". E' quanto sollecitava Contrada al Gip di Caltanissetta, nel corso del suo interrogatorio reso il 7 aprile scorso davanti al giudice di sorveglianza di Napoli, in riferimento all’ignobile accusa d’essere stato sul luogo della strage e di aver fatto sparire la misteriosa agenda rossa del povero Paolo Borsellino. Nel maggio scorso la procura di Caltanissetta, presentava ricorso in Cassazione contro la sentenza di non luogo a procedere "per non aver commesso il fatto"
emessa all'inizio di aprile dal Gup nisseno, nei confronti di Arcangioli che era indagato di furto aggravato perché sospettato di aver preso, lui, il 19 luglio 1992 in via D'Amelio, poco dopo la strage, l'agenda rossa del procuratore aggiunto Paolo Borsellino. Il 5 novembre Bruno Contrada comparirà davanti al Gup di Caltanissetta, Ottavio Sferlazza, che per due volte ha rigettato la richiesta di archiviazione delle indagini da parte della Procura, sulla base dell'esposto presentato da Contrada. Poi, c’è sempre da verificare quello strano caso di “mobbing”, come paventato da Lino Jannuzzi ne “I due poliziotti”, con riferimento alla gelosia professionale tra “sbirri” del Sisde e della DIA. L'allora nascente Direzione Investigativa Antimafia, non avrebbe 'gradito' l'intromissione di Bruno Contrada nelle indagini per le stragi del 1992. Quando lo scorso 7 aprile, fu sentito dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere Contrada disse che la sera del 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via D'Amelio, venne convocato dall'allora Procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra che gli chiese di collaborare con lui nelle indagini relative alle stragi. L’incontro avvenne in una stanza messa a disposizione dalla procura generale di Palermo.
"Io gli feci presente che non ero più nella polizia, non ero più ufficiale di polizia giudiziaria e che quindi non potevo svolgere indagini e che quale funzionario del sisde avrei potuto soltanto dare un mio contributo basato anche sull'esperienza maturata in 25 anni di servizio a Palermo in organismi deputati alla lotta contro la mafia, ma per far ciò avrei dovuto essere autorizzato dal mio direttore, il prefetto Alessandro Voci". Pochi giorni dopo il vice operatore del Sisde, prefetto Fausto Gianni e altri funzionari presero contatti con il procuratore di Caltanissetta. "La cosa non fu molto gradita alla Dia, allora in fase di costituzione, anche perché in seguito agli accordi presi, io costituii un gruppo di lavoro presso il centro Sisde di Palermo costituito da funzionari dell'Alto commissariato di Palermo tra cui il vice questore Carmelo Emanuele e altri come il dottor Paolo Splendore e Carlo Colmone". La prima attività del 'pool' fu un monitoraggio su Francesco Madonia, sui 4 figli e tutto il clan. "Il risultato di tale lavoro venne fatto pervenire alla procura tramite la questura. I Madonia – sottolineava Contrada - sono tutti condannati all'ergastolo". Quando noi del Comitato Bruno Contrada Napoli asserivamo ch’egli fu arrestato una settimana prima di mettere le mani su Provenzano (arrestato, poi, dopo qualche lustro) eravamo coscienti e consapevoli che - sempre dopo la strage di via D'Amelio - egli costituì anche un gruppo di lavoro per le ricerche e la cattura di Bernardo Provenzano. Del gruppo facevano parte elementi della Criminalpol di Roma e Palermo oltre a funzionari del Sisde. "Mi erano stati confidenzialmente forniti i numeri di cellulari in uso al nipote di Bernardo Provenzano, Giovanni Gariffo, che comunicava per conto e nell'interesse dello zio latitante da numerosissimi anni. Mentre io facevo ciò, alcuni ufficiali dell'arma dei carabinieri mettevano in giro le voci sulla mia presenza sul luogo delle stragi e sul mio coinvolgimento nelle stragi… mentre negli uffici della Dia di Roma, che era ai primi passi e che ospitava i primi pentiti, qualcuno dei pentiti cominciava ad accusarmi, in primo luogo Gaspare Mutolo che dette ad intendere a chi l'interrogava che io ero responsabile della strage Falcone e Borsellino… Fra il 1975 ed il 1976 i miei uomini, quando ero capo della squadra mobile di Palermo, spararono per tre volte contro Mutolo senza colpirlo". Convalidare le verità di Bruno Contrada contro le calunnie dei delatori e il potere di taluni autorevoli personaggi delle istituzioni, cui necessitava un capro espiatorio, potrebbe servire a far luce su mille altri misteri italiani, su patti scellerati tra lo Stato e la Mafia, su giochi di potere… Finalmente, anche a far luce sulle due Italie compromesse e derelitte nell’abortito colpo di Stato comunista di quel diabolico anno 1992 e rendere giustizia alle tante innocenti vittime. Anche Vincenzo Agostino,
padre del poliziotto assassinato Antonino afferma: “Ero a conoscenza di queste dichiarazioni di Contrada, la magistratura di Palermo ne è al corrente. Non posso commentare nulla perchè ci sono indagini in corso e vorrei che, adesso, si vada fino in fondo". Antonino Agostino, aveva 28 anni, fu ucciso il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, nel palermitano, assieme alla moglie Ida Castelluccio, 19 anni, incinta. Bruno Contrada, in un verbale trasmesso al Gip di Caltanissetta, tra le altre cose rivelava che "sull'omicidio dell'agente di polizia Antonino Agostino, assassinato con la moglie nell'agosto 1989 sarebbe opportuno sentire l'ex sottufficiale della Squadra Mobile di Palermo, Guido Paolilli perchè lo stesso sarebbe al corrente di importanti particolari sulla vicenda secondo quanto da lui stesso confidatomi". "Aspetto fiducioso l'esito delle indagini" dice ancora Vincenzo Agostino. "Mio figlio e l'agente Piazza allora avevano scoperto qualcosa. Ecco perchè li hanno ammazzati tutti e due. Mio figlio aveva scritto nella sua agenda tutti gli appunti ma li hanno fatto sparire". "Adesso, dopo tanti anni, sono fiducioso e aspetto che la magistratura mi dia il risultato. Vogliono ancora tempo per potere indagare". Tempo addietro – come ci informa Apcom - Vincenzo Agostino, noto per aver giurato di non radersi più la barba finché non sarebbero stati scoperti tutti i responsabili del delitto, aveva rivelato che "un giorno Paolilli, che
era amico di mio figlio, insistette per venire con noi al cimitero. Incalzato dalle nostre domande sulle indagini, disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli. Io dissi che volevo sapere la verità ad ogni costo. Quei sei fogli, dove c'era la verità, non sono stati trovati. Chi ha preso quei fogli durante la perquisizione a casa dopo l'omicidio? Mi spiega perchè hanno dichiarato che mio figlio è stato una vittima del dovere? Me lo spiega perchè c'erano tante autorità ai suoi funerali?". "Mio figlio - conclude - non era colluso ed è stato dichiarato vittima del dovere. Amava la divisa e la indossava con onore".
Bruno Contrada deporrà il prossimo 17 novembre al processo contro Totò Riina
Nel frattempo, speriamo che il microcosmo dell’”antimafia” – quello cui la finanziaria di Tremonti non taglierà i fondi come alla scuola, quello che non vedrà mai i tornelli di Brunetta alle esternazioni in libera uscita - che trova la sua ragion d’essere – con tutti i benefici del caso – nell’estenuante giustizialismo contro il capro espiatorio Bruno Contrada, non si indispettisca oltremodo, preferendo lo stagnare di comode menzogne alla Verità che tanti, troppi italiani non illustri, non abbienti vogliono vedere coniugata alla Giustizia Giusta!