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Nome: Agnese Pozzi
un medico, un'illusa, un'utopista, un'idealista, una deficiente alla fine... in questo mondo di "furbi"
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Rivelazioni - Gli attentati di Palermo, Milano e Roma
Il pentito e le stragi
La nuova verità che agita l'antimafia
Via D'Amelio, conferme su un ex boss
La strage di Via D'Amelio (Ansa)
ROMA - Dopo quella del pentito Gaspare Spatuzza, arriva un'altra «voce di
mafia» a mettere in dubbio la verità giudiziaria sulla strage di via
D'Amelio. L'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque
agenti di scorta - 19 luglio 1992, 57 giorni dopo l'eliminazione di Giovanni
Falcone, la moglie Francesca e tre degli uomini che dovevano proteggerlo -
fu realizzato con una Fiat 126 imbottita di esplosivo; un'auto rubata,
secondo le sue ammissioni d'allora e i processi costruiti anche su quelle
parole, da un «balordo» palermitano, tale Salvatore Candura, pregiudicato
per reati contro il patrimonio, arrestato dalla polizia nel settembre '92
per una violenza carnale.
In carcere Candura confessò quasi subito il furto dell'auto destinata a far
saltare in aria Borsellino, e disse che a dargli l'incarico era stato
Vincenzo Scarantino. Il quale fu arrestato, si pentì, e raccontò molti
particolari sulla strage di Via D'Amelio: parlò di una riunione di boss a
casa del mafioso Calascibetta e tirò in ballo gran parte della «cupola» di
Cosa Nostra, compreso il capo del mandamento di Santa Maria di Gesù Pietro
Aglieri e altri «uomini d'onore». Le confessioni andarono avanti a sprazzi:
confermate, poi ritirate, quindi ribadite, ma ritenute attendibili dai
giudici fino alle sentenze di Cassazione. Oggi però Candura, che a
Scarantino faceva da «spalla», si rimangia tutto e dice: il furto della 126
non l'ho commesso io, fu la polizia a farmelo confessare, ma con quella
storia non c'entro. L'ha detto durante il confronto con Gaspare Spatuzza,
già capo del mandamento mafioso di Brancaccio a Palermo, pluriergastolano
legatissimo ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, uno dei killer che nel
1993 uccisero padre Pino Puglisi.
Da alcuni mesi Spatuzza, arrestato nel 1997, collabora coi magistrati e ha
rivelato una nuova verità su Via D'Amelio. Smentendo proprio Scarantino. Ha
detto di aver rubato lui l'autobomba nel luglio del '92 (la stessa per la
quale s'erano accusati Candura e Scarantino), portando gli investigatori sul
luogo esatto in cui era parcheggiata. E ha spiegato che con la strage i boss
di Santa Maria di Gesù - Aglieri e altri - non c'entrano: fu opera dei
Graviano e dei mafiosi di Brancaccio; lui compreso, sempre scampato a
inchieste e processi. Messi faccia a faccia con il nuovo «dichiarante»,
Candura ha ritrattato e gli ha dato ragione, mentre Scarantino ha insistito
sulla sua versione. Ma magistrati e investigatori sembrano orientati a dare
credito più al nuovo pentito che al vecchio, anche se i suoi verbali possono
creare non pochi problemi. Perché le rivelazioni di Spatuzza aprono vistose
crepe sulla ricostruzione giudiziaria, sancita dalla Cassazione,
dell'omicidio Borsellino e non solo. Mettendo in crisi il lavoro svolto
negli anni passati dalla Procura e dalle corti d'assise di Caltanissetta, e
offrendo la possibilità di far riaprire il processo, ad esempio, per il boss
Pietro Aglieri, ergastolano per Via D'Amelio (eccidio dal quale era stato
scagionato, inutilmente, pure dal pentito Giovanni Brusca) oltre che per
altri delitti. La valutazione dell'attendibilità di Spatuzza non è stata
completata dai magistrati di Caltanissetta, mentre quelli di Palermo lo
considerano affidabile ma non decisivo per il contributo fornito alle
indagini su altri fatti di mafia per cui sono competenti.
Il neo-collaboratore - sempre rinchiuso in un carcere di massima sicurezza,
in isolamento ma non più ai rigori del «41 bis» - dovrà passare il vaglio
anche di altre Procure, perché le sue rivelazioni riguardano diversi
episodi. A cominciare dalle stragi organizzate da Cosa Nostra nel 1993 sul
continente fra Firenze, Roma e Milano, per le quali sta scontando il carcere
a vita. Per l'autobomba esplosa in via Palestro a Milano (27 luglio 1993,
cinque morti e 12 feriti) ci sarebbe un condannato che a dire di Spatuzza è
innocente, mentre altri coinvolti nell'attentato non sarebbero nemmeno stati
inquisiti. Quell'azione doveva avvenire in contemporanea con le bombe di
Roma (San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, 22 feriti), ma
Spatuzza racconta che l'obiettivo di Cosa Nostra doveva essere un altro: la
Casa di Dante, nel rione Trastevere. Ma il piano saltò, a causa della
popolare festa de' noantri in corso nei giorni programmati per l'attentato;
c'era il rischio di provocare vittime, mentre l'obiettivo erano i monumenti
e i luoghi d'arte, non le persone. Per coordinare le diverse indagini in
corso o da riaprire sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, il
procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha convocato per oggi nei suoi
uffici una riunione con i rappresentanti di tutte le Procure interessate:
Caltanissetta, Palermo, Milano, Roma, Firenze e Reggio Calabria; tra le
tante cose raccontate dal neo-pentito, infatti, ci sono pure i commenti dei
fratelli Graviano sull'omicidio di due carabinieri avvenuto lungo la
Salerno-Reggio, nei pressi di Scilla, nel gennaio 1994. Sarà l'occasione per
mettere a confronto le diverse interpretazioni sulla collaborazione del
killer di Cosa Nostra che ha deciso di parlare, e di smentire altri pentiti,
dopo aver scontato più di undici anni di galera.
Giovanni Bianconi
22 aprile 2009
BISOGNA TEMERE MOLTISSIMO GLI IGNORANTI, PERCHE' STI MAFIOSI PURTROPPO SONO DEI GRANDISSIMI IGNORANTI. DISTRUGGERE LE OPERE D'ARTE? CON QUALE OBIETTIVO SE NON DANNEGGIARE STUPIDAMENTE LA CIVILTA', LA STORIA, I LORO STESSI FIGLI, LA CULTURA, L'ITALIA INTERA... Lo stupido è infatti colui che arreca danno agli altri senza ottenere alcun vantaggio per se stesso!
Meglio farebbe la MAFIA a recuperare le opere italiane trafugate all'estero...