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Utente: AgnesePozzi
Nome: Agnese Pozzi
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venerdì, 27 novembre 2009
APPELLO ALLA STAMPA INTERNAZIONALE


DANGER FOR ITALIAN DEMOCRACY
PLEASE HELP US

You are our last hope to let Truth an Justice go on. Surely You know what happened in Italy in year 1992: two Judges, two heroes and their men were ferociously killed in Sicily: Giovanni Falcone and Paolo Borsellino. They were investigating on interaction between mafia, politics and public contracts. Just one day after the death of Paolo Borsellino (20 of July 1992) it was dismissed the investigation of Giovanni Falcone, to which Borsellino was working. The death of Borsellino was necessary to the Italian State not to emerge the responsibility of the state-owned corporation Partecipazioni Statali (IRI) and ministers (Vizzini and others) that in the shipyards of Palermo (Fincantieri) fattened, through greater state contributions, the pockets of the Mafia and the clan of Galatolo; and perhaps even their personal finances. THE ITALIAN STATE used mafia, and many judges allowed this to happen.

from many years a trade unionist of Fincantieri, that also handed a dossier to Borsellino few days before his death, is strongly asking for being summoned by the Parliamentary Anti-Mafia Committe.

His bold complaints are based on documents. He published a video on you tube for the President of the Republic Giorgio Napolitano, bravely written public appeals to magistrates (Violante, Caselli, Ingroia), to ministers (Vizzini,Mancino and others), also requested to the President of the Parliamentary Commission anti-mafia (Pisanu) and the President of the lower Chamber of the parliament (Fini), the brother of Paolo Borsellino, Salvatore. He has filed complaints against judges (Teresi) but without result. All is quiet, no one wants to hear his cry of truth and justice, no one answers to his civil appeals. The Italian press is shamefully silent, accomplice of the State of which is servant. THE ITALIAN STATE CANNOT PUT ITSELF ON TRIAL. The State wanted those murders otherwise Italy would have been ungovernable because the whole state apparatus was guilty and/or accomplice and/or guilty of omission (presidents, ministers, police, carabinieri, finance, the judiciary).

This man is GIOACCHINO
BASILE

and needs help to be summoned by the Parliamentary Anti-Mafia Committee. He asks (and other 200more people with him) ask this denied democracy exercise. We ask to You European and USA press to do what Italian press is ignoring; hear Gioacchino Basile, publish his document for free, only in name of democracy, Truth and Justice, all denied rights, all killed values with their heroes killed twice and more. You have in Your staff many people who speak Italian perfectly, so you can see all Gioacchino Basile said and wrote. Consider those documents and know he has more to produce. Help Italy to face in a dignified way the world.

Thank You. Best regards Agnesina Pozzi (undersigned)

to Giorgio Napolitano
http://www.youtube.com/watch?v=AzoyBASu5Uk
to  Caselli
http://agnesepozzi.splinder.com/post/21665784/LA+LETTERA+MORTA+DI+GIOACCHINO
to  Salvatore Borsellino
http://blog.libero.it/lavocedimegaride/7856396.html
to  Pisanu e Fini
http://agnesepozzi.splinder.com/post/21710705/LA+LETTERA+DI+BASILE+AL+SENATO
to  Vizzini
http://files.splinder.com/be89613dbbc2a8db65b9e4a3384d6913.pdf

and this is the link to verify signatures on petition
http://www.petitiononline.com/nov2009/petition.html

Postato da: AgnesePozzi a 19:26 | link | commenti (1)

da http://santagatando.wordpress.com/2009/10/09/gioacchino-basile-e-le-verita-sulla-strage-di-via-damelio/

TESTO DELL’E-MAIL

Il 3 settembre ultimo scorso ho scritto e spedito a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, la qui allegata
 

borsellino-paolo

argomentata richiesta d’audizione al Presidente della Commissione Antimafia, Senatore Beppe Pisanu. So perfettamente d’avere poche speranze d’esser audito, perchè la seconda Repubblica è la figlia del ricatto partorita dalle stragi del 1992 ed i ricattatori faranno sentire “il loro velenoso potere”. Antonio Di Pietro, “inseminato dall’imbroglio politico orlandiano”, dal quale lo AVEVO MESSO IN GUARDIA GIA NELL’ ANNO 2001, molto probabilmente starà zitto per motivi “d’opportunità politica” (sic.) Ma, non rinuncio a sperare nel fatto che, l’onore di queste tre alte figure Istituzionali, prevalga sulla mafiosità del silenzio.

La missiva in allegato è detta argomentata, perchè in gran parte è già documentata nella sede della Commissione Parlamentare. Ai media, pur conoscendone i vergognosi limiti, insisto nel chiedere di pubblicare la notizia di merito; agli amici di internet di pubblicarla nei loro siti, a tutti voi di farla viaggiare il più possibile fra la gente per dare speranza ai sogni di libertà dei nostri figli. Finchè non emergerà la verità sulle stragi del 92, saremo tutti ostaggio di quei ricatti politici, che selezioneranno trasversalmente sempre il peggio dei governi e della dignità Istituzionale. Gioacchino Basile

TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA

Oggetto: Strage di via D’Amelio ed immediati beneficiari istituzionali, economici, politici, sindacali e criminali che
grazie a quelle macerie umane  si salvarono dall’olocausto giudiziario.

20090917_ciancimino_masismo


Signor Presidente, anche questa estate, come dettato dal manuale dei mistificatori del triste teatrino mediatico che da 17 anni ha fissato le sue ridicole recite attorno alla ricorrenza del 19 luglio, si è mandato in scena lo scolorito copione sulla “emersione” di nuovi pentiti, di nuovi indizi, dello smascheramento di falsi “pentiti” dell’ultima ora di cui bisogna ancora capire con certezza l’effettiva funzione, di antichi depistaggi istituzionali e di nuove (e non certamente disinteressate) verità svelate dal figlio di quel Vito Ciancimino.
 

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Le verità di Massimo Ciancimino hanno costretto al clamoroso autogol Luciano Violante che, recuperando “il suo ricordo”, ha svelato “l’involontario favore” processuale concesso al Generale Mario Mori.

In questo interessantissimo caso c’è soprattutto da chiedersi: 1) per quale motivo Luciano Violante si è tenuto ben stretta per 17 anni la notizia che i Carabinieri del Ros “stavano trattando” con Ciancimino (e quindi con la mafia)? ;

2) perché Luciano Violante, che nel 1992 in qualità di Presidente della commissione Antimafia aveva gli stessi poteri della Magistratura e poteva sentire testimoni, non ha aperto un’ indagine?; 3) perché, se non voleva esercitare lui quei poteri-doveri, non ha avvertito il suo amico Caselli che di lì a poco è andato a fare il Procuratore Capo di Palermo? E poi …l’entrata in scena del criminale  Totò Riina – che in definitiva è poi l’unico che, seppur per spirito di vendetta o forse a chiarimento delle sue effettive responsabilità, ha dato un senso a quella semplice verità-.

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Grazie a lui si sono delineati chiaramente i contorni della criminosa natura politica che governò il nostro Paese lungo l’arco di quel “consociativismo di cui lui, almeno fino alla strage di Capaci, è stato servo operativo, poi tradito e dato in olocausto “alla giustizia” (insieme a Bruno Contrada) da quei referenti ministeriali che dal 25 settembre 1979 al 19 luglio 1992 in Sicilia garantirono il rispetto dei patti fra politici,

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partecipazioni statali, CONFINDUSTRIA e sindacati, utilizzando “cosa nostra” in funzione militare contro i nostri eroi delle istituzioni, contro le ragioni dei siciliani e contro l’onore della nostra Costituzione.

Per l’ennesima volta, in Italia, nulla di nuovo sotto il sole: “se continuano a fare le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte…” (T. Pynchon) Quest’anno però….la “quasi svolta”: il senatore Beppe Lumia e l’On. Fabio Granata (entrambi mi hanno sempre pubblicamente manifestato rispetto e solidarietà) le hanno proposto un appello bipartisan per aprire finalmente un’inchiesta parlamentare sulle stragi di mafia che è stata da Lei prontamente accolta. Dopo aver puntato per quasi 15 anni sull’indecente ed infondato movente della vendetta  criminale all’esito del maxi processo per dare dignità ideologica a “cosa nostra” ed annegare in  quella depistante mistificazione, anche il movente dell'assasinio di Salvo Lima, ora la magistratura si aggrappa ad un  altro ridicolo movente: "la trattativa".


                                                                                                       salvo-lima-morto

Signor Presidente, l’equivoco della trattativa altro non è che “il siparietto di carta” che vuole confondere il senso dei contatti fra i referenti istituzionali (servizi non deviati), delegati a utilizzare il crimine in funzione di garanzia “del cosiddetto tavolino”, degli accordi socio-politici, ed i benefici economici che Totò Riina riceveva in contropartita dai potentati economici privati e statalisti. Dopo la strage di Via D’Amelio bisognava innescare una rottura definitiva


con quei referenti “istituzionali” e criminali  – Bruno Contrada  e Totò Riina-  che agivano a tutela dell’infame “modello democratico”.

contrada

Chi scrive si è trovato, per conseguenza del proprio operato nel fronte contro la mafia, ad affrontare la nefanda compromissione fra il crimine espresso dalla ricchezza e quello espresso dalla povertà. Questo è uno scenario che conosco in profondità… un teatro di disperati bisogni umani, dove la  vittima che s’intende salvare diventa nemica di quelli che la vogliono aiutare perché nessuna buona volontà emergente dalle povertà può nulla contro




quelli che esprimono il loro crimine con la negazione della giustizia, con il ricatto sulla vita e con il potere dei soldi. Il mio vissuto sul campo, unitamente alle risultanze degli studi di merito del livello di criminologi come il prof.  Edwin Sutherland, il prof. Michael Woodwiss ed il nostro prof Vincenzo Ruggeri, m’hanno fatto ben comprendere che “la profondità della natura” di noi siciliani è il frutto malvagio che la storia del potere ha imposto alla nostra gente.

RiinaSalvatore01

Sono ormai più di 7 anni che argomento, documento e grido forte, anche pubblicamente, che l’urgentissima strage di via D’Amelio realizzò l’immediato interesse di Fincantieri, del grumo mafia e appalti e delle indegne omissioni, dell’attuale sost. Procuratore generale Vittorio Teresi, dell’allora Procuratore Giammanco e di quelli che, in qualità di Procuratori aggiunti, erano a conoscenza del diretto interesse del dottor Paolo Borsellino



via-damelio


al granitico esposto-dossier in cui dimostravo l’indegna dirigenza Fincantieri di Palermo… Il dottor Paolo Borsellino la sera del 25 giugno del 1992,  nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo, fra l’altro mi aveva detto: “signor Basile, domattina spedisca subito questo dossier-esposto in Procura dove, anche se al momento non ho la delega su Palermo nella qualità di Procuratore aggiunto, potrò seguirlo attentamente”. Poi mi chiese una copia di quell’esposto dossier, che con Lui vivo avrebbe scoperchiato l’infame verminaio siciliano che si collegava alle tangenti milanesi, e gli lasciai quella stessa che aveva visionato nella documentazione e letto somma nell’esposizione.

Nell’anno 2003 il Commissario di Polizia, dottor Manfredi Borsellino, mi ha assicurato che non era mai stato trovato in alcun luogo – nel suo ufficio, a casa o fra le cose gestite da suo padre – traccia di quell’esposto dossier. Questo fatto ci riconduce alla sparizione dell’agenda rossa che i familiari assicurano è sparita subito dopo l’attentato. Loro non potevano sapere che nella borsa del loro congiunto, oltre all’agenda rossa c’era anche la copia di quell’esposto – dossier, che all’indomani della strage avrebbe potuto accendere la curiosità di qualche Magistrato onesto…

caselli

Oggi so che debbo l’onore di aver scoperchiato il verminaio statalista che tradì e che forse tradisce ancora, la nostra Costituzione, a quella mia infantile credulità. Non riuscivo a pensare che la beffa ed il tradimento andavano in scena, con l’inganno del tutti contro tutti anche se l’immediata nomina di Bruno Contrada a coordinatore nazionale per le indagini di quelle stragi  mi notificava la beffa… Nemmeno successivi e rozzi errori di Giancarlo Caselli riuscirono a tramutare quelli che ritenevo ancora indegni dubbi.  Oggi tutto lo scenario è illuminato a giorno, anche in presenza del “pentito” di circostanza di turno, Angelo Fontana, di cui non mi fiderei nemmeno, se si confessasse davanti alla morte: ai Magistrati onesti, consiglierei di guardare di più alle cose che dice di non sapere, che a quelle che ha dimostrato di conoscere per accreditarsi come “pentito”. Lui non può non

sapere di via D’Amelio e lo scrivente, a Lei ed alla get_foto_news
sua commissione, spiegherà il perché!!!

L’emersione della mia granitica verità cominciò a Roma dove il pomeriggio del 25 febbraio del 2002, per cominciare i lavori per la produzione della fiction televisiva ispirata alla mia storia – fortemente voluta dall’On Alfredo Mantovano – nella sala Vivaldi dell’Hotel Majestic, avvenne l’incontro fra lo scrivente, l’On Alfredo Mantovano, il Magistrato che aveva fatto le indagini giudiziarie per conto della commissione Antimafia dottor Gianfranco Donadio, i due produttori, il regista, due sceneggiatori e forse anche qualche accompagnatore. Quel pomeriggio restai stupefatto dei commenti poco lusinghieri fatti dall’On Alfredo Mantovano e il dottor Gianfranco Donadio nei confronti di quella Procura di Palermo; quella sera, già sull’aereo che mi riportava a casa, lessi per la prima volta le conclusioni di quella relazione Antimafia, approvata all’unanimità: non avevo mai voluto farlo prima perché ero stanco e disposto ad “accettare quella sconfitta” che almeno avrebbe salvato un minimo di occupazione in quel sito navale. Poi grazie ai miei quaderni a futura memoria a Google ed a Yahoo cominciai le mie indagini. Speravo con tutte le mie forze di sbagliarmi, ma più indagavo a difesa di Vittorio Teresi e della  Procura di Palermo, più il mio movente sulla strage di via D'Amelio si faceva prepotentemente largo.
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Circa 3 anni prima il mio rientro al lavoro in Fincantieri – avvenuto nel giugno del 1999, grazie alle forti pressioni politiche di questa sua Commissione – era stato preceduto, da quelle solite minacce che più d’intimidire me, avevano il meschino compito di spaventare chi mi stava attorno – vide una folta presenza di Parlamentari palermitani; fra i tantissimi c’era anche il Presidente del Senato, Renato Schifani che mi partecipava la sua solida stima… In quei circa 4 anni che mi videro viaggiare, da Vicenza a Palermo e viceversa, ogni settimana in aereo per  espletare il mio compito di Consulente del Sindaco Leoluca Orlando e di Presidente dell’Associazione Antiracket di Palermo per motivi di sicurezza dormivo presso gli alloggi ufficiali della Caserma Lungaro. 

Oggi, ripensando al movente della strage di via D’Amelio, al sabotaggio subito dalla Croma blindata in dotazione alla mia sicurezza che puntava alla mia morte ed a quella dei due addetti alla mia scorta, ed alle indegne
 

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dichiarazioni alla stampa, dell’allora Questore ed oggi Capo della nostra Polizia Antonino Manganeli, nell’esclusivo intento di delegittimarmi, ritengo che forse è stato meglio così. Oggi so che la sorte, mettendomi in cammino in quello che appare l’impossibile viaggio verso la verità, abbia voluto prima di tutto mettermi al sicuro laddove potrei essere ucciso solo per volontà ministeriale e contro l’interesse diretto di Fincantieri: Monfalcone.

Signor Presidente come può constatare è dall’anno 2002 che metto in discussione la mia stessa onorabilità ed i pochi beni della mia famiglia per combattere contro le “concezioni esecutorie” della Procura di Caltanissetta, della Direzione Nazionale Antimafia e dello stesso Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso che il 5  giugno del 2006

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utilizzando un onesto Pm della DNA, fu lesto a tentare d’impiccarmi alle dichiarazioni che avevo fatto in conferenza stampa e su “10 minuti del Tg2” in occasione della fiction televisiva… liberamente tratta dalla mia storia. Poi constatando la mia ferma volontà di andare a qualsiasi costo incontro alla verità, mi disse: purtroppo la competenza di questa cosa è di Caltanissetta”.

I fatti di cui vi documenterò e argomenterò vi dimostreranno che la verità sulle stragi non potrà mai essere accertata da quella stessa potente corporazione - Magistratura - che ha dentro le sue inadeguatezze il velenoso seme omissivo: da Cesare Terranova (25 settembre 1979) a Paolo Borsellino (19 luglio 1992)  l’uscita di scena di quegli eroi era la soluzione al problema giudiziario che metteva in difficoltà “il tavolino” del potere esecutivo e dell’opposizione del nostro Paese.

La Magistratura dominante, sempre pronta ad accogliere “il velenoso pentimento” dei peggiori infami e assassini, di gente meschina e interessata a depistare la verità, è sempre fuggita dalle mie ragioni di patriota e di uomo libero, chiudendosi in quel silenzio che all’inizio può apparire giustificato dalle indagini ma poi esprime “l’arroganza esecutoria” di chi detiene il massimo dei poteri contro la verità.

La mia storia “offre in piena visione” le storiche motivazioni delle rinunce d’un  popolo da sempre ostaggio dell’inganno politico che si nutre di quel bisogno che abbassa notevolmente il livello della dignità umana dei cittadini e concretizza il profitto affaristico e politico delle iene e degli sciacalli, dei teatri del potere ad ogni costo.  Già negli anni 80, nei tuguri prefettizi palermitani, infami sgherri istituzionali alla Bruno Contrada, scrivevano di me che ero psico-labile è curavano con dovizia certosina, le luride lettere anonime utilizzate dal contesto infernale della calunnia mafiosa di sinistra, contro lo scrivente.

A conferma dell’indegna, omissiva e diffamatoria condotta  di quei “siti istituzionali” che agivano in sintonia con la Procura di Palermo, contro i miei patriottici ideali e contro le ragioni di migliaia e migliaia di lavoratori che sottoscrivevano sempre a centinaia le mie denunce contro Fincantieri e “cosa nostra”, ci sono le risultanze investigative della relazione approvata all’unanimità da questa commissione Antimafia il 26 gennaio 1999, relatore Alfredo Mantovano e Presidente Ottaviano Del Turco.

Questo è il sistema che ha “sconfitto” l’uomo Gioacchino Basile ma non le sue ragioni: una storia inconfutabilmente vera che con il tradimento istituzionale e l’isolamento di molti “politici siciliani” della mia stessa area politico-sindacale è stata relegata fra le pieghe della cronaca anche in presenza dei notevoli sforzi e della piena solidarietà dell ’On. Alfredo Mantovano. La mia storia è ben conosciuta dal senatore Beppe Lumia, dal senatore Costantino Garraffa, dal senatore Achille Serra, dal suo vice e mio estimatore ed amico On. Fabio Granata; e poi ancora dall’On. Antonio Di Pietro – nel 2001 fui candidato al senato con la sua lista-, dal

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Presidente del Senato Renato Schifani, che fu mio avvocato in cassazione per il procedimento del lavoro e da tantissimi altri parlamentari e senatori della nostra Repubblica i quali mi hanno sempre espresso pubblicamente stima e solidarietà. So perfettamente che nessuno è mai riuscito a salvare le sue ragioni e la sua vita provenendo dalle seppur dignitosa povertà delle periferie siciliane, dove i problemi più gravosi che gli onesti si trovano ad affrontare non sono quelli che si trovano davanti ma quelli che si lasciano dietro. Ma le assicuro, sul mio onore di uomo libero, che non uscirò dalla scena della mia vita vinto dalle “esigenze democratiche” di quegli infami che, con le stragi del 1992, si salvarono dall’olocausto giudiziario e che, esercitando poi il ricatto e l’inganno moralista, predisposero su quelle eroiche macerie umane le loro infami fortune economiche e politiche. Per darLe in pittorica visibilità l’infernale  scenario palermitano le notifico che il “pentitoFrancesco Onorato, pochi giorni dopo aver ucciso Salvo Lima, girava di casa in casa fra i suoi parenti ed amici invitandoli a votare per Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, ucciso da “cosa nostra” e figlio di Bennardo, quello citato con insistenza, nella strage di Portella della Ginestre…

La morte chiude la sofferenza dell’uomo; il tradimento vissuto – già da ben 27 anni – squarcia ogni giorni le carni degli uomini liberi… Il mio dolore non ha tregua… Sulla base delle Sue responsabilità Istituzionali e del giuramento fatto alla nostra Costituzione ed alla nostra Repubblica, detiene poteri validi ed efficaci a far accertare, se la mia verità sui fatti che determinarono l’urgente strage di via D’Amelio è degna d’attenzione oppure se lo scrivente è un calunniatore da mandare in galera.

Il sottoscritto ha dato la sua vita in olocausto ai suoi valori: non è il Magistrato ben retribuito che dovrebbe agire con onore e troppe volte non lo fa; non è il poliziotto o il carabiniere che agiscono per retribuito dovere; non è il figlio di Vito Ciancimino; non è il “pentito” di turno; non è la calunniatrice che il nostro Stato ha premiato con la medaglia d’oro…; non è l’infame politico che agisce per suo lurido profitto sfruttando i più elementari bisogni della nostra gente;….è semplicemente Gioacchino Basile. Per questo e per le cose che per motivi di opportunità argomenterò ampiamente in sede di audizione, Le chiedo rispettosamente di ascoltarmi insieme alla Sua commissione, con le dovute garanzie previste dalla legge, nell’interesse dell’Onore del nostro Paese. Nella malaugurata ipotesi che Lei sfuggisse al suo giuramento di lealtà alla nostra Costituzione, escludendomi dalle audizioni di merito, costringendomi a rivolgermi all’alta Corte di Giustizia Europea dei diritti dell’uomo per denunciare il mio Paese Le comunico, fin d’adesso, che anche Lei contribuirà a dare per l’ennesima volta al nostro Paese ed alla sua storia l’infamia del disonore di coloro che, pur sapendo, tacciono….. 

Postato da: AgnesePozzi a 08:12 | link | commenti

giovedì, 26 novembre 2009
APPELLO ALLA STAMPA INTERNAZIONALE

APPELLO ALLA STAMPA INTERNAZIONALE

Post n°1285 pubblicato il 26 Novembre 2009 da vocedimegaride
 

 

KILLED ITALIAN DEMOCRACY?
Gioacchino Basile         still hopes not
By agnese pozzi

                                             letter to International Press

DANGER FOR ITALIAN DEMOCRACY HELP US

You are our last hope to let True an Justice go on.  Surely You know  what in Italy happened  in 1992 year: two Judges, two eroes and their men were ferociously killed  in Sicily:  Giovanni Falcone and Paolo Borsellino.  They were investigating on interaction between mafia, politics and contracts. Just one day after the death of Paolo Borsellino (20 of July 1992) was stored the investigation of Giovanni Falcone, to which Borsellino was working.  The death of Borsellino was necessary to the Italian State not to emerge the responsibility of Partecipazioni State (IRI) and his ministers (Vizzini and others) that in the shipyards of Palermo (Fincantieri)  fattened, through greater state contributions, the coffers of the Mafia and the clan of Galatolo; and perhaps even their personal finances. THE ITALIAN STATE is served the mafia, and many judges are opening so act.

Since many years AN ITALIAN NATIONAL, trade unionist historical Fincantieri, that also handed a dossier to Borsellino few days before his death, is asking for with strength to be convened by the Parliamentary  Anti-Mafia Committe.

 His bold complaints are based on documents compelling. Has done a video on you tube for the President of the Republic Giorgio Napolitano, bravely written public appeals to magistrates (Violante, Caselli, Ingroia), to ministers (left-handed, Vizzini), also requested to the President of the Parliamentary Commission anti-mafia (Pisanu) and the President of the room (for), the brother of Paolo Borsellino, Salvatore. Has done complaints against judges (Teresi) but without result. All is quiet, none want to hear his cry of truth and justice, no one responds to its civil appeals.

The Italian press shamefully silent, accomplice of the State of which is servant. THE ITALIAN STATE CANNOT PROCESS ITSELF. The State wanted those murders otherwise Italy was ungovernable why throughout the structure statist was guilty and/or accomplice and/or guilty of omission (presidents, ministers, police, carabinieri, finance, the judiciary).

 This man is GIOACCHINO BASILE 

 and needs help to be convened by the Parliamentary Anti-Mafia Committee.

 He asks (and other 200more people with him  ask) this  denied  democracy exercise.    We ask  to You  European and USA Press to do what Italian press is ignoring; hear Gioacchino Basile        ,  publish his document for free, only in name of D emocracy, of Truth, of Justice, all denied  rights, all  killed values with  their eroes killed twice and more. You have in Your Directions many people who speaks Italian perfectly, so you can see all Gioacchino Basile         said and wrote. Consider those documents and know he has other more to produce. Help Italy to face in a dignified way the world . Thank You. Best regards Agnesina Pozzi  (undersigned)

Video to  Republic President Giorgio Napolitano

http://www.youtube.com/watch?v=AzoyBASu5Uk

letter to  Caselli

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LA+LETTERA+MORTA+DI+GIOACCHINO

to  Salvatore Borsellino

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to  Pisanu e Fini

http://agnesepozzi.splinder.com/post/21710705/

LA+LETTERA+DI+BASILE+AL+SENATO

to  Vizzini

http://files.splinder.com/

be89613dbbc2a8db65b9e4a3384d6913.pdf

 and this is the link to verify signatures on petition

http://www.petitiononline.com/nov2009/petition.html

TRADUZIONE

                                                     PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA ITALIANA, AIUTATECI

 Siete la nostra ultima speranza per permettere alla verità e alla giustizia di andare avanti. Sicuramente sapete cosa accadde in Italia nel 1992: due magistrati, due eroi e i loro uomini furono assassinati ferocemente in Sicilia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  Stavano indagando sugli intrecci tra mafia, politica e appalti. Appena un giorno dopo la morte di Paolo Borsellino (20 luglio 1992) venne archiviata l’inchiesta di Giovanni Falcone, a cui Borsellino stava lavorando. La morte di Borsellino era necessaria allo stato Italiano affinché non emergessero le responsabilità delle Partecipazioni Statali (IRI) dei suoi ministri (Vizzini ed altri) che nei cantieri navali di Palermo (Fincantieri) ingrassavano , attraverso lauti contributi statali, le casse della mafia e del clan dei Galatolo; e forse anche le loro finanze personali. Lo Stato Italiano si è servito della mafia, e molti giudici hanno permesso che ciò accadesse. Per tanti anni, un sindacalista storico della Fincantieri, che consegnò anche un dossier a Borsellino pochi giorni prima della strage, sta chiedendo con forza di essere convocato dalla Commissione parlamentare antimafia. Le sue coraggiose accuse sono basate su documenti. Ha prodotto un video su You tube per il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, ha coraggiosamente scritto appelli pubblici a magistrati (Violante, Caselli, Ingoia), a ministri (Vizzini ed altri) ha fatto richieste al presidente della commissione antimafia (Pisanu) e al presidente della camera (Fini)., al fratello di Paolo Borsellino, Salvatore. Ha fatto denunce contro giudici (Teresi) ma senza risultato. Tutto è fermo, nessuno vuole ascoltare le sue urla di verità e giustizia, nessuno risponde ai suoi civili appelli. La stampa italiana tace vergognosamente, complice dello Stato di cui è serva. Lo Stato Italiano non può processare se stesso. Lo Stato ha voluto questi  crimini altrimenti l’Italia sarebbe statat ingovernabile dal momento che tutto l’apparato statale era colpevole e/o complice e/o colpevole di omissione (presidente, ministri, polizia, carabinieri, finanza, giudici). Quest’uomo è GIOACCHINO BASILE ed ha bisogno d’aiuto per essere convocato dalla commissione parlamentare antimafia.  Chiede (e con lui 200 e ulteriori persone) questo negato esercizio di democrazia. Noi chiediamo a  Voi, stampa europea e Americana di fare ciò che la stampa italiana sta ignorando: ascoltare Gioacchino Basile            , pubblicare gratuitamente I suoi documenti, solo in nome della Democrazia, della Verità, della Giustizia, dei diritti negati e dei valori uccisi, tutti quei valori per i quali gli eroi sono morti e uccisi più di una volta.  Nelle vostre direzioni avete molte persone che parlano perfetta,ente in italiano e così potete vedere e ascoltare ciò che Basile ha detto e scritto. Considerate questi documenti  e sappiate che ne ha ben altri da produrre. Aiutate l’Italia a mettersi di fronte al mondo con dignità. Grazie. I miei rispetti  Agnesina Pozzi  (sottoscrittore petizione)

di seguito i link riportano a quanto citato. L’ultimo link porta alla petizione di raccolta firme per consentire a Basile di essere audito. Vi prego di firmare. Questa è una battaglia di civiltà e democrazia che non ha colore, non ha frontiere, non ha tempo. Grazie

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Postato da: AgnesePozzi a 17:38 | link | commenti

giovedì, 19 novembre 2009
CUNTRASTAMU

Una petizione per parlare
http://www.cuntrastamu.org/cuntrastamu/?p=503

Gioacchino Basile     in un’intervista controcorrente

pubblicato il 19/11/2009




C’è una petizione da lei lanciata su internet che richiede il sostegno dei cittadini affinché lei venga ascoltato dalla Commissione Parlamentare Antimafia. Ci può dire per sommi capi i motivi di questa richiesta?
Il 3 settembre us. ho scritto e spedito a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno la richiesta d’audizione in Commissione Antimafia, che troverete pubblicata anche sù Google.it, alla quale potrò dimostrare, al di là d’ogni ragionevole dubbio, che la strage di via D’Amelio, fù l’unica soluzione possibile, che consentì all’odierno procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, di salvare dall’olocausti giudiziario Fincantieri è tutto il corollario politico-affaristico e criminale, fotografato dal dossier dei ROS – Mafia e Appalti – al quale aveva posto la giusta attenzione Paolo Borsellino per arrivare ai mandanti della strage di Capaci.
L’idea della petizione è stata del medico personale di Bruno Contrada, D.ssa Agnese Pozzi, che pur consapevole di quelle mie ragioni che non aiutano Bruno Contrada, ha apprezzato l’onestà intellettuale e morale delle mie battaglie contro l’esercizio della calunnia mafiosa e di quella
antimafiosa, è da persona libera – seppure ferma sù alcuni suoi convincimenti – non ha esitato ad offrirmi la sua amicizia ed a regalarmi questa iniziativa, che per altro è stata condivisa con grande dignità anche dalla sorella di Bruno Contrada; la signora Ida.
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2) Dove si può firmare la petizione? Che tipo di impegno comporta la firma?
Questo è il linck:  HYPERLINK “http://www.petitiononline.com/nov2009/petition.html” http://www.petitiononline.com/nov2009/petition.html
La firma non comporta alcun impegno. Esercita un pressione democratica nei confronti dei politici distratti e di quelli che hanno  l’interesse a far delle Commissione Antimafia una passerella di sciacalli, che depistano la verità ed uccidono la speranza di verità e giustizia.
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3) Sono legate in qualche modo diretto la sua vicenda personale, la presenza asfissiante di Cosa Nostra nei Cantieri Navali di Palermo, con la strage che portò alla morte di Paolo Borsellino?
Nella mia battaglia esistenziale contro “cosa nostra” non c’è mai stata alcuna vicenda di tipo personale; l’accozzaglia criminale associata in “cosa nostra” prima del mio schierarmi a muso duro nella trincea della libertà, non mi aveva mai dato alcun disturbo. “Cosa nostra” dentro lo stabilimento navale di Palermo, grazie alla sua potente capacità intimidatrice, svolgeva un ruolo fondamentale; regolava  e  garantiva tutti i patti – da  quelli più meschini a quelli molto più importanti – degli appalti, ed il silenzio assoluto sullo scandalo sociale che vedeva migliaia di lavoratori in nero che operavano senza alcuna minima tutela economica e normativa.
Per darvi un’idea dell’infame efficienza del grumo sociale, politico, criminale e imprenditoriale che per circa un vent’ennio s’impose dentro lo stabilimento di Fincantieri a Palermo, grazie alle indegne omissioni della Procura di Palermo, vi notifico che nello stabilimento navale di Palermo furono spenti ben 3000 posti di lavoro senza alcuna opposizione sociale e nel silenzio assoluto.
Il grumo mafioso espresso dalla mafia politica, sindacale e istituzionale, attraverso la politica del tanto peggio tanto meglio, che saziava anche gl’interessi meschini dei singoli, riuscì a fare  d’un grave problema sociale, una potente risorsa politico-clientelare che unitamente alla capacità intimidatrice di “cosa nostra” garantiva la tombale omertà ambientale.
Se volevate sapere cos’è la mafia… ecco, vi ho servito un classico da scuola!!!
Se andrò in Commissione Antimafia dimostrerò, non solo che Vittorio Teresi e pezzi importanti di quella Procura di Palermo non avrebbero mai potuto mettere in atto le indegne omissioni che riguardano il momento topico di questo classico da scuola; ma molto di più!!!
I Ciancimino, ed i “pentiti” di circostanza non sono fonte di verità; troppe volte sono soggetti che trattano la salvezza delle loro vite perdute, dopo essersi saziati con il vissuto criminale è distrutto le vite degli onesti, utilizzando la morte come garanzia ai loro interessi .
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4) Cosa è cambiato a Palermo dagli anni ‘80? Gli arresti di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, Giuffrè, Aglieri e gli altri capimafia, la nascita del movimento Addiopizzo e dell’associazione antiracket sono segnali di un cambiamento reale o soltanto la misura di un arretramento di Cosa Nostra sul piano militare?
A Palermo, così come nel sud del nostro Paese non è cambiato nulla, se non il fatto che lo Stato – quel potere esecutivo dell’anno 1992 – dopo l’urgente è quindi non pianificata strage di via D’Amelio, fù costretto a tradire quei suoi sgherri che per circa 13 anni aveva utilizzato in funzione militare contro gli uomini onesti delle Istituzioni. La reazione degli infami criminali si realizzò con le stragi del 1993, ma ciò ha segnato la disarticolazione e la fine  delle funzioni socio – politiche di “cosa nostra” anche se ancora oggi, la profusa illegalità determinata dalla sopravvivenza alla povertà, partorisce sempre nuovi infami protagonisti criminali che vogliono emergere da quel nulla, dove la dignità umana vale quasi niente.
Nel mese di giugno del 1999, insieme ad altri ho costituito l’Associazione Antirackt di cui sono stato Presidente fino all’anno 2002. Poi decisi di mollare perchè da quelle parti circola troppa gente inaffidabile, a partire proprio da Tano Grasso. Quando la giustizia assume il volto politico è si mettono valori di civiltà, politica e danaro nello stesso contenitore va sempre male..
In qualità di Presidente dell’Associazione Antiracket e di Consulente del Sindaco di Palermo partecipavo ai comitati per l’ordine e la sicurezza in Prefettura ed in ordine al cosiddetto racket del “pizzo” se la cosa non fosse tragica, ci sarebbe da sconquassarsi dal ridere!!!
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5) Perché una spaccatura così profonda con il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore? Possibile che le persone non riescano a dire cose diverse, a volta anche in contrasto, sentendo però di andare in una direzione comune, che sarebbe quella della ricerca di una verità condivisa?
Quando nell’anno 2002 mi resi conto che il movente della strage di via D’Amelio, aveva il volto delle indegne omissioni della Procura di Palermo, cominciai a cercare di mettermi in contatto con i familiari di Paolo Borsellino per sollecitare la Procura di Caltanissetta ad agire con la dovuta attenzione, ma non fui molto fortunato, anche se Manfredi Borsellino fù disponibile ad un amichevole colloquio, che fisso una conferma importantissima al mio solido movente.
Il 29 aprile del 2002, per avere l’opportunità d’interrogare il dottor Vittorio Teresi e costringerlo a dire la verità in qualità di persona offesa sotto giuramento, pubblicai provocatoriamente un comunicato stampa che se non fosse stato formulato con la strategica intenzione di farmi
querelare, poteva tranquillamente definirsi opera d’uno scemo impazzito.
Quella volta centrai l’obbiettivo: Vittorio Teresi mi querelò, è poi fù costretto a mentire sotto giuramento sui fatti che si legano solidamente al mio movente.
Poi – per evitare che con le testimonianze a mia difesa e l’adeguata documentazione che potevo produrre, squarciassero i veli della strage di via D’Amelio – propose il ritiro della querela, che accettai perchè in ogni caso quel Giudice al di là d’ogni ragione opposta al querelante, sarebbe stata costretta a condannarmi per le offese contenute nel comunicato stampa contro il Teresi.
Fornito di sempre più granitiche ragioni, continuai la mia battaglia, seppur consapevole del ruolo inadeguato dei media, di certa magistratura e della politica. Mi restava ancora la speranza che da qualche parte esisteva quel fratello di Paolo Borsellino, che pochi giorni dopo la strage di via D’Amelio, avevo incontrato nelle vicinanze della Cappella che ospitava i resti del nostro Eroe al quale poco prima avevo portato una rosa rossa.
Quella volta -Salvatore mi ha detto di non ricordarsi – incontrai quei suoi occhi che scavavano dentro i miei. Quegli occhi esprimevano tenerezza e gratitudine per l’affettuoso riconoscimento che mi aveva visto fare nei confronti di suo fratello.
La commozione quel pomeriggio m’impedì di abbracciarlo ed esprimergli tutta la solidarietà.
Quel giorno avrei potuto parlargli dei miei dubbi, della maledetta sfortuna che aveva colpito le mie ragioni di uomo libero e la speranza di migliaia di lavorotari e cittadini, che da un decennio insieme a me si battevano contro “cosa nostra” e contro le indegne omissioni della Procura di  Palermo; ma oggi grazie al cielo sò che è stato meglio non averlo fatto.
Nei primi giorni del luglio 2007, grazie ad un comune amico, contattai Salvatore Borsellino, è con costui – il prof. Enzo Guidotto – mi recai a Milano per incontrarlo e convincerlo a battersi per la speranza di ottenere Verità e Giustizia per suo fratello.
Quella volta, Salvatore deridendomi, mi disse:<< Ma ancora non ti basta quello che hai subito per aver creduto di poter sconfiggere la mafiosità dello Stato?!! >>
Poi come a volermi fare un favore, dopo 10 anni di silenzio, il 16 luglio del 2007  ”tornò in trincea” con una lettera aperta che citava lo scrivente. Quando gli feci rilevare che tutta la stampa – dal livello locale a quello nazionale –  in quella lettera aperta eliminò la parte in cui mi citava, mi rispose:<< Questa è la conferma che tu sei troppo pericoloso per questo sistema, ma non preoccuparti io sono con te, anche se lotteremo contro i mulini a vento!!!>>
CIRCA 15 GIORNI DOPO, GRAZIE AL L’INTERVISTA AD UNA TV PRIVATA QUI ALLEGATA IN LINK PUBBLICATA SU “YOU TUBE” IL 2 AGOSTO 2007: HYPERLINK “http://it.youtube.com/watch?v=T1ISKLJS1RA” http://it.youtube.com/watch?v=T1ISKLJS1RA COMPRESI CHE FORSE NON ERO IN ADEGUATA COMPAGNIA: VEDERE IL FRATELLO DEL MIO EROE CHE NASCONDEVA IL VISO, MI AVVILì MOLTISSIMO E MI FECE COMPRENDERE CHE ANCORA UNA VOLTA IN QUESTA DURA BATTAGLIA DI LIBERTA, ERO SOLO.
Infatti, poco tempo dopo, Salvatore dovette fare i conti con quella sua sorella, che qualche mese dopo la morte di Paolo, aveva comprato due appartamenti da un costruttore, notoriamente amico dei mafiosi, per il valore di 700 milioni (in lire) di cui circa 350 milioni, alla faccia della legalità di cui dopo la morte di Paolo si era fatta paladina (sic.) furono pagati in nero.
Stiamo parlando di quella sua sorella che si è candidata con quelli che, con Paolo Borsellino vivo, avrebbero avuto ben altre candidature; di quella sua sorella che con Paolo Borsellino vivo non sarebbe andata a fare da stendardo di onestà con quei Magistrati che necessitarono della morte di Paolo Borsellino per porre in atto le indegne omissioni di circostanza, che salvarono le Partecipazioni Statali ed i loro compagni di merenda dall’olocausto giudiziario.
Ma, quella sua sorella che se stava dietro il bancone della sua farmacia, avrebbe dato un grande contributo alla speranza di Verità e Giustizia per il nostro Eroe, non fù l’unica “debolezza umana” che azzoppò la sua voglia di volare alto verso gl’ideali di Giustizia e Libertà!
Chi scrive, non è stato certamente più fortunato di Paolo Borsellino, anzi.
Due miei fratelli per ben due volte per paura testimoniarono contro di me, nei processi contro “cosa nostra” è successivamente sono stati oggetto di pregiudizio giudiziario per le loro indegne scelte esistenziali, di cui hanno pagato le amare e giuste conseguenze.
Ma, mai è poi mai, loro oseranno ricavare profitto morale o di altra natura dai duri prezzi esistenziali pagati ai valori di civiltà dalla mia vita e dalla mia favolosa famiglia.
Dentro la coscienza di Salvatore la speranza era già morta da anni, è quando per motivi parentali fù costretto a non disturbare la convenienza politica di sua sorella, la seppellì definitivamente e fece largo nell’animo suo alla vanità degli uomini senza qualità.
Salvatore ha dei profondi limiti; soffre della piena consapevolezza di non essere all’altezza di Paolo. Vorrebbe volare alto come l’aquila che fù suo fratello, ma poi cade giù come un merlo azzoppato per sua stupidità. Indica nello Stato, i mandanti della strage di via D’Amelio, ma poi per sfuggire alla verità, di cui a mio avviso ha paura, spruzza il fango dell’infamia stragista sù  Dell’Utri e sul suo padrone Berlusconi, che utilizzarono la capacità intimidatrice di “cosa nostra” così come, in quegli anni avevano fatto tutti gli attori del circuito imprenditoriale in Sicilia ed al sud più in generale, per tutelare la loro sicurezza ed i propri interessi sul territorio.
Sà benissimo, ma fà finta di non capire che lo Stato in quel momento  storico – 1992- aveva il volto di quel potere esecutivo, della “sua opposizione” e di quella Magistratura, di cui Silvio Berlusconi, era solo un  ”compagno di merenda” ben collegato alle logiche consociative.
Salvatore sà benissimo che il tradimento contro suo fratello si è raggrumato dentro la Procura di Palermo, ma volge il dito contro quei Carabinieri di cui suo fratello si fidava.
Lui teorizza la “trattativa” (sic.) e telefona “al professionista delle teorie” Massimo Ciancimino che insieme a suo padre, ai Riina ed ai Provenzano ha danzato indegnamente tutta una vita sulle vite, sulle risorse e sulle speranze dei siciliani onesti e sui cadaveri dei nostri Eroi, ed ancora oggi ne vuole godere gl’infami profitti è dare dignità all’infame mafioso che fù suo padre che poi da confidente o aspirante “pentito” voleva darsi una dignità contrattuale!!! (sic.)
Dà patenti d’eroismo a Magistrati che s’avvitano sù comiche teorie dettate dai soliti noti, o forse suggerite da eminenze grige, pur avendo avuto conferma che il mio movente non è mai stato smentito da quei “suoi eroi” che hanno il potere ed il dovere di sbattere in galera i calunniatori.
Salvatore fà domande a Carlo Vizzini, ma poi non pretende risposte; indica Nicola Mancino, ma s’avvinghia “alla munnezzà” del “pentito” (sic.) Gaspare Mutolo: fà come quelli che vogliono la scena per darsi una considerazione, ma poi non ha la statura ed il coraggio di affrontare a muso duro quella verità, che lui ben conosce è che lo aveva costretto alla resa alla fine degli anni 90.
Però c’è una cosa che Salvatore Borsellino sembra saper fare benissimo: quella di farsi scudo della grande statura Eroica di suo fratello Paolo per uccidere quella verità con la quale che Lui avrebbe difficoltà a convivere.
Per questo isola Gioacchino Basile     e le granitiche ragioni, che portano dritto dentro lo scenario politico- Istituzionale che godette l’immediato vantaggio giudiziario della morte di suo fratello.
Nel mese di giugno dello scorso anno, è dopo aver atteso per ben 3 mesi una  rettifica sulle sue false e diffamatorie affermazioni in  risposta alla mia dura lettera aperta, è nel solo interesse di salvaguardare la speranza di Verità e Giustizia per suo fratello fui costretto a querelarlo.
Dovetti fare quella querela perchè non potevo permettere ad un inadeguato fratello di un Eroe, che vive di quella opaca luce riflessa, di  uccidere quella mia solida speranza di Verità, che non rende solo Giustizia a suo  fratello, ma anche alla mia vita rubata ed  alla mia famiglia.
Lui invece di vergognarsi per avermi costretto a tanto, con grande piacere degli utili idioti, dei sciacalli e degli assassini di suo fratello, facendo la vittima ha consapevolmente e ulteriormente costruito il mio isolamento; Lui sfugge con il silenzio a quel confronto diretto che vorrei avere con lui e con quelli che lo spalleggiano per miserabile convenienza…
Lui sfugge ai fatti perché non saprebbe reggerli: Lui alla mafia politico-istituzionale ed ai criminali che hanno ucciso suo fratello per inadeguatezza umana ha fatto il più grande dei favori: isolare il mio sogno di verità e giustizia…
Lui, lo dicono i fatti, non vuole la verità: vuole la vuota scena del teatro della vanità …
V’invito a chiedervi: perchè Salvatore, sempre attento ai “pentiti” ai Ciancimino ed agli squallidi che lo utilizzano per meschini fini politici, invece di agire miseramente dietro le quinte fingendosi vittima delle mie critiche e della mia querela, non firma la petizione della D.ssa Agnese Pozzi, medico personale di Bruno Contrada, che chiede con forza la mia audizione in Commissione Antimafia, pur sapendo che sul “ suo protetto” abbiamo posizioni opposte!!!
V’invito a chiedervi: << perché la signora Ida Contrada, – sorella di Bruno – ha firmato la petizione che mi vuole in Commissione Antimafia e Salvatore Borsellino e comp. invece mi isolano?!!! (sic.)  A seguito di questa umana ed onorevole circostanza è senza per questo voler ledere la dignità di alcuno, vi chiedo:<< cosa sarebbe accaduto agli infami che tradirono Paolo Borsellino, se il nostro Eroe avesse avuto la fortuna d’avere una sorella come la signora Ida?!!!
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6) Lei ritiene che l’attuale situazione politica favorisca il
contrasto ai gruppi mafiosi, non solo in Sicilia ma in tutto il paese?
Il re è ormai nudo, le vuote parole dello sciacallaggio antimafioso non ubriaca più la gente del nostro Paese, anche sé attraverso le verità reinterpretate, riescono ancora ad ingannare i giovani e la gente onesta che s’affida pregiudizialmente all’informazione dettata dai “protobugiardi”.
Dopo la strage di via D’Amelio, lo Stato – quel governo e la sua “opposizione” dovette necessariamente rompere i rapporti con “cosa nostra”,  ma per quel governo e quelli successivi s’apriva uno scenario sociale difficile da gestire: la pacifica convivenza fra ricchezza e povertà.
Per scaricare le responsabilità di questo ingestibile fenomeno, hanno dovuto fare largo alle comiche e tragiche “teorie” (sic.) di Tano Grasso, alle storie lacrimevoli ed i fautori della delazione premiata, attraverso l’equivoco del vittimismo imprenditoriale, riuscendo perfino a presentare Confindustria come paladina dell’antimafia!!!!!
Oggi, l’evidenza dell’equivoco – inganno è ormai palese: la povertà è sempre più costretta ad aggrapparsi all’illegalità più meschina che consente a milioni di cittadini del sud Italia di resistere ai bisogni più elementari, è la ricchezza diventa sempre più parassitaria e criminale.
La politica dei ricatti, instaurata dopo le stragi del 1992, ha innescato l’attuale fenomeno socio-economico di cui la condizione criminosa e criminale non si esaurirà mai, fino a quando non si ricostruiranno i plinti sui quali poggiare i pilastri, dei valori patriottici della nostra Costituzione.
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7) Da chi dipende maggiormente la confusione e la diversità di punti
di vista su alcuni temi riguardanti la lotta alla mafia (alcuni
esempi: il ruolo di alcune persone come Bruno Contrada o Corrado
Carnevale; l’arresto di Totò Riina; le dichiarazioni del figlio di
Vito Ciancimino; la presunta trattativa tra Stato e mafia)? Dalle
istituzioni? Dalle forze dell’ordine? Dai mezzi d’informazione?
Dall’antimafia?

Non c’è confusione, c’è soltanto una ruvida è arrogante strategia di sopravvivenza politica, che grazie ai noti servi dell’informazione – Oscar Wilde, li definirebbe PROTOBUGIARDI – costruisce storie fantastiche che s’avvitano sulle vuote parole delle presunzioni, dettate dalla feccia “pentitistica” e raccolte da Magistrati troppe volte inadeguati o interessati al depistaggio.
Lo scrivente può provare al di là d’ogni ragionevole dubbio, che la Magistratura è in grado di nascondere anche la verità più rozza ed infame: a Palermo lo ha fatto per circa 20 anni.
Bruno Contrada non è un servo dei criminali; è stato un fedele servitore di quei governi e di quelle opposizioni, che ingannarono e tradirono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri uomini delle Istituzioni. Bruno Contrada è innocente dal capo d’imputazione che lo condanna.
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In ultimo, considerata la difficoltà di proporre un’intervista
scritta, le chiedo di aggiungere, se vuole, qualcosa se pensa che
manchino delle domande importanti.
Credo che per questa intervista, che spero pubblicherete può bastare quanto fin qui detto, anche se mi piace cogliere l’occasione per confermare, che la durezza delle mie parole è rivolta alle responsabilità delle persone citate e non alla loro dignità, è per ribadire ai consapevoli traditori della nostra Costituzione che forse il mio sogno di libertà è impossibile ma la mia patriottica determinazione è fatto certo, che si esaurirà solo dopo che li avrò costretti ad arrestarmi per dichiararmi loro prigioniero politico, o dopo finalmente morto e fuggito via dalle loro viltà.
 Gioacchino Basile    

Quella che segue è un’intervista effettuata per posta elettronica, i mezzi attuali di Cuntrastamu non ci permettono più di questo. Gioacchino Basile    , sindacalista che negli anni più difficili di Palermo denunciò gli interessi mafiosi nei Cantieri Navali, ha mandato a Cuntrastamu e ad altri l’invito a firmare una petizione per essere ascoltato dalla Commissione Antimafia in merito alle stragi del ‘92. Ho colto dunque l’occasione per rivolgere a Basile delle domande più generali.  Pubblico l’intervista integralmente anche se non condivido né il tono né i contenuti di alcuni passaggi dei quali Gioacchino Basile     si assume la totale responsabilità.

C’è una petizione da lei lanciata su internet che richiede il sostegno dei cittadini affinché lei venga ascoltato dalla Commissione Parlamentare Antimafia. Ci può descrivere per sommi capi i motivi di questa richiesta?

Il 3 settembre us. ho scritto e spedito a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno la richiesta d’audizione in Commissione Antimafia, che troverete pubblicata anche sù Google.it, alla quale potrò dimostrare, al di là d’ogni ragionevole dubbio, che la strage di via D’Amelio, fu l’unica soluzione possibile che consentì all’odierno procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, di salvare dall’olocausto giudiziario Fincantieri e tutto il corollario politico-affaristico e criminale, fotografato dal dossier dei ROS – Mafia e Appalti – al quale aveva posto la giusta attenzione Paolo Borsellino per arrivare ai mandanti della strage di Capaci.

L’idea della petizione è stata del medico personale di Bruno Contrada, D.ssa Agnese Pozzi, che pur consapevole di quelle mie ragioni che non aiutano Bruno Contrada, ha apprezzato l’onestà intellettuale e morale delle mie battaglie contro l’esercizio della calunnia mafiosa e di quella antimafiosa, e da persona libera – seppure ferma su alcuni suoi convincimenti – non ha esitato ad offrirmi la sua amicizia ed a regalarmi questa iniziativa, che per altro è stata condivisa con grande dignità anche dalla sorella di Bruno Contrada, la signora Ida.

Dove si può firmare la petizione? Che tipo di impegno comporta la firma?

Questo è il link: http://www.petitiononline.com/nov2009/petition.html. La firma non comporta alcun impegno. Esercita una pressione democratica nei confronti dei politici distratti e di quelli che hanno  l’interesse a far della Commissione Antimafia una passerella di sciacalli, che depistano la verità ed uccidono la speranza di verità e giustizia.

Sono legate in qualche modo diretto la sua vicenda personale, la presenza asfissiante di Cosa Nostra nei Cantieri Navali di Palermo, con la strage che portò alla morte di Paolo Borsellino?


Nella mia battaglia esistenziale contro “cosa nostra” non c’è mai stata alcuna vicenda di tipo personale; l’accozzaglia criminale associata in “cosa nostra” prima del mio schierarmi a muso duro nella trincea della libertà, non mi aveva mai dato alcun disturbo. “Cosa nostra” dentro lo stabilimento navale di Palermo, grazie alla sua potente capacità intimidatrice, svolgeva un ruolo fondamentale; regolava  e  garantiva tutti i patti – da quelli più meschini a quelli molto più importanti degli appalti, ed il silenzio assoluto sullo scandalo sociale che vedeva migliaia di lavoratori in nero che operavano senza alcuna minima tutela economica e normativa.

Per darvi un’idea dell’infame efficienza del grumo sociale, politico, criminale e imprenditoriale che per circa un ventennio s’impose dentro lo stabilimento di Fincantieri a Palermo, grazie alle indegne omissioni della Procura di Palermo, vi notifico che nello stabilimento navale di Palermo furono spenti ben 3000 posti di lavoro senza alcuna opposizione sociale e nel silenzio assoluto.
Il grumo mafioso espresso dalla mafia politica, sindacale e istituzionale, attraverso la politica del tanto peggio tanto meglio, che saziava anche gl’interessi meschini dei singoli, riuscì a fare  d’un grave problema sociale, una potente risorsa politico-clientelare che unitamente alla capacità intimidatrice di “cosa nostra” garantiva la tombale omertà ambientale.

Se volevate sapere cos’è la mafia… ecco, vi ho servito un classico da scuola!!!
Se andrò in Commissione Antimafia dimostrerò, non solo che Vittorio Teresi e pezzi importanti di quella Procura di Palermo non avrebbero mai potuto mettere in atto le indegne omissioni che riguardano il momento topico di questo classico da scuola, ma molto di più!!!

I Ciancimino, ed i “pentiti” di circostanza non sono fonte di verità; troppe volte sono soggetti che trattano la salvezza delle loro vite perdute, dopo essersi saziati con il vissuto criminale è distrutto le vite degli onesti, utilizzando la morte come garanzia ai loro interessi.


Cosa è cambiato a Palermo dagli anni ‘80? Gli arresti di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, Giuffrè, Aglieri e gli altri capimafia, la nascita del movimento Addiopizzo e dell’associazione antiracket sono segnali di un cambiamento reale o soltanto la misura di un arretramento di Cosa Nostra sul piano militare?

A Palermo, così come nel sud del nostro Paese, non è cambiato nulla, se non il fatto che lo Stato – quel potere esecutivo dell’anno 1992 – dopo l’urgente e quindi non pianificata strage di via D’Amelio, fu costretto a tradire quei suoi sgherri che per circa 13 anni aveva utilizzato in funzione militare contro gli uomini onesti delle Istituzioni. La reazione degli infami criminali si realizzò con le stragi del 1993, ma ciò ha segnato la disarticolazione e la fine  delle funzioni socio – politiche di “cosa nostra” anche se ancora oggi, la profusa illegalità determinata dalla sopravvivenza alla povertà, partorisce sempre nuovi infami protagonisti criminali che vogliono emergere da quel nulla, dove la dignità umana vale quasi niente.

Nel mese di giugno del 1999, insieme ad altri ho costituito l’Associazione Antiracket di cui sono stato Presidente fino all’anno 2002. Poi decisi di mollare perchè da quelle parti circola troppa gente inaffidabile, a partire proprio da Tano Grasso. Quando la giustizia assume il volto politico è si mettono valori di civiltà, politica e danaro nello stesso contenitore va sempre male.

In qualità di Presidente dell’Associazione Antiracket e di Consulente del Sindaco di Palermo partecipavo ai comitati per l’ordine e la sicurezza in Prefettura ed in ordine al cosiddetto racket del “pizzo” se la cosa non fosse tragica, ci sarebbe da sconquassarsi dal ridere!!!


Perché una spaccatura così profonda con il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore? Possibile che le persone non riescano a dire cose diverse, a volta anche in contrasto, sentendo però di andare in una direzione comune, che sarebbe quella della ricerca di una verità condivisa?

Quando nell’anno 2002 mi resi conto che il movente della strage di via D’Amelio aveva il volto delle indegne omissioni della Procura di Palermo, cominciai a cercare di mettermi in contatto con i familiari di Paolo Borsellino per sollecitare la Procura di Caltanissetta ad agire con la dovuta attenzione, ma non fui molto fortunato, anche se Manfredi Borsellino fu disponibile ad un amichevole colloquio, che fissò una conferma importantissima al mio solido movente.

Il 29 aprile del 2002, per avere l’opportunità d’interrogare il dottor Vittorio Teresi e costringerlo a dire la verità in qualità di persona offesa sotto giuramento, pubblicai provocatoriamente un comunicato stampa che se non fosse stato formulato con la strategica intenzione di farmi
querelare, poteva tranquillamente definirsi opera d’uno scemo impazzito.

Quella volta centrai l’obbiettivo: Vittorio Teresi mi querelò, e poi fu costretto a mentire sotto giuramento sui fatti che si legano solidamente al mio movente.

Poi – per evitare che con le testimonianze a mia difesa e l’adeguata documentazione che potevo produrre, squarciassero i veli della strage di via D’Amelio – propose il ritiro della querela, che accettai perchè in ogni caso quel Giudice al di là d’ogni ragione opposta al querelante, sarebbe stata costretta a condannarmi per le offese contenute nel comunicato stampa contro il Teresi.
Fornito di sempre più granitiche ragioni, continuai la mia battaglia, seppur consapevole del ruolo inadeguato dei media, di certa magistratura e della politica. Mi restava ancora la speranza che da qualche parte esisteva quel fratello di Paolo Borsellino, che pochi giorni dopo la strage di via D’Amelio, avevo incontrato nelle vicinanze della Cappella che ospitava i resti del nostro Eroe al quale poco prima avevo portato una rosa rossa.
Quella volta – Salvatore mi ha detto di non ricordarsi – incontrai quei suoi occhi che scavavano dentro i miei. Quegli occhi esprimevano tenerezza e gratitudine per l’affettuoso riconoscimento che mi aveva visto fare nei confronti di suo fratello.
La commozione quel pomeriggio m’impedì di abbracciarlo ed esprimergli tutta la solidarietà.

Quel giorno avrei potuto parlargli dei miei dubbi, della maledetta sfortuna che aveva colpito le mie ragioni di uomo libero e la speranza di migliaia di lavoratori e cittadini, che da un decennio insieme a me si battevano contro “cosa nostra” e contro le indegne omissioni della Procura di  Palermo; ma oggi grazie al cielo so che è stato meglio non averlo fatto.
Nei primi giorni del luglio 2007, grazie ad un comune amico, contattai Salvatore Borsellino, e con costui – il prof. Enzo Guidotto – mi recai a Milano per incontrarlo e convincerlo a battersi per la speranza di ottenere Verità e Giustizia per suo fratello.

Quella volta, Salvatore deridendomi, mi disse: “Ma ancora non ti basta quello che hai subito per aver creduto di poter sconfiggere la mafiosità dello Stato?!! “.

Poi come a volermi fare un favore, dopo 10 anni di silenzio, il 16 luglio del 2007  ”tornò in trincea” con una lettera aperta che citava lo scrivente. Quando gli feci rilevare che tutta la stampa – dal livello locale a quello nazionale –  in quella lettera aperta eliminò la parte in cui mi citava, mi rispose: ” Questa è la conferma che tu sei troppo pericoloso per questo sistema, ma non preoccuparti io sono con te, anche se lotteremo contro i mulini a vento!!!”.

Circa quindici giorni dopo, grazie all’intervista ad una tv privata pubblicata su youtube il 2 agosto 2007 compresi che forse non ero in adeguata compagnia: vedere il fratello del mio eroe che nascondeva il viso mi avvilì moltissimo e mi fece comprendere che ancora una volta in questa dura battaglia di libertà ero solo.

Infatti, poco tempo dopo, Salvatore dovette fare i conti con quella sua sorella che, qualche mese dopo la morte di Paolo, aveva comprato due appartamenti da un costruttore, notoriamente amico dei mafiosi, per il valore di 700 milioni (in lire) di cui circa 350 milioni – alla faccia della legalità di cui dopo la morte di Paolo si era fatta paladina (sic.) – furono pagati in nero.

Stiamo parlando di quella sua sorella che si è candidata con quelli che, con Paolo Borsellino vivo, avrebbero avuto ben altre candidature; di quella sua sorella che con Paolo Borsellino vivo non sarebbe andata a fare da stendardo di onestà con quei Magistrati che necessitarono della morte di Paolo Borsellino per porre in atto le indegne omissioni di circostanza, che salvarono le Partecipazioni Statali ed i loro compagni di merenda dall’olocausto giudiziario.

Ma quella sua sorella che se stava dietro il bancone della sua farmacia avrebbe dato un grande contributo alla speranza di Verità e Giustizia per il nostro Eroe, non fu l’unica “debolezza umana” che azzoppò la sua voglia di volare alto verso gl’ideali di Giustizia e Libertà!

Chi scrive, non è stato certamente più fortunato di Paolo Borsellino, anzi.

Due miei fratelli per ben due volte per paura testimoniarono contro di me, nei processi contro “cosa nostra” e successivamente sono stati oggetto di pregiudizio giudiziario per le loro indegne scelte esistenziali, di cui hanno pagato le amare e giuste conseguenze.

Ma mai e poi mai, loro oseranno ricavare profitto morale o di altra natura dai duri prezzi esistenziali pagati ai valori di civiltà dalla mia vita e dalla mia favolosa famiglia.

Dentro la coscienza di Salvatore la speranza era già morta da anni, e quando per motivi parentali fu costretto a non disturbare la convenienza politica di sua sorella, la seppellì definitivamente e fece largo nell’animo suo alla vanità degli uomini senza qualità.

Salvatore ha dei profondi limiti; soffre della piena consapevolezza di non essere all’altezza di Paolo. Vorrebbe volare alto come l’aquila che fu suo fratello, ma poi cade giù come un merlo azzoppato per sua stupidità. Indica nello Stato i mandanti della strage di via D’Amelio, ma poi per sfuggire alla verità, di cui a mio avviso ha paura, spruzza il fango dell’infamia stragista su  Dell’Utri e sul suo padrone Berlusconi, che utilizzarono la capacità intimidatrice di “cosa nostra” così come in quegli anni avevano fatto tutti gli attori del circuito imprenditoriale in Sicilia ed al sud più in generale, per tutelare la loro sicurezza ed i propri interessi sul territorio.

Sa benissimo, ma fa finta di non capire, che lo Stato in quel momento  storico – 1992- aveva il volto di quel potere esecutivo, della “sua opposizione” e di quella Magistratura, di cui Silvio Berlusconi, era solo un  ”compagno di merenda” ben collegato alle logiche consociative.

Salvatore sa benissimo che il tradimento contro suo fratello si è raggrumato dentro la Procura di Palermo, ma volge il dito contro quei Carabinieri di cui suo fratello si fidava.

Lui teorizza la “trattativa” (sic.) e telefona “al professionista delle teorie” Massimo Ciancimino che insieme a suo padre, ai Riina ed ai Provenzano ha danzato indegnamente tutta una vita sulle vite, sulle risorse e sulle speranze dei siciliani onesti e sui cadaveri dei nostri Eroi, ed ancora oggi ne vuole godere gl’infami profitti e dare dignità all’infame mafioso che fu suo padre che poi da confidente o aspirante “pentito” voleva darsi una dignità contrattuale!!! (sic.)

Dà patenti d’eroismo a Magistrati che s’avvitano su comiche teorie dettate dai soliti noti, o forse suggerite da eminenze grige, pur avendo avuto conferma che il mio movente non è mai stato smentito da quei “suoi eroi” che hanno il potere ed il dovere di sbattere in galera i calunniatori.

Salvatore fa domande a Carlo Vizzini, ma poi non pretende risposte; indica Nicola Mancino, ma s’avvinghia “alla munnezza” del “pentito” (sic.) Gaspare Mutolo: fa come quelli che vogliono la scena per darsi una considerazione, ma poi non ha la statura ed il coraggio di affrontare a muso duro quella verità, che lui ben conosce e che lo aveva costretto alla resa alla fine degli anni 90.

Però c’è una cosa che Salvatore Borsellino sembra saper fare benissimo: quella di farsi scudo della grande statura Eroica di suo fratello Paolo per uccidere quella verità con la quale che Lui avrebbe difficoltà a convivere.
Per questo isola Gioacchino Basile     e le granitiche ragioni, che portano dritto dentro lo scenario politico- Istituzionale che godette l’immediato vantaggio giudiziario della morte di suo fratello.
Nel mese di giugno dello scorso anno, e dopo aver atteso per ben 3 mesi una  rettifica sulle sue false e diffamatorie affermazioni in  risposta alla mia dura lettera aperta, è nel solo interesse di salvaguardare la speranza di Verità e Giustizia per suo fratello fui costretto a querelarlo.
Dovetti fare quella querela perchè non potevo permettere ad un inadeguato fratello di un Eroe, che vive di quella opaca luce riflessa, di  uccidere quella mia solida speranza di Verità, che non rende solo Giustizia a suo  fratello, ma anche alla mia vita rubata ed  alla mia famiglia.

Lui invece di vergognarsi per avermi costretto a tanto, con grande piacere degli utili idioti, dei sciacalli e degli assassini di suo fratello, facendo la vittima ha consapevolmente e ulteriormente costruito il mio isolamento; Lui sfugge con il silenzio a quel confronto diretto che vorrei avere con lui e con quelli che lo spalleggiano per miserabile convenienza…

Lui sfugge ai fatti perché non saprebbe reggerli: Lui alla mafia politico-istituzionale ed ai criminali che hanno ucciso suo fratello per inadeguatezza umana ha fatto il più grande dei favori: isolare il mio sogno di verità e giustizia…

Lui, lo dicono i fatti, non vuole la verità: vuole la vuota scena del teatro della vanità…

V’invito a chiedervi: perchè Salvatore, sempre attento ai “pentiti” ai Ciancimino ed agli squallidi che lo utilizzano per meschini fini politici, invece di agire miseramente dietro le quinte fingendosi vittima delle mie critiche e della mia querela, non firma la petizione della D.ssa Agnese Pozzi, medico personale di Bruno Contrada, che chiede con forza la mia audizione in Commissione Antimafia, pur sapendo che sul “ suo protetto” abbiamo posizioni opposte!!!

V’invito a chiedervi: perché la signora Ida Contrada, – sorella di Bruno – ha firmato la petizione che mi vuole in Commissione Antimafia e Salvatore Borsellino e compagnia invece mi isolano?!!! (sic.)  A seguito di questa umana ed onorevole circostanza e senza per questo voler ledere la dignità di alcuno, vi chiedo: cosa sarebbe accaduto agli infami che tradirono Paolo Borsellino, se il nostro Eroe avesse avuto la fortuna d’avere una sorella come la signora Ida?!!!


Lei ritiene che l’attuale situazione politica favorisca il
contrasto ai gruppi mafiosi, non solo in Sicilia ma in tutto il paese?

Il re è ormai nudo, le vuote parole dello sciacallaggio antimafioso non ubriaca più la gente del nostro Paese, anche se attraverso le verità reinterpretate, riescono ancora ad ingannare i giovani e la gente onesta che s’affida pregiudizialmente all’informazione dettata dai “protobugiardi”.

Dopo la strage di via D’Amelio, lo Stato – quel governo e la sua “opposizione” dovette necessariamente rompere i rapporti con “cosa nostra”,  ma per quel governo e quelli successivi s’apriva uno scenario sociale difficile da gestire: la pacifica convivenza fra ricchezza e povertà.

Per scaricare le responsabilità di questo ingestibile fenomeno, hanno dovuto fare largo alle comiche e tragiche “teorie” (sic.) di Tano Grasso, alle storie lacrimevoli ed i fautori della delazione premiata, attraverso l’equivoco del vittimismo imprenditoriale, riuscendo perfino a presentare Confindustria come paladina dell’antimafia!!!!!

Oggi, l’evidenza dell’equivoco – inganno è ormai palese: la povertà è sempre più costretta ad aggrapparsi all’illegalità più meschina che consente a milioni di cittadini del sud Italia di resistere ai bisogni più elementari e  la ricchezza diventa sempre più parassitaria e criminale.

La politica dei ricatti, instaurata dopo le stragi del 1992, ha innescato l’attuale fenomeno socio-economico in cui la condizione criminosa e criminale non si esaurirà mai, fino a quando non si ricostruiranno i plinti sui quali poggiare i pilastri dei valori patriottici della nostra Costituzione.


Da chi dipende maggiormente la confusione e la diversità di punti
di vista su alcuni temi riguardanti la lotta alla mafia (alcuni
esempi: il ruolo di alcune persone come Bruno Contrada o Corrado
Carnevale; l’arresto di Totò Riina; le dichiarazioni del figlio di
Vito Ciancimino; la presunta trattativa tra Stato e mafia)? Dalle
istituzioni? Dalle forze dell’ordine? Dai mezzi d’informazione?
Dall’antimafia?

Non c’è confusione, c’è soltanto una ruvida e arrogante strategia di sopravvivenza politica, che grazie ai noti servi dell’informazione – Oscar Wilde, li definirebbe protobugiardi – costruisce storie fantastiche che s’avvitano sulle vuote parole delle presunzioni, dettate dalla feccia “pentitistica” e raccolte da Magistrati troppe volte inadeguati o interessati al depistaggio.

Lo scrivente può provare al di là d’ogni ragionevole dubbio, che la Magistratura è in grado di nascondere anche la verità più rozza ed infame: a Palermo lo ha fatto per circa 20 anni.

Bruno Contrada non è un servo dei criminali: è stato un fedele servitore di quei governi e di quelle opposizioni che ingannarono e tradirono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri uomini delle Istituzioni. Bruno Contrada è innocente dal capo d’imputazione che lo condanna.


In ultimo, considerata la difficoltà di proporre un’intervista
scritta, le chiedo di aggiungere, se vuole, qualcosa se pensa che
manchino delle domande importanti.

Credo che per questa intervista, che spero pubblicherete, può bastare quanto fin qui detto, anche se mi piace cogliere l’occasione per confermare che la durezza delle mie parole è rivolta alle responsabilità delle persone citate e non alla loro dignità, e per ribadire ai consapevoli traditori della nostra Costituzione che forse il mio sogno di libertà è impossibile ma la mia patriottica determinazione è fatto certo

Postato da: AgnesePozzi a 18:39 | link | commenti

BUBU' LAL-LA7-TTETE' MA CHE INCHIESTE DEL CAVOLO?

LETTERA APERTA AD ANTONELLO PIROSO DI NDP La7
se qualcuno riuscirà ad inoltrargliela, visto che la registrazione  a La7, tentata ben 7 volte, non è possibile.
 
INCHIESTA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA
(sospesa per mancanza di contraddittorio)
 
Caro Piroso,
ma secondo te, così si fanno le inchieste serie? Si vuole far emergere la verità o infossarla definitivamente? Guarda un pò, inviti TUTTI, ma proprio tutti
PIETRO GRASSO
SALVATORE BORSELLINO
VINCENZO SCOTTI
NICOLA MANCINO
GIANCARLO CASELLI
ANTONIO INGROIA
GIUSEPPE LUMIA
LA REPUBBLICA
e perfino l'avvocato di Brusca e Mutolo !!!!
Mancano alla sceneggiata Vizzini, Violante, Teresi, Scalfaro, Di Pietro, Orlando, Prodi (IRI) affinchè il quadretto sia completo...
 
E chi manca poi? Chi manca? Non certo dell'Utri, che perlomeno dovrebbe difendersi essendo stato chiamato in causa da Ciancimino jr...
 
I GRANDI ASSENTI  NON SONO SOLO LA VOLONTA' E LA COSCIENZA DI OFFRIRE LA VERITA' perchè hai dimenticato di invitare l'unico vero soggetto che la detiene e che da anni LA GRIDA in faccia a Napolitano, Caselli, Borsellino, Violante, Ingroia, Mancino, Di Pietro, Violante, Vizzini ecc e chiede a Pisanu e Fini adesso come anni fa ad altri DI ESSERE AUDITO DALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA.
 
MANCA L'INTERLOCUTORE PER ECCELLENZA:
UN TALE GIOACCHINO BASILE!!!
BUBU

e quindi mi chiedo e vi chiedo: "volete la verità o volete ancora cucire chiacchiere inutili, commemorazioni fasulle e pianti di coccodrillo sugli EROI che sono morti o hanno duramente pagato (come Gioacchino Basile    , Sindacalista storico della Fincantieri di Palermo, esiliato, espulso dal sindacato e perfino dal PCI solo per aver urlato la verità su questi intrecci che vengono dipinti in modo del tutto fasullo rispetto a fatti DOCUMENTATI e denunciati da Basile?"
Gioacchino Basile     ha accusato pesantemente una caterva di soloni della lotta alla mafia: perchè non osano denunciarlo?
 
            Il perchè lo potrete capire leggendo <strong>cosa </strong> dice e scrive e soprattutto a <strong>CHI</strong>:
 
il video a Giorgio Napolitano
http://www.youtube.com/watch?v=AzoyBASu5Uk
 
e quella più recente che scrive a Caselli
http://agnesepozzi.splinder.com/post/21665784/LA+LETTERA+MORTA+DI+GIOACCHINO
 
la lettera che Gioacchino Basile     scrive a Salvatore Borsellino
http://blog.libero.it/lavocedimegaride/7856396.html
 
al senatore Pisanu e Fini
http://agnesepozzi.splinder.com/post/21710705/LA+LETTERA+DI+BASILE+AL+SENATO
 
Ha scritto anche a Vizzini ma è un PDF
lettera_aperta_vizzini
 
Insomma CHI E' INTERESSATO ALLA VERITA' non può fare a meno di interpellare Gioacchino Basile    ; specialmente quando in TV ci vanno quelli che Gioacchino Basile     accusa, urlando nel deserto da anni, censurato e boicottato perchè come disse Sciascia "lo Stato non può processare se stesso"!
Nel silenzio, nel depistaggio, nelle menzogne, nell'occultamento prervicace della verità documentata di Basile c'è la ripetizione quotidiana di quelle stragi: Capaci e Via d'Amelio, c'è la morte della Democrazia, il pestaggio della Costituzione e dei valori che la fondano, c'è lo sputo viscido sulla deontologia professionale, sul senso comune del pudore, sui valori che dovrebbero reggere uno stato civile ed alimentare le coscienze, c'è l'uccisione ripetuta ogni volta dei morti-eroi della Giustizia.
 
Si ' avviata una petizione per sostenere Gioacchino Basile    , eroe solitario ma non più solo; e una delle cose giuste che può fare chi legge questo articolo è andarla subito a firmare, pur avevdo opinioni, formazione e convinzioni diverse dalle sue, come me. Gioacchino Basile     non la pensa come me ad esempio su Contrada ma, invece di censurarne il pensiero (come con me fece il "fratello davvero minore" di Paolo Borsellino) io mi batterò per lui e con lui affinchè lui possa esprimere le sue convinzioni basate su documenti, e possa essere convocato dalla Commissione Parlamentare Antimafia. Altrimenti questa Repubblica sedicente democratica e civile, già agonizzante, morirà; sono un'idealista, un'illusa e credo che non sia ancora morta.
Posso solo dire:VERGOGNA, ma chi non ha coscienza non può provare vergogna....

<a href='http://www.ilcannocchiale.it/?claim=CANN161051-2302' target='_blank'>il cannocchiale</a>
 
FIRMATE
http://www.petitiononline.com/nov2009/petition.html
e permettete ad un cittadino di fare solo il suo dovere in nome della Giustizia, quella con la G maiuscola
 
Dott.Agnesina Pozzi
medico di Bruno Contrada, abbandonato dallo Stato che ha servito fedelmente, calunniato da pentiti che ha arrestato, insultato dai presunti paladini dell'antimafia; vittima tre volte.

Postato da: AgnesePozzi a 05:29 | link | commenti

martedì, 17 novembre 2009
LA LETTERA DI BASILE AL SENATORE PISANU ECC

dal sito: http://www.messinaitalia.it/2009/09/gioacchino-basile-ho-scritto-e-spedito-a-mezzo-raccomandata-con-ricevuta-di-ritorno-la-qui-allegata-argomentata-richiesta-daudizione-al-presidente-della-commissione-antimafia-senatore-beppe-pis/

Il 3 settembre us, data non casuale di dolorosa ricorrenza, ho scritto e spedito a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, la quì allegata argomentata richiesta d’audizione al Presidente della Commissione Antimafia, Senatore Beppe Pisanu, epc al Presidente del Senato Renato Schifani ed al Presidente della Camera dei Deputati On Gianfranco Fini.

So perfettamente d’avere poche speranze d’esser audito, perchè la seconda Repubblica è la figlia del ricatto partorita dalle stragi del 1992 ed i ricattatori faranno sentire “il loro velenoso potere”.

Antonio Di Pietro, “inseminato dall’imbroglio politico orlandiano”, dal quale lo AVEVO MESSO IN GUARDIA GIA NELL’ ANNO 2001, molto probabilmente starà zitto per motivi “d’opportunità politica” (sic.)

Ma, non rinuncio a sperare nel fatto che, l’onore di queste tre alte figure Istituzionali, prevalga sulla mafiosità del silenzio.

La missiva in allegato è detta argomentata, perchè in gran parte è già documentata nella sede della Commissione Parlamentare.

Ai media, pur conoscendone i vergognosi limiti, insisto nel chiedere di pubblicare la notizia di merito; agli amici di internet di pubblicarla nei loro siti, a tutti voi di farla viaggiare il più possibile fra la gente per dare speranza ai sogni di libertà dei nostri figli.

Finchè non emergerà la verità sulle stragi del 92, saremo tutti ostaggio di quei ricatti politici, che selezioneranno trasversalmente sempre il peggio dei governi e della dignità Istituzionale.
Gioacchino Basile

Anche questa estate, come dettato dal manuale dei mistificatori del triste teatrino mediatico che da 17 anni ha fissato le sue ridicole recite attorno alla ricorrenza del 19 luglio, si è mandato in scena lo scolorito copione sulla “emersione” di nuovi pentiti, di nuovi indizi, dello smascheramento di falsi “pentiti” dell’ultima ora di cui bisogna ancora capire con certezza l’effettiva funzione, di antichi depistaggi istituzionali e di nuove (e non certamente disinteressate) verità svelate dal figlio di quel Vito Ciancimino.

Le verità di Massimo Ciancimino hanno costretto al clamoroso autogol Luciano Violante che, recuperando “il suo ricordo”, ha svelato “l’involontario favore” processuale concesso al Generale Mario Mori.

In questo interessantissimo caso c’è soprattutto da chiedersi:

1) per quale motivo Luciano Violante si è tenuto ben stretta per 17 anni la notizia che i Carabinieri del Ros “stavano trattando” con Ciancimino (e quindi con la mafia)? ;

2) perché Luciano Violante, che nel 1992 in qualità di Presidente della commissione Antimafia aveva gli stessi poteri della Magistratura e poteva sentire testimoni, non ha aperto un’ indagine?;

3) perché, se non voleva esercitare lui quei poteri-doveri, non ha avvertito il suo amico Caselli che di lì a poco è andato a fare il Procuratore Capo di Palermo?

E poi …l’entrata in scena del criminale Totò Riina – che in definitiva è poi l’unico che, seppur per spirito di vendetta o forse a chiarimento delle sue effettive responsabilità, ha dato un senso a quella semplice verità-.

Grazie a lui si sono delineati chiaramente i contorni della criminosa natura politica che governò il nostro Paese lungo l’arco di quel “consociativismo di cui lui, almeno fino alla strage di Capaci, è stato servo operativo, poi tradito e dato in olocausto “alla giustizia” (insieme a Bruno Contrada) da quei referenti ministeriali che dal 25 settembre 1979 al 19 luglio 1992 in Sicilia garantirono il rispetto dei patti fra politici, partecipazioni statali, CONFINDUSTRIA e sindacati, utilizzando “cosa nostra” in funzione militare contro i nostri eroi delle istituzioni, contro le ragioni dei siciliani e contro l’onore della nostra Costituzione.

Per l’ennesima volta, in Italia, nulla di nuovo sotto il sole: “se continuano a fare le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte…” (T. Pynchon)

Quest’anno però….la “quasi svolta”: il senatore Beppe Lumia e l’On. Fabio Granata (entrambi mi hanno sempre pubblicamente manifestato rispetto e solidarietà) Le hanno proposto un appello bipartisan per aprire finalmente un’inchiesta parlamentare sulle stragi di mafia che è stata da Lei prontamente accolta.

Dopo aver puntato per quasi 15 anni sull’indecente ed infondato movente della vendetta criminale all’esito del maxi processo per dare dignità ideologica a “cosa nostra” ed annegare in quella depistante mistificazione anche il movente dell’assassinio di Salvo Lima, ora la Magistratura s’aggrappa ad un altro ridicolo movente: “la trattativa”.

Signor Presidente, l’equivoco della trattativa altro non è che “il siparietto di carta” che vuole confondere il senso dei contatti fra i referenti istituzionali (servizi non deviati), delegati a utilizzare il crimine in funzione di garanzia “del cosiddetto tavolino”, degli accordi socio-politici, ed i benefici economici che Totò Riina riceveva in contropartita dai potentati economici privati e statalisti.

Dopo la strage di Via D’Amelio bisognava innescare una rottura definitiva con quei referenti “istituzionali” e criminali – Bruno Contrada e Totò Riina- che agivano a tutela dell’infame “modello democratico”.

Chi scrive si è trovato, per conseguenza del proprio operato nel fronte contro la mafia, ad affrontare la nefanda compromissione fra il crimine espresso dalla ricchezza e quello espresso dalla povertà.

Questo è uno scenario che conosco in profondità… un teatro di disperati bisogni umani, dove la vittima che s’intende salvare diventa nemica di quelli che la vogliono aiutare perché nessuna buona volontà emergente dalle povertà può nulla contro quelli che esprimono il loro crimine con la negazione della giustizia, con il ricatto sulla vita e con il potere dei soldi.

Il mio vissuto sul campo, unitamente alle risultanze degli studi di merito del livello di criminologi come il prof. Edwin Sutherland, il prof. Michael Woodwiss ed il nostro prof Vincenzo Ruggeri, m’hanno fatto ben comprendere che “la profondità della natura” di noi siciliani è il frutto malvagio che la storia del potere ha imposto alla nostra gente.

Sono ormai più di 7 anni che argomento, documento e grido forte, anche pubblicamente, che l’urgentissima strage di via D’Amelio realizzò l’immediato interesse di Fincantieri, del grumo mafia e appalti e delle indegne omissioni, dell’attuale sost. Procuratore generale Vittorio Teresi, dell’allora Procuratore Giammanco e di quelli che, in qualità di Procuratori aggiunti, erano a conoscenza del diretto interesse del dottor Paolo Borsellino al granitico esposto-dossier in cui dimostravo l’indegna dirigenza Fincantieri di Palermo…

Il dottor Paolo Borsellino la sera del 25 giugno del 1992, nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo, fra l’altro mi aveva detto: “signor Basile, domattina spedisca subito questo dossier-esposto in Procura dove, anche se al momento non ho la delega su Palermo nella qualità di Procuratore aggiunto, potrò seguirlo attentamente”.

Poi mi chiese una copia di quell’esposto dossier, che con Lui vivo avrebbe scoperchiato l’infame verminaio siciliano che si collegava alle tangenti milanesi, e gli lasciai quella stessa che aveva visionato nella documentazione e letto somma nell’esposizione.

Nell’anno 2003 il Commissario di Polizia, dottor Manfredi Borsellino, mi ha assicurato che non era mai stato trovato in alcun luogo – nel suo ufficio, a casa o fra le cose gestite da suo padre – traccia di quell’esposto dossier.

Questo fatto ci riconduce alla sparizione dell’agenda rossa che i familiari assicurano è sparita subito dopo l’attentato.

Loro non potevano sapere che nella borsa del loro congiunto, oltre all’agenda rossa c’era anche la copia di quell’esposto – dossier, che all’indomani della strage avrebbe potuto accendere la curiosità di qualche Magistrato onesto…

Oggi so che debbo l’onore di aver scoperchiato il verminaio statalista che tradì e che forse tradisce ancora, la nostra Costituzione, a quella mia infantile credulità.

Non riuscivo a pensare che la beffa ed il tradimento andavano in scena, con l’inganno del tutti contro tutti anche se l’immediata nomina di Bruno Contrada a coordinatore nazionale per le indagini di quelle stragi mi notificava la beffa…

Nemmeno successivi e rozzi errori di Giancarlo Caselli riuscirono a tramutare quelli che ritenevo ancora indegni dubbi.

Oggi tutto lo scenario è illuminato a giorno, anche in presenza del “pentito” di circostanza di turno, Angelo Fontana, di cui non mi fiderei nemmeno, se si confessasse davanti alla morte: ai Magistrati onesti, consiglierei di guardare di più alle cose che dice di non sapere, che a quelle che ha dimostrato di conoscere per accreditarsi come “pentito”.

Lui non può non sapere di via D’Amelio e lo scrivente, a Lei ed alla sua commissione, spiegherà il perché!!!

L’emersione della mia granitica verità cominciò a Roma dove il pomeriggio del 25 febbraio del 2002, per cominciare i lavori per la produzione della fiction televisiva ispirata alla mia storia – fortemente voluta dall’On Alfredo Mantovano – nella sala Vivaldi dell’Hotel Majestic, avvenne l’incontro fra lo scrivente, l’On Alfredo Mantovano, il Magistrato che aveva fatto le indagini giudiziarie per conto della commissione Antimafia dottor Gianfranco Donadio, i due produttori, il regista, due sceneggiatori e forse anche qualche accompagnatore.

Quel pomeriggio restai stupefatto dei commenti poco lusinghieri fatti dall’On Alfredo Mantovano e il dottor Gianfranco Donadio nei confronti di quella Procura di Palermo; quella sera, già sull’aereo che mi riportava a casa, lessi per la prima volta le conclusioni di quella relazione Antimafia, approvata all’unanimità: non avevo mai voluto farlo prima perché ero stanco e disposto ad “accettare quella sconfitta” che almeno avrebbe salvato un minimo di occupazione in quel sito navale.

Poi grazie ai miei quaderni a futura memoria a Google ed a Yahoo cominciai le mie indagini.

Speravo con tutte le mie forze di sbagliarmi, ma più indagavo a difesa di Vittorio Teresi e della Procura di Palermo più il mio movente sulla strage di via D’Amelio si faceva prepotentemente largo.

Circa 3 anni prima il mio rientro al lavoro in Fincantieri – avvenuto nel giugno del 1999, grazie alle forti pressioni politiche di questa sua Commissione – era stato preceduto, da quelle solite minacce che più d’intimidire me, avevano il meschino compito di spaventare chi mi stava attorno – vide una folta presenza di Parlamentari palermitani; fra i tantissimi c’era anche il Presidente del Senato, Renato Schifani che mi partecipava la sua solida stima…

In quei circa 4 anni che mi videro viaggiare, da Vicenza a Palermo e viceversa, ogni settimana in aereo per espletare il mio compito di Consulente del Sindaco Leoluca Orlando e di Presidente dell’Associazione Antiracket di Palermo per motivi di sicurezza dormivo presso gli alloggi ufficiali della Caserma Lungaro.

Oggi, ripensando al movente della strage di via D’Amelio, al sabotaggio subito dalla Croma blindata in dotazione alla mia sicurezza che puntava alla mia morte ed a quella dei due addetti alla mia scorta, ed alle indegne dichiarazioni alla stampa, dell’allora Questore ed oggi Capo della nostra Polizia Antonino Manganeli, nell’esclusivo intento di delegittimarmi, ritengo che forse è stato meglio così.

Oggi so che la sorte, mettendomi in cammino in quello che appare l’impossibile viaggio verso la verità, abbia voluto prima di tutto mettermi al sicuro laddove potrei essere ucciso solo per volontà ministeriale e contro l’interesse diretto di Fincantieri: Monfalcone.

Signor Presidente come può constatare è dall’anno 2002 che metto in discussione la mia stessa onorabilità ed i pochi beni della mia famiglia per combattere contro le “concezioni esecutorie” della Procura di Caltanissetta, della Direzione Nazionale Antimafia e dello stesso Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso che il 5 giugno del 2006, utilizzando un onesto Pm della DNA, fu lesto a tentare d’impiccarmi alle dichiarazioni che avevo fatto in conferenza stampa e su “10 minuti del Tg2” in occasione della fiction televisiva… liberamente tratta dalla mia storia. Poi constatando la mia ferma volontà di andare a qualsiasi costo incontro alla verità, mi disse: “purtroppo la competenza di questa cosa è di Caltanissetta”.

I fatti di cui vi documenterò e argomenterò vi dimostreranno che la verità sulle stragi non potrà mai essere accertata da quella stessa potente corporazione – Magistratura – che ha dentro le sue inadeguatezze il velenoso seme omissivo: da Cesare Terranova (25 settembre 1979) a Paolo Borsellino (19 luglio 1992) l’uscita di scena di quegli eroi era la soluzione al problema giudiziario che metteva in difficoltà “il tavolino” del potere esecutivo e dell’opposizione del nostro Paese.

La Magistratura dominante, sempre pronta ad accogliere “il velenoso pentimento” dei peggiori infami e assassini, di gente meschina e interessata a depistare la verità, è sempre fuggita dalle mie ragioni di patriota e di uomo libero, chiudendosi in quel silenzio che all’inizio può apparire giustificato dalle indagini ma poi esprime “l’arroganza esecutoria” di chi detiene il massimo dei poteri contro la verità.

La mia storia “offre in piena visione” le storiche motivazioni delle rinunce d’un popolo da sempre ostaggio dell’inganno politico che si nutre di quel bisogno che abbassa notevolmente il livello della dignità umana dei cittadini e concretizza il profitto affaristico e politico delle iene e degli sciacalli, dei teatri del potere ad ogni costo.

Già negli anni 80, nei tuguri prefettizi palermitani, infami sgherri istituzionali alla Bruno Contrada, scrivevano di me che ero psico-labile è curavano con dovizia certosina, le luride lettere anonime utilizzate dal contesto infernale della calunnia mafiosa di sinistra, contro lo scrivente.

A conferma dell’indegna, omissiva e diffamatoria condotta di quei “siti istituzionali” che agivano in sintonia con la Procura di Palermo, contro i miei patriottici ideali e contro le ragioni di migliaia e migliaia di lavoratori che sottoscrivevano sempre a centinaia le mie denunce contro Fincantieri e “cosa nostra”, ci sono le risultanze investigative della relazione approvata all’unanimità da questa commissione Antimafia il 26 gennaio 1999, relatore Alfredo Mantovano e Presidente Ottaviano Del Turco.

Questo è il sistema che ha “sconfitto” l’uomo Gioacchino Basile ma non le sue ragioni: una storia inconfutabilmente vera che con il tradimento istituzionale e l’isolamento di molti “politici siciliani” della mia stessa area politico-sindacale è stata relegata fra le pieghe della cronaca anche in presenza dei notevoli sforzi e della piena solidarietà dell ‘On. Alfredo Mantovano.

La mia storia è ben conosciuta dal senatore Beppe Lumia, dal senatore Costantino Garraffa, dal senatore Achille Serra, dal suo vice e mio estimatore ed amico On. Fabio Granata; e poi ancora dall’On. Antonio Di Pietro – nel 2001 fui candidato al senato con la sua lista-, dal Presidente del Senato Renato Schifani, che fu mio avvocato in cassazione per il procedimento del lavoro e da tantissimi altri parlamentari e senatori della nostra Repubblica i quali mi hanno sempre espresso pubblicamente stima e solidarietà.

So perfettamente che nessuno è mai riuscito a salvare le sue ragioni e la sua vita provenendo dalle seppur dignitosa povertà delle periferie siciliane, dove i problemi più gravosi che gli onesti si trovano ad affrontare non sono quelli che si trovano davanti ma quelli che si lasciano dietro. Ma le assicuro, sul mio onore di uomo libero, che non uscirò dalla scena della mia vita vinto dalle “esigenze democratiche” di quegli infami che, con le stragi del 1992, si salvarono dall’olocausto giudiziario e che, esercitando poi il ricatto e l’inganno moralista, predisposero su quelle eroiche macerie umane le loro infami fortune economiche e politiche.

Per darLe in pittorica visibilità l’infernale scenario palermitano le notifico che il “pentito” Francesco Onorato, pochi giorni dopo aver ucciso Salvo Lima, girava di casa in casa fra i suoi parenti ed amici invitandoli a votare per Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, ucciso da “cosa nostra” e figlio di Bennardo, quello citato con insistenza, nella strage di Portella della Ginestre…

La morte chiude la sofferenza dell’uomo; il tradimento vissuto – già da ben 27 anni – squarcia ogni giorni le carni degli uomini liberi… Il mio dolore non ha tregua…

Sulla base delle Sue responsabilità Istituzionali e del giuramento fatto alla nostra Costituzione ed alla nostra Repubblica, detiene poteri validi ed efficaci a far accertare, se la mia verità sui fatti che determinarono l’urgente strage di via D’Amelio è degna d’attenzione oppure se lo scrivente è un calunniatore da mandare in galera.

Il sottoscritto ha dato la sua vita in olocausto ai suoi valori: non è il Magistrato ben retribuito che dovrebbe agire con onore e troppe volte non lo fa; non è il poliziotto o il carabiniere che agiscono per retribuito dovere; non è il figlio di Vito Ciancimino; non è il “pentito” di turno; non è la calunniatrice che il nostro Stato ha premiato con la medaglia d’oro…; non è l’infame politico che agisce per suo lurido profitto sfruttando i più elementari bisogni della nostra gente;….è semplicemente Gioacchino Basile

Per questo e per le cose che per motivi di opportunità argomenterò ampiamente in sede di audizione, Le chiedo rispettosamente di ascoltarmi insieme alla Sua commissione, con le dovute garanzie previste dalla legge, nell’interesse dell’Onore del nostro Paese.

Nella malaugurata ipotesi che Lei sfuggisse al suo giuramento di lealtà alla nostra Costituzione, escludendomi dalle audizioni di merito, costringendomi a rivolgermi all’alta Corte di Giustizia Europea dei diritti dell’uomo per denunciare il mio Paese Le comunico, fin d’adesso, che anche Lei contribuirà a dare per l’ennesima volta al nostro Paese ed alla sua storia l’infamia del disonore di coloro che, pur sapendo, tacciono…..

Gioacchino Basile

 

Postato da: AgnesePozzi a 08:59 | link | commenti

giovedì, 12 novembre 2009
GRAZIE MARINA E AMICI REALI E VIRTUALI

Una Stirpe di Scorpioni
Post n°1269 pubblicato il 10 Novembre 2009 da vocedimegaride
 Tag: Agnesina PozziCuono GaglioneLa Voce di MegarideMarina Salvadore



8 novembre: compleanno di Marina Salvadore… 9 novembre: compleanno de La Voce di Megaride…. 11 novembre: … AUGURI, AGNESINA POZZI!
Celebriamo la nostra brigantessa lucana, indomita e fiera, con un omaggio del pittore-brigante CUONO GAGLIONE che dal 7 al 15 dicembre p.v. festeggerà i suoi primi cinquant’anni di carriera artistica nella sua ACERRA, presso il Museo di Pulcinella sito nel Castello Baronale della storica cittadina!
Ma non finisce qua, cara Agnesina, compagna di mille coraggiose avventure… La sorpresa l'abbiamo preparata da tempo... il dipinto originale, del quale assaggi questo bozzetto digitale  che non rende merito al'opera del maestro, ti sarà donato da Cuono Gaglione e “Megaride”, a nome anche di tutti i nostri affezionati lettori e, in particolare, dei nostri beniamini che da anni difendiamo: Bruno Contrada, Carlo Parlanti, Peppe Fontana, al più presto! Serbalo come un trofeo; simbolico tangibile riconoscimento del nostro bene e della nostra ammirazione! Una sorta di medaglia al valor civile che questo Paese non ti darà mai.... quindi ti decoriamo noi!

AUGURI, AGNESINA! L'ITALIA PERBENE SI AUGURA DI VEDERTI ANCORA A LUNGO GALOPPARE IN GROPPA AL TUO DESTRIERO DEL CORAGGIO SULLE PRATERIE ITALIOTE!
 
 
 Commenti al Post:
Una Stirpe di Scorpioni
 
marylon il 10/11/09 alle 23:33 via WEB
Nata anch'io a novembre e precisamente il 2 mi unisco al simpatico coro di 'scorpioni'doc augurando un buonissimo compleanno domani ad Agnesina. Ciao Marina, Marylon
 
 
 
vocedimegaride il 11/11/09 alle 00:08 via WEB
Augurissimi anche a te, "collega" novembrina!
 
 
agnesina pozzi il 11/11/09 alle 06:26 via WEB
Carissima Marina MI AVETE FATTO PIANGERE alle 6 di mattina. Il pianto più bello della mia vita, passata a scontare irriconoscenza, tradimenti, vigliaccheria, meschinità. Ringrazio Dio di avermi liberata da parassiti storici ed avermi donato amici nuovi da cui attingere gioia, affetto, energia. Grazie davvero di cuore, mi avete fatto il regalo più bello della mia vita, lo giuro! Il quadro s'intuisce bellissimo ma ancora più bello è il pensiero affettuoso che ne ha permesso la realizzazione. Ringrazio te in primis, fautrice di azioni splendide ed anche di questa e ringrazio tutti gli amici di FB che hanno partecipato a questo mio compleanno ed anche al regalo. Grazie al Maestro Cuono Gaglione. VI VOGLIO BENE, grazie di vero cuore amici miei Ultimamente il tradimento di alcuni presunti e ritenuti carissimi amici nel piccolo paesino in cui vivevo mi aveva fatto perdere la voglia di vivere. Ciò arrivava dopo tradimenti legati alla mia vita personale, professionale, a quella sociale, a quella politica e culturale. Il colmo davvero. Dio mi ha ridato NUOVI AMICI dopo avermi fatto finalmente aprire gli occhi sui parassiti della mia vita e sono sicura mi ridarà anche quello che altri bastardi (una morta e un altro ancora vivo ma morto dentro)mi hanno DERUBATO per il libro maledetto sui fatti di Cogne (che spero nessuno compri perchè porta male). Quando si agisce col cuore e senza altri interessi che la verità, la giustizia, la dimostrazione d'affetto sincero,Dio ci sta a fianco e si autonomina avvocato e Giudice supremo. Non ho mai covato vendette, non sono capace, ma sono sempre stata vendicata dalla vita. Anche stamattina, predisposta alla tristezza di un compleanno solo e pieno di malinconia, il vostro regalo, il bellissimo pensiero a me che mi avete regalato (compreso questo bellissimo quadro) mi ha dato il repiro, il sole, l'energia. Che dirvi ancora? Grazie, grazie e grazie! la VOSTRA Agnesina
 
Patty Ghera il 11/11/09 alle 08:25 via WEB
Mi unisco a tutte voi essendo anch'io una Scorpione Doc della terza decade.
 
 
kanedda il 11/11/09 alle 14:10 via WEB
Dolcissima Agnesina, penso che per tutti noi, e' un onore averti nelle nostre vite....a proposito, voi due (Agnesina e Marina), ora capisco molte cose, non sapevo foste degli scorpioncini, come sapete Carlo e' nato il primo novembre......:-)
 
Salvatore Santamaria il 11/11/09 alle 20:31 via WEB
Eh, ma qui a Megaride siamo tutti "Scorpyo", novembrini. Sappiamo tutti scendere giù, come i semi nei solchi tracciati nella terra del Tavoliere, per attingere quasi dal nulla risorse nascoste da cui far scaturire nuova vita! CARA AGNESINA, ho imparato a conoscerTi sul "blog" ed ora comprendo in pieno le tue battaglie... che sono anche le mie. TI GIUNGANO ANCHE DA ME I PIU' FERVIDI AGURI DI BUON COMPLEANNO, insiemme con quello che POSSANO ESSERCI ALTRI 100 COMPLEANNI. Ciao, Salvatore. PS ti metto un paio di peszzi di quelli che mi trova mio nipote Matteo su YOUTUBE __________ http://www.youtube.com/watch?v=mkaV_5wSsKE&feature=related _____http://www.youtube.com/watch?v=hR8H8CSojis&feature=related
 

Postato da: AgnesePozzi a 05:48 | link | commenti

lunedì, 09 novembre 2009
LA LETTERA MORTA DI GIOACCHINO BASILE

Preg.mo sig.
 Dott. Giancarlo Caselli
e.p.c.
Preg.mo sig.
Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano;
 
Preg.mo sig.
Dott. Sergio Lari
 c/o  Procura della Repubblica di Caltanissetta;
 
Preg.mo sig.
Proc. Aggiunto presso la Procura di Palermo
 Dott. Antonio Ingroia.
 
Tutti gl’indirizzi e-mail conosciuti dallo scrivente    
 
“Non troverai mai la verità
se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”.
(Eraclito)
 
             Caro Giancarlo, nella remota speranza che tu sia veramente ciò che vuoi apparire nell’immaginario collettivo e non quello che i fatti indicano di te quando ti vestono con gli abiti poco onorevoli di quei gravissimi “errori” che dall’anno 1993 al 1997 determinarono la mia morte civile- mercoledì 2 luglio 2003-, affrontai un lungo viaggio per esporti personalmente la solidità del fondato, motivato e documentato sospetto dell’urgentissima strage di via D’Amelio che il 19 luglio 1992, salvò dalla catastrofe giudiziaria Fincantieri ed i suoi servi politici.
            Il movente di quella strage, il volto degli attori ed il triste teatro, che grazie a quella strage mandò in scena l’indegno copione omissivo che salvò dall’olocausto giudiziario le Partecipazioni Statali ed i suoi servi politici, sindacali e criminali, sono esattamente uguali a quelli che dal 1997-2000  realizzarono l’inganno alla giustizia durante la tua reggenza di Procuratore di Palermo.
            Le beffarde conclusioni di quel processo penale, N.9/98 R.G.C.A.-N.3/2000 ed i fatti che in quel tempo ti videro protagonista in ruolo non certamente edificante per la giustizia, si ricollegano ad altri che li precedettero dal 1993 al 1997 che non sono assolutamente conciliabili con l’onore di chi si dice patriota della Costituzione e Magistrato onesto e senza ombre.
            In quel tempo, sapevo già d’essere ostaggio degli indegni tradimenti Istituzionali, ma convivevo pacificamente con quello che ritenevo un inaccettabile dubbio, di cui tu in quegli anni 1993-2000, non potevi avere cognizione; quello scenario mi si rappresentò nel febbraio del 2002.
            Il 2 settembre 1993, a Filaga, - Palermo - insieme a Fausto Bertinotti, Beppe De Santis, il Prof. Campagna partecipai in qualità di relatore in uno dei consessi dello Stage organizzato dalla “Rete” di Leoluca Orlando. Dopo aver ascoltato la mia storia  e la natura dell’impero criminoso che andava pubblicamente in scena già da ben 11 anni contro un uomo solo, circa 168 indignati studenti universitari padovani – tutti i presenti che ospitava il consesso sul tema “legalità e diritti” - si rivolsero direttamente a te indignati per quanto accadeva sotto gli occhi di quella tua Procura.
            In quel momento storico, erano già circa 3 anni che Fincantieri mi pagava gli stipendi senza farmi entrare nello stabilimento navale - dove oltre che lavorare avrei dovuto svolgere il mio ruolo di rappresentante dei lavoratori - confidavo molto nella lettera-denuncia che gli indignati studenti ti avevano spedito a mezzo raccomandata e della quale m’inviarono copia conforme e le ricevute postali in originale.
            In quel tempo la Procura, da più di 6 anni, aveva già avuto notizie delle compromissione fra crimine, azienda e sindacalisti, a mezzo dell’Esposto del 10 maggio 1987 sottoscritto da 120 lavoratori e delle dichiarazioni dei “pentiti” che già dalla fine degli anni 80 dettavano gli organigrammi criminali dei mandamenti della città con specifico riferimento alla famiglia-clan dei Galatolo al porto ed in Fincantieri nella città di Palermo.
            I giornali avevano pubblicato le mappe del potere criminale di ogni singola borgata della città ma “la sordità” di quella Procura, dove i Magistrati onesti morivano per mano mafiosa ed i servi che li avevano isolati e poi traditi li celebravano, costrinse poi noi lavoratori di Fincantieri a formulare e sottoscrivere - l’ultima con 750 firme - denunce alle pubbliche istituzioni, nel tentativo di opporci a quell’imperio sociale, economico- criminale coperto dal vergognoso copione omissivo che vedeva protagonisti Questori, Prefetti e la suprema regia negazionista della Procura di Palermo.
            In quella battaglia di libertà, perduta per l’alto tradimento delle Istituzioni e dei loro servi criminali, politici e sindacali, fu anche chiuso il Giornale Aziendale che si opponeva alla mafia.
            I giornali nazionali, le tv di Stato e quelle private avevano dato nel tempo più volte notizia delle mie denunce e dello scenario che regnava indisturbato dentro lo stabilimento navale di Fincantieri dove gli stessi criminali - agli inizi dell’anno 1989 - erano stati pagati con false fatturazioni dai dirigenti Fincantieri, il 20 giugno del 1989 attuarono poi il fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone e partecipato militarmente alle stragi per uccidere il Dalla Chiesa e Rocco Chinnici. Vedi Sentenza della Cassazione n. 40799 del 19 ottobre 2004.
            Il 2 novembre del 1989, nell’esercizio delle mie funzioni sindacali, chiamai gli operai allo sciopero contro l’arrogante presenza di “cosa nostra” dentro lo stabilimento navale. I lavoratori accorsero in massa ma alle ore 11 direttamente intimiditi, dai dirigenti Fincantieri, dalla accozzaglia sindacale e da Vincenzo Galatolo “vestito nell’occasione” con la tuta blu si arresero alla paura dei mille volti, che avrebbero potuto innescato le ritorsioni, nel lavoro e nelle loro famiglie.
            La stragrande maggioranza dei lavoratori di Fincantieri e delle ditte esterne che si erano uniti a noi, abitavano e vivevano da intere generazioni nella borgata marinara dominata dai Galatolo.
Due mesi dopo, il nucleo criminale dominante nella borgata marinara, fu in parte arrestato grazie all’operazione Big. John. In soccorso di Fincantieri, di “cosa nostra” e della strategia omissiva della Procura arrivò la tempestiva intervista pubblica del ben noto Carlo Vizzini al quale dopo pochi giorni risposi in modo diretto, a mezzo stampa.
            Era il 7 marzo del 1990 ed in risposta al professionista dell’inganno morale ed alla mia pubblica richiesta d’essere ascoltato dalla Procura, i servi del teatro mafioso cominciarono a tessere attorno a me quell’olocausto civile politico economico che avrebbe dovuto distruggere i sogni di un uomo che, al piangersi addosso e maledire continuamente la notte, preferiva donarsi alla speranza di accendere un lumino per squarciare il fitto buio, imposto anche dal protagonismo di quei quaraqquàqua, che agendo per obbligo di coscienza, sanno ingravidare il male, più dei consapevoli vili.
            Tornando a quella lettera – denuncia, delegasti ad ascoltarmi la PM Nicoletta Bolelli che dopo regolare convocazione, incontrai alle ore 17, del 16 dicembre del 1993.
            Quando vuoi, grazie ai miei appunti a futura memoria, sarò in grado rappresentarti tutto con i dovuti e precisi particolari; anche quelli che videro questa PM protagonista nell’infelice ruolo di chi con cento scuse e mille disagi si rifiutò di mettere a verbale quanto dicevo e supportavo con adeguata ed inoppugnabile documentazione.
            La Dottoressa Nicoletta Bolelli, trincerandosi dietro il fatto che di quelle cose dovevo parlare con te, “governò” le mie ragioni di uomo libero fino alle ore 15,40 del 13 luglio del 1995: quando ormai l’inganno istituzionalizzato contro le mie ragioni civili ed ideali, era stato servito e Lei qualche giorno dopo – lunedì 17 luglio – lasciava finalmente quella Procura, con il disagio di chi aveva avuto imposto un ruolo mortificante.
<< Signor Basile, >> mi disse testualmente quella volta la Dottoressa Nicoletta Bolelli, alla vigilia della sua fuga da Palermo << quello che possiamo fare è stilare un verbale in cui Lei chiede di essere ascoltato da Giancarlo Caselli ed un suo Sostituto…>>
Erano passati 2 anni dall’appello – denuncia degli studenti e 19 mesi dal mio primo incontro con la Dottoressa Nicoletta Bolelli e quella fu l’unica cosa concreta che ottenni dopo molte ore di colloqui con quella PM – nei vari incontri tesi a governarmi con l’illusione d’incontrarti – che nel congedarci per sempre mi disse: << signor Basile, ma Lei cosa pensa di ottenere!...>>
<< Dottoressa, >> gli risposi << so perfettamente che solo il buon Dio mi può salvare dall’inferno sulla terra che hanno predisposto per uccidere i miei sogni di libertà. Con il tradimento e l’inganno mi hanno tolto tutto, anche la speranza. Ma non riusciranno a togliere dignità alle mie ragioni di cittadino delle borgate palermitane, ed ai miei ideali di uomo libero da meschine convenienze….>
            Grazie alla “sordità ed alla cecità” della tua Procura mi fu rubato il lavoro e si fece di me un morto civile: per costruire quella sentenza d’Appello dei Giudici del lavoro ci fu bisogno anche dell’infedele patrocinio del “mio amico avvocato” e delle indegne omissioni di Prefetti e Questori.
            Ciò accadeva anche in presenza del fatto che: nell’autunno di quell’anno -1993 – “il pentito” Marco Favaloro quello che per circa un decennio – osservando i miei spostamenti e indagando i miei contatti - era stato uno dei miei diretti e infami carnefici aveva già consentito l’arresto di Salvino Madonia. Ed il 29 novembre, circa 2 settimane prima che fossi convocato dalla Dottoressa Nicoletta Bolelli, a Misilmeri – Pa – con rituale mafioso era stato ucciso Bartolo Fiore, un ex operaio che per ragioni di malattia era poi passato alle mansioni di guardiano Fincantieri: quell’omicidio funzionale alle strategie criminali e aziendali, come da copione mafioso, un attimo dopo fu coperto dal fango infamante degli sgherri aziendali, a cominciare proprio dal quel capo dei guardiani che aveva maggiori responsabilità nella tutela dei beni aziendali.
            In quei due anni, accadde proprio di tutto, anche l’inspiegabile rinuncia della Procura di Palermo a non avvalersi alla mia testimonianza nel Processo a Bruno Contrada: eppure - non ero un mercenario di verità-  avevo una trasparente storia che dettava le vergogne di quella Procura ed avevo dimostrato senza ombra di dubbio –con foto e logica spiegazione planimetrica – l’esistenza di quella “saletta riservata” nel ristorante “il Delfino” indicata dal “pentito” di turno.
            Quella volta diedi la mia piena disponibilità a testimoniare e le foto alla Procura per tre motivi: 1) perché m’indignai dell’arrogante negazione dell’esistenza di “quella saletta” da parte di Bruno Contrada e del proprietario del ristorante; 2) perché quel ristorante era conosciuto anche da moltissimi poliziotti, magistrati e sciacalli di professione “antimafiosi” che stavano in silenzio; 3) perché sentendo forte l’isolamento attorno a me, governato principalmente dai Leoluca Orlando, volevo approfittare dell’occasione per gridare forte che c’ero ancora.
            Pensavo a tutto questo quel 2 luglio 2003 mentre affrontavo quel lungo ed afoso viaggio in treno che da Trieste mi portava a Torino.
            Il giorno dopo, alle ore 11,30 di giovedì 3 luglio, al n. 130 di Corso Vittorio Emanuele II, mentre salivo le scale che mi portarono nel tuo ufficio di Procuratore Generale sito nella scala E, ero certo che la tua reggenza della Procura di Palermo era stata segnata “dalle difficoltà” di quel momento storico (1993-2000) ed avevano scontato “le debolezze legate al Processo Andreotti.”
            I vergognosi “errori” del 1993 che ti riguardano si riconfermarono con rozza  arroganza in difesa di Fincantieri e contro il mio patriottismo di cittadino leale alla Costituzione nel ( Processo N.9/98 R.G.C.A.-N.3/2000 Sent)
            Già nell’estate del 1982 la Procura palermitana, nell’occasione d’un duplice omicidio, avvenuto in via E. Di Blasi a Palermo, aveva utilizzato il “grossolano errore”  del bene informato Alberto Di Pisa per non disturbare quel grumo criminoso di Mafia e Appalti che aveva insediato il suo cuore marcio dentro lo stabilimento di Fincantieri e dentro il Porto di Palermo.
            Da ben 27 anni la mia storia spiega perché tutto si doveva muovere contro i nostri Eroi in quella Procura dominata dall’inganno e dalla calunnia contro la Verità e la Giustizia.
            Quando finalmente un Magistrato – Luigi Patronaggio- degno di tali funzioni e degno collega dei nostri Eroi arrivò alla Procura di Palermo ad esercitare quell’azione penale che diedi vita al procedimento penale a carico di Vito Galatolo, uno dei personaggi dell’omonima famigli mafiosa del quartiere che amministrava Cosa Nostra all’interno degli stabilimenti di Fincantieri a Palermo.
            Il procedimento de quo si concludeva con sentenza di condanna alla pena di anni 6 di reclusione dell’imputato Galatolo per il reato di minacce ed incendio consumato ai danni dell’esercizio commerciale di mia moglie, Messina Rosalia.
            La mia esclusione dalle parti civili credo sia stata una indegna omissione che dovrebbe fare scuola….e tu, “mio caro amico”, eri il capo in quella Procura che costrinse Luigi Patronaggio ad accettare un provvisorio posto di Pretore a Bagheria in attesa di adeguata sede alla sua alta professionalità.
            Fu così che la calunnia contro la Giustizia, la Verità e la speranza dei siciliani onesti fu rimandata in scena in quella Procura che in ogni caso e non casualmente aveva il tuo volto. 
“Non sono altro che falsi apostoli, che lavorano con inganno e si fingono apostoli di Cristo. Non c’è da meravigliarsene, visto che anche Satana finge di essere un angelo. Quindi non è strano che i suoi aiutanti fingano di essere apostoli che lavorano al servizio di Dio che salva. Ma la loro fine sarà ”degna delle loro opere”.
( 2 Corinzi 11,13-15 )
            Grazie alle indegne omissioni di quella tua Procura che aveva il volto di Vittorio Teresi e di altri attori che al momento devo definire invisibili, Fincantieri da indegna complice dei criminali venne anche risarcita in qualità di vittima dei fatti di reato successivamente accertati.
            Ancora oggi spero però che tu possa giustificare “i pesantissimi errori” che ti riguardano perché di certo non potevi sapere che i protagonisti di quel triste teatrino omissivo erano gli stessi attori che per recitare lo stesso copione dei tuoi giorni ebbero bisogno di un’infame strage che determinasse l’uscita di scena di un uomo di valore, di un Magistrato vero, di Paolo Borsellino.
            Fincantieri è il volto dello Stato che dominò nell’area portuale anche gli appalti, ben più importanti avviati dopo la mareggiata del 1973, riguardanti il riassetto e le importantissimi opere portuali che in quasi vent’anni di gestione “predatoria” inghiottirono migliaia di miliardi delle vecchie lire di fondi statali ed Europei (alla fine degli anni 90 avevano già stravolto totalmente tutta la costa che va dal porto, passa da Marina di Villa Igea e si ferma all’Arenella non disdegnando di affondare centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e speciali e amianto prodotti dall’azienda…. quest’ultimi sempre gestiti “da cosa nostra”, sempre sotto l’occhio “distratto” della Guardia Di Finanza, della Guardia Costiera, Dell’Ente Porto..).
            L’arrogante volto delle Partecipazioni Statali, in concorso con altri dentro il porto di Palermo, utilizzò le funzioni di garanzia di “cosa nostra” per tracimare letteralmente in funzione privatistica, le enormi risorse economiche, messe in campo dalla comunità Europea, dai governi nazionali e quelli regionali, nella produzione delle nuove costruzioni, nelle riparazioni e nelle trasformazioni, nelle ristrutturazione interna, nella costruzione dei Bacini in muratura.
A questo punto credo che legittimamente si posso gridare forte che Luigi Patronaggio fù molto, ma molto più fortunato di Paolo Borsellino.
            Mio caro – spero - amico,
            prova per un attimo a pensare alle dimensioni della catastrofe giudiziaria che si sarebbe innescata se i soliti infami non avessero predisposto immediatamente la strage per uccidere Paolo Borsellino, che in quel momento storico era praticamente l’uomo più credibile del Paese. Lui era l’uomo che poteva saldare la sua onesta e leale determinazione a tre importanti fattori: l’esser degno servitore della nostra Costituzione; la determinazione a voler vendicare civilmente la morte del suo unico vero amico Giovanni Falcone, di cui ben intuiva che il movente della morte s’annidava dentro il cuore marcio dei grandi appalti e della corruttela politica; la consapevolezza che, grazie a Gioacchino Basile di cui ben conosceva la storia, ora aveva  nelle mani “il grumo marcio” di quel sistema politico mafioso che in Sicilia dalla fine degli anni 70 e fino al 23 maggio 1992 aveva massacrato tutti gli uomini onesti delle Istituzioni.
            La mia storia conosciuta anche attraverso atti parlamentari era già pubblica su tv e giornali nazionali già da almeno 7 anni ed a proposito del grumo compromissorio che mi trovavo a combattere l’avvocato e parlamentare Alfredo Galasso su Micromega 1/91 scriveva:
«È stata criticata, in questi anni, anche a sinistra, la tendenza a privilegiare la via giudiziaria nella lotta antimafia e si è più volte, sempre a sinistra, sollecitata un’iniziativa di massa contro il sistema di potere mafioso. Eppure, in questa occasione, un operaio del cantiere navale, tradizionale roccaforte della classe lavoratrice a Palermo, è stato lasciato solo, è stato espulso dal sindacato cui era iscritto, proprio nel momento in cui provava a coinvolgere nella lotta antimafia non solo i giudici ma i suoi compagni di lavoro. La pigrizia, l’abitudine all’accomodamento, la caduta dei valori ideali, l’ottusità culturale, forse anche la paura, hanno impedito di cogliere il significato profondo di una denuncia e di una battaglia anche individuale.
           “Mio caro amico”, come puoi ben constatare fin da quel nostro primo incontro voluto da Luigi Patronaggio - autunno del 1996 - sapevo di quelle tue difficoltà che avevano fatto da cornice alla mia morte civile è che - malgrado le stragi - resero campo libero per altri 5 anni alle indegne compromissioni fra Fincantieri, sindacati confederali, politici antimafiosi e “cosa nostra”.
            Per questo quella volta ti regalai il bel romanzo di Maurizio Reggiani, “Il coraggio del pettirosso” edito da Feltrinelli: ti volli lanciare un importante messaggio, che forse non hai colto perché non hai mai letto quel libro dove il romanziere struttura la sua storia, sul sogno quasi impossibile d’un piccolo pettirosso che, seppur ferito ad una ala dagli artigli del falchetto – il re degli uccelli del bosco – a cui aveva osato chiedere la libertà di volare più in alto, continuò a volare in modo buffo sotto gli occhi divertiti degli altri uccelli, del falchetto e dei suoi sgherri….pian pianino e con tenacia, alla fine però riuscì a volare tanto in alto da cagare in testa al re degli uccelli del bosco ed ai suoi servi.   
            Mio caro – spero di vero cuore – amico, in Piazza XIII Vittime a Palermo, alla fine degli anni 80 è stata eretta la calunnia d’acciaio contro la verità: quel monumento in onore dei caduti contro la mafia è la beffa più infame che le Partecipazioni Statali potevano esercitare contro la verità e contro gli uomini delle Istituzioni leali, fino alle estreme conseguenze alla nostra Costituzione. Quella calunnia contro la verità fu montata in quel luogo dai compagni di merenda e dai servi dei Galatolo che subito dopo il completamento della beffa – “lavoro” – andarono a mangiare e bere in una trattoria di pesce al “Borgo Vecchio” per festeggiare il loro potere di assassini e calunniatori. La base, invisibile, di quella calunnia è un pentagono d’acciaio che ha l’anima centrale di circa 60 mm, scalando ai bordi fino a circa 30 mm: per loro disgrazia quella base l’ha composta Gioacchino Basile, che troverà pace solo quando gli onesti di questo nostro Paese abbatteranno quella beffa che ha il volto “delle Istituzioni democratiche” selezionate da quel consociativismo politico, che nei piani del compagno Enrico Berlinguer avrebbe dovuto avere ben altri risvolti morali, culturali, civili e democratici.
            Sono ormai passati ben 6 ani da quel nostro incontro a Torino ma da parte tua non ho visto o udito alcuna iniziativa che volgesse a favore della verità, di qualsiasi verità… anche quella che potrebbe vedermi nelle vesti di calunniatore delle Istituzioni.
            Come ben ricordi nei giorni a seguire per dettarti la mia stima anche in presenza dei fatti sopra citati e del costo pagato ai tuoi errori, nella speranza di vederti emergere da protagonista in difesa della nostra Costituzione, ti scrissi un paio di e-mail che sono rimaste senza alcun riscontro…
            Giancarlo, ancora oggi, malgrado tutto spero ancora che tu non sarai fra quelli che “faranno la fine del falchetto e dei suoi servi.............”.
            Quest’anno la ricorrenza del 19 luglio arriva di domenica e se vuoi può diventare un buon motivo di coraggiosa riflessione per recuperare il tuo valore umano e ideale, svalutato dagli errori.
 
 
 Gioacchino Basile

Lettera del 16 luglio 2009

Postato da: AgnesePozzi a 21:35 | link | commenti

sabato, 07 novembre 2009
LE MANI MOZZATE

 

LE MANI MOZZATE

 

Non venite a raccontarmi fesserie. Alla rapina non ci credo e meno che mai credo ad un rapinatore o ladro che amputa le mani alla sua vittima in uno scatto di rabbia o di follia. Ancora meno credo che il presunto ladro abbia portato con sé le mani amputate per poi derubarle con calma degli anelli. Non regge!

Immaginavo la vittima come mia nonna o mia zia: una dolce e innocua vecchietta, mite, modesta, anche messa male, esteticamente trascurata, provata dalla vita; la immaginavo tranquilla a fare l’uncinetto, a leggere il giornale accanto al caminetto e a dirsi il rosario. Poi  hanno trasmesso le immagini di una donna che nulla aveva a che fare con le connette che conosco  ed ho conosciuto almeno dalle mie parti. Ho visto una donna cotonata, con rossetto e smalto e tanto di scollatura. Una donna matura piuttosto piacente e con il desiderio di piacere probabilmente anche in vecchiaia. Ci sono persone insomma, buon per loro, che non si arrendono al tempo e mantengono inalterata una sorta di civetteria, allenandosi sempre alla seduzione.

 

 

ora, lungi da me l’idea di infangare la memoria di questa poveretta di 84 anni a cui hanno mozzato le mani, ma credo che occorre leggermente scavare nel fango per avere speranza di trovare l’assassino. E credo che questo NON SIA AFFATTO UN FOLLE. In questo gesto terribile e macabro leggo una rabbia inaudita insieme ad un covato sentimento di vendetta. Una vendetta magari covata per anni, tanti anni. Le domande che mi sorgono son queste: la signora potrebbe aver sedotto un ragazzino negli anni passati? Già perché dietro un gesto violento c’è sempre un altro gesto violento. O meglio, viaggiando nel mostro che alberga in ogni essere umano ripenso a quel vecchio porco, amico di mio zio, che tentò di usarmi violenza quando avevo poco più di 6 anni. Evitai il peggio grazie alla mia intelligenza, grazie all’intuizione di un “peggio” che neppure capivo cos’era, grazie all’aiuto di Dio non so: con la scusa di andare a prendere un bambolotto mi chiusi a chiave in una stanza e barricai anche il balconcino che dava su un terrazzo cui si poteva accedere  da un altro ingresso. E attesi mia nonna tremando sotto le coperte e chiedendomi che cavolo voleva quello lì, perché mi aveva afferrato ed aveva tentato di abbassarsi i pantaloni. Lo capii quando ero più grandicella e covai covai e covai una rabbia inesprimibile che si concretizzò nel desiderio di ucciderlo. Probabilmente lo avrei ucciso tagliandogli non solo le mani ma anche l’uccello, se non lo avessi ritrovato, negli anni dell’adolescenza, disfatto e su una sedia a rotelle. La vita per fortuna mia e sua, mi aveva vendicata.  Dunque chissà come mai, nell’ascoltare quella terribile notizia, mi venne in mente la mia esperienza,  e riagganciai quel gesto rabbioso alla mia rabbia di allora.  La vecchietta ha aperto a qualcuno che conosceva. Non c’è stato infatti scasso anche se tutto era sottosopra: scena del crimine immagino impregnata di rabbia, tanta rabbia, solo rabbia. Allora l’assassino occorre cercarlo tra le conoscenze della signora, occorre cercare nelle foto, nelle telefonate, nelle lettere forse, nei trascorsi non esclusi anche famigliari. Ho questa sensazione e chiedo perdono alla famiglia se questa intuizione può offendere loro e la memoria della loro congiunta. Nessun ladro slavo o nordafricano, nessun tossico o delinquente italiano o straniero perpetrerebbe una simile atrocità se non avesse motivi ben più gravi di una rapina. Se non è rabbia è follia pura. Tertium non datur.

 

Agnesina Pozzi

Postato da: AgnesePozzi a 08:26 | link | commenti

mercoledì, 04 novembre 2009
RICORSO AVVERSO DECISIONE CASSAZIONE

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Studio Legale Lipera
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Avv. Grazia Coco

 

Avv. Marilisa Prestanicola
Avv. Giuseppe Palazzo                             
Avv. Claudia Branciforti
Avv. Pietro Lipera
Avv. Salvatore Cavallaro
Avv. Salvatore Ficarra
Avv. Grazia Saitta
Dr. Marco Lipera   Psicologo                        
Dr. Patr. Leg. Francesco Preti
Dr. Angelo Catalano
Dr. Antonella Di Giovanni
Dr. Vanessa Belfiore
Dr. Laura Salice
 
Udienza 12/11/09
Ricorso n. 014678/09 R.G.
 
ECC.MA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SETTIMA SEZIONE PENALE
MEMORIE DEFENSIONALI
     Qual difensore di
     BRUNO CONTRADA, ex Dirigente Generale della Polizia di Stato, nato a Napoli il 2/9/1931, persona offesa nel procedimento penale n. 1877/07 RGNR – 521/08 RGGIP, a carico di ignoti in ordine ai delitti di cui agli artt. 368, 371 bis, 372, 326 e 595 c.p,
RICORRENTE
 
Tende la presente memoria difensiva ad evidenziare alcuni aspetti - significativi di questa singolare, e ormai nota e pubblica vicenda giudiziaria - i quali dimostrano la fondatezza e legittimità dei motivi di censura del ricorso proposto evidenziando, la illogicità e contraddittorietà della impugnata ordinanza di archiviazione.
 
Le denunciate violazioni di legge, in relazione agli artt. 409, 410 c.p.p.ed in correlazione agli artt. 412 c.p.p. e 112 Cost., fanno sostanzialmente riferimento al mancato controllo del GIP sulla riscontrata inazione del P.M..  
 
Il Giudice per le indagini preliminari, durante la fase delle indagini, interviene o, meglio, ha il dovere di intervenire in funzione di garanzia in tema di diritti fondamentali, di speditezza del procedimento, di obbligatorietà dell’azione penale e di assunzione anticipata della prova; egli deve rivestire una posizione di terzietà ed adottare le sue determinazioni prescindendo da ogni valutazione sull’andamento e sulla gestione delle indagini, intervenendo solo se richiesto e solo nelle ipotesi tassativamente previste dalla legge.
 
In linea con tale ruolo di garanzia, è al G.I.P., all’esito delle indagini preliminari, che spetta verificare, in assoluta terzietà, coerentemente con l’impostazione accusatoria del vigente codice di rito, il pieno rispetto del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale; in altri termini è al G.I.P. che è demandato il controllo sulla “inazione del P.M.”, per garantire sia l’indagato sia la persona offesa da errori di valutazione ovvero opzioni opportunistiche, che potrebbero condurre ad un esercizio discriminatorio dell’azione penale.
 
A garanzia della completezza delle indagini e, quindi, del rispetto del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, sono stati predisposti dal legislatore diversi meccanismi di controllo sulla richiesta di archiviazione avanzata dal P.M.: le indagini coatte e l’imputazione coatta ad opera del G.I.P. (art.409 c.p.p.), l’opposizione da parte della persona offesa (art.410 c.p.p.) nonché l’avocazione delle indagini da parte del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello (arrt.412 e 413 c.p.p.): il tutto – spiega la Corte Costituzionale – in coerenza con il favor actionis radicato nell’art.112 Cost.
 
A norma dell’art. 409 c.p.p. il G.I.P., se non accoglie la richiesta di archiviazione, fissa la data della camera di consiglio, facendone dare avviso al P.M., all’indagato ed alla persona offesa.
 
All’esito di tale udienza il Giudice avrà la possibilità di accogliere, con ordinanza la richiesta de qua ovvero, nel caso in cui non condivida le conclusioni del P.M., potrà indicare ulteriori indagini o disporre la formulazione dell’imputazione. L’udienza camerale, passaggio assolutamente necessario ove il G.I.P. non condivida le conclusioni del P.M. in ordine alla superfluità del processo (ex multis, Cass. Pen. 22.05/18.07.2003 n. 30270 e 20.05/22.06.2004 n.27984), ha la finalità di consentire attraverso il confronto tra le parti una più approfondita valutazione in merito alla necessità di svolgere ulteriori indagini.
 
Il G.I.P., quindi, nel caso in cui ritenga incompleti gli accertamenti svolti, disporrà ulteriori indagini, indicando al P.M. il termine indispensabile per il loro compimento. Tale potere integrativo rappresenta lo strumento più efficace a disposizione del G.I.P. per garantire il concreto rispetto del principio di completezza delle indagini preliminari e, quindi, per dare concreta attuazione al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, fissato dall’art.112 Cost..
 
L’ordinanza di prosecuzione delle indagini è provvedimento ordinatorio ed è inoppugnabile, stante la sua inidoneità a definire il procedimento.
 
Ora, il primo problema che si pone in relazione all’ordinanza prevista dall’art.409, IV comma, c.p.p. è la definizione degli spazi di azione concessi al G.I.P., vale a dire se egli debba limitarsi ad indicare i temi d’indagine da approfondire oppure se possa disporre specifici atti di indagine da compiere. In merito è intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza n.253/91, che, nel respingere il dubbio di costituzionalità dell’art.409 c.p.p. con riferimento agli artt.2, 3, 97 e 112 Cost., ha precisato che l’obbligo per il P.M. di compiere le indagini indicate dal Giudice non è avulso rispetto a quello di compiere ogni attività necessaria per assumere le determinazioni inerenti l’esercizio dell’azione penale, ragion per cui l’indicazione del Giudice opera come devoluzione di un tema d’indagine che il P.M. è chiamato a sviluppare.
 
Ciò non toglie, tuttavia, che il Giudice, al fine di evitare che il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale sia vanificato, possa attivarsi ed indicare specifici atti d’indagine per ovviare alle carenze investigative del P.M., fermo restando che quest’ultimo può comunque svolgere anche ogni altra attività necessaria per le determinazioni inerenti l’esercizio dell’azione penale.
 
Il P.M., infatti, è senz’altro tenuto ad adempiere all’ordinanza emessa dal giudice (non potendosi configurare un conflitto di competenza tra P.M. e G.I.P. in ordine all’eventuale difforme opinione sulla necessità o meno di svolgere ulteriori indagini, destinato a risolversi o con l’avocazione delle indagini da parte della Procura Generale o con la decisione del G.I.P. di ordinare la formulazione dell’imputazione coatta), sviluppando i temi ivi indicati.
 
Ciò detto è possibile che il P.M. non ottemperi alle disposizioni del G.I.P. (come nel caso che ci occupa) per mera inerzia ovvero perché ancorato saldamente ed ostinatamente all’opinione già espressa sulla superfluità o non praticabilità di ulteriori indagini; in tal caso non sono contemplate sanzioni processuali ed il G.I.P., dovrà soltanto disporre l’imputazione coatta, fermo restando il rischio di un esercizio solo apparente dell’azione penale in ragione degli elementi insufficienti raccolti dal P.M.. Per altro verso resta sempre possibile che il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, al corrente della vicenda in virtù del disposto normativo di cui all’art.409, III comma, c.p.p. (strumentale proprio all’esercizio dell’attività di controllo demandatagli), disponga l’avocazione, al fine di compiere le investigazioni omesse dal P.M..
 
La sopra descritta legittima procedura, ispirata alla incondizionata protezione dell’interesse della parte offesa, è stata violata dalla decisione di archiviazione disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari.
 
Nello specifico, il Dott. Bruno Contrada, al fine di contrastare l’inazione del P.M., ha assolto al suo onere di opponente alla richiesta di archiviazione, formulando in maniera precisissima i temi di indagine o, più correttamente, le indagini suppletive ed i relativi elementi di prova (e segnatamente: sentire i pentiti Gaspare Mutolo ed Elmo Francesco nonché gli Ufficiali dei Carabinieri Canale, Del Sole e Sinico; sentire il Magistrato Dott. Giuseppe Maria Ayala, il quale potrà riferire essendo intervenuto nei luoghi della strage del 19/7/92 ed in quanto a conoscenza della famosa agenda rossa; sentire il Questore dott. Ignazio D’Antone, per riferire sulla vicenda del fallito attentato al Giudice Falcone all’Addaura; sentire il di lui calunniatore M.llo dei Carabinieri Tummino, artificiere intervenuto all’Addaura; acquisire tutti gli atti relativi alla vicenda Addaura; disporre su tutte le richieste istruttorie avanzate dalla parte offesa nel corso del suo recente interrogatorio reso al carcere militare su delega del GIP di Caltanissetta al Magistrato di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere).
 
Dal che consegue che il Giudice era tenuto alla verifica della legittimità della richiesta di archiviazione prendendo in considerazione, nella dialettica delle posizioni delle parti, gli ulteriori temi investigativi e le relative fonti di prova indicati dalla parte offesa.
 
Non è possibile affermare che l’esposto denuncia presentato dal Dott. Contrada nel 2007, e i successivi indicati temi di indagini e relative fonti di prova, difettino dei requisiti della concretezza e specificità.
 
Tali condizioni di legge sopra esposte, e cioè quelle stabilite dall’art. 410 c.p.p., che rendono idoneo l’atto di opposizione all’archiviazione, sono state oggetto di DISCREZIONALE ESTENSIONE e di VALUTAZIONE ANTICIPATA DI MERITO da parte del GIP.
 
Anche in questo riposa l’illegittimità del provvedimento impugnato.
 
L’indicazione dei temi di indagine ben delineati nell’esposto denunzia ed i relativi mezzi di prova richiesti rivivono ancor più in questo preciso momento storico, se letti insieme alle ultime vicende giudiziarie che vedono in questi giorni impegnata la magistratura inquirente siciliana (così si legge nei giornali nazionali da alcuni mesi a questa parte) nel ripercorrere, perché quasi certamente errata, tutta la storia criminale dal 1992 ad oggi e ancor più in particolare il periodo che va dal fallito attentato all’Addaura, alla strage di Capaci fino alla strage di Via D’Amelio.
 
LA LEGGENDA NAZIONALPOPOLARE, ANCORCHE’ METROPOLITANA
 
Verità è che si voleva a tutti i costi che il dott. Ignazio D’ANTONE apparisse come uomo di Contrada (in effetti i due colleghi, funzionari di polizia entrambi, furono gerarchicamente vicini quando negli anni ’70 Contrada era Capo della Squadra Mobile di Palermo e D’ANTONE ne dirigeva una Sezione).
 
Tutto inizia proprio nel 1989, in occasione del famoso attentato all’Addaura (tentativo fallito o minaccioso avvertimento?) alla villa del Giudice Giovanni Falcone, quando D’ANTONE viene indicato come presente nel corso del sopralluogo, nonché come colui che avrebbe fatto scomparire i reliquati degli esplosivi, mentre, tre anni dopo è la volta di Contrada, segnalato addirittura in via D’Amelio alcuni minuti dopo la strage in cui perse la vita il Giudice Paolo Borsellino.
 
Entrambe le insinuazioni, provenienti la prima da un maresciallo dei Carabinieri e la seconda addirittura da due ufficiali dei Carabinieri, però sono risultate false.
 
E’ mai possibile che nessuno si chieda il perché di questa strana e bislacca coincidenza?
 
E’ un causale sincronismo innanzi tutto o c’è dell’altro?
 
E se sì, perché?
 
Perbacco!
 
Questi sono interrogativi legittimi e non solo da un punto di vista strettamente giudiziario (e lo sono, e come se lo sono!), ma anche dal punto di vista storico!
 
Si badi: il maresciallo Tummino riporta soltanto una condanna per calunnia, dopodiché – stranamente - su di lui cala completamente il sipario, non rivestendo più alcun interesse investigativo da parte degli organi inquirenti, mentre per quanto riguarda gli Ufficiali dei Carabinieri, SINICO e DEL SOLE, è bastato semplicemente che gli stessi asserissero che le circostanze da essi descritte sarebbero state riferite da altri.
 
Ma si può ancora credere a questa storiella?
 
E come si fa?
 
D’ANTONE e CONTRADA vengono prima dipinti come corresponsabili di attentati e stragi mafiose, per poi essere totalmente “archiviati e dimenticati”, con una condanna definitiva per mero concorso esterno (tanto vai a dimostrare il contrario); ma quando successivamente si vuol fare chiarezza su fatti decisivi, importanti, eventuali (perché no) tentativi studiati (e forse anche perfettamente riusciti) di depistaggio che li riguardano da vicino, perché si preferisce la pietra tombale dell’archiviazione?
 
E’ legittimo tutto questo?
 
E’ GIUSTO INNANZI TUTTO?
 
Ci si riferisce naturalmente ed inevitabilmente anche alla questione della c.d. gestione dei pentiti, alla presunta trattativa mafia-Stato ed alla presunta collusione di apparati dello Stato con la mafia: tutti temi che sono contenuti proprio nell’esposto denunzia del 2007 presentato da Contrada, ma che, per la Procura della Repubblica di Caltanisetta prima e per il GIP dopo, non meritano nessun tipo di accertamento, di approfondimento al di là della concretizzazione o meno dei reati ipotizzabili a carico di svariati soggetti (pentiti, Ufficiali delle Forze dell’ordine, Ministri della Repubblica e svariate autorevoli personalità di Stato) ai danni proprio del Dott. Bruno Contrada.
 
Ma, si ribadisce ancora una volta, tutte le affermazioni ed i narrati della parte offesa, i quali si riscontrano sia intrinsecamente che estrinsecamente, vengono offerti attraverso la puntuale e comprovata documentazione giudiziaria.
 
Dato questo abbastanza inquietante che però inspiegabilmente non merita, a giudizio della Procura della Repubblica di Caltanissetta, nessuna verifica o iscrizione nel registro degli indagati.
 
Eppure due fondamentali interrogativi richiedevano una doverosa ed ineludibile risposta:
 
Perché svariati soggetti, ognuno in modo … apparentemente autonomo,  hanno accusato (e calunniato quindi) il Dott. Bruno Contrada?
 
E soprattutto perché questi stessi soggetti lo hanno accusato FALSAMENTE?
 
L’elenco degli accusatori, rappresentanti delle forze dell’ordine, della magistratura, del mondo dei pentiti, risulta incredibilmente folto, ma tutti, dicasi tutti, i soggetti indicati sono stati fatalmente “SCOPERTI”: le loro affermazioni si sono rivelate assolutamente calunniose.
 
Perché il Capitano dei CC Umberto Sinico, il Maresciallo dei CC Carmelo Canale, il Maresciallo della P.S. Carmine Mancuso (poi Senatore nella lista della “RETE” e Presidente del Comitato di coordinamento antimafia della Sicilia), il pentito Gaspare Mutolo, il pentito Francesco Elmo, il Dott. Roberto Di Legami, il Capitano dei CC Raffaele Del Sole, il P.M. Luca Tescaroli, il Maresciallo Tummino (il quale accusa, vedi caso, Ignazio D’Antone, amico e collega del Dott. Contrada), i pentiti Pulci e Giuca hanno negli anni accusato FALSAMENTE il Dott. Contrada?
 
Quale impalpabile e programmato “disegno” ha indotto i riferiti soggetti ad esternare le loro fraudolente propalazioni ai danni del dott. Bruno Contrada?
 
Sarebbe stato sufficiente leggere qualche pagina dell’esposto-denuncia di Contrada, insieme agli allegati prodotti e le importantissime dichiarazioni rese dal Dirigente Generale della Polizia di Stato al Magistrato di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, per rendersi subito conto dell’ assoluta inconsistenza (GIUDIZIARIAMENTE PROVATA) di tutte le accuse mosse dai vari soggetti di volta in volta menzionati, i quali negli anni, per motivi che a noi naturalmente sfuggono, lo hanno continuamente colpevolizzato di fatti, circostanze, comportamenti, azioni, collusioni e quant’altro di ignobile possa mai macchiarsi un servitore dello Stato.
 
Risulta persino intuitivo supporre che una così vasta concentrazione e laborioso affastellamento di calunnie e menzogne nei confronti di un eminente esponente della Polizia di Stato avrebbe potuto ben celare una “collettiva” azione delittuosa, volta e preordinata a screditare in modo irreparabile la reputazione del Dott. Contrada, allo scopo (ovvio e consequenziale) di ottenere la “quadratura del cerchio”, la prova dell’assoluto coinvolgimento del Funzionario di Polizia negli affari di Cosa Nostra, per meglio corroborare l’assunto accusatorio che ha prodotto la sentenza di condanna per concorso esterno.
 
Talché appariva lecito attendersi, prima da parte della Procura della Repubblica e successivamente da parte del GIP, a fronte delle specifiche direttrici investigative scrupolosamente indicate dal CONTRADA nel suo esposto, che vi fosse l’interesse preminente a sviscerare ogni singolo elemento di questa ancora oscura vicenda, al fine di chiarire una volta per tutte il senso ed il significato della manovra demolitrice posta in essere dai soggetti sopra menzionati nei confronti del ricorrente.  
 
Ed invece l’esposto in parola (redatto dal Contrada col suo stile da ex “sbirro”, cioè un vero e proprio rapporto di polizia giudiziaria, con tanto di documenti allegati) è rimasto lettera morta: non è stata verificata nessuna, dicasi nessuna, circostanza narrata dalla parte offesa con dovizia di particolari.
 
Si è assistito ad un triste e sporco gioco, dove tutti (coloro indicati nell’esposto) hanno, con tanto meschina quanto spregiudicata consapevolezza, collaborato alla realizzazione di un vero e proprio castello degli orrori giudiziari.
 
Anche per tali superiori ragioni, riteniamo che sia stato violato il diritto della parte offesa: le condizioni di cui all’art. 410 c.p.p. non sono suscettibili di discrezionali estensioni, né possono consistere in valutazioni anticipate di merito ovvero in prognosi di fondatezza.
 
Con la conseguenza che eventuali ragioni di infondatezza dei temi indicati nell'opposizione non possono costituire motivo legittimo di inammissibilità dell'opposizione, neppure ove attengano ad una valutazione prognostica dell'esito di quella "investigazione suppletiva" e delle relative fonti di prova indicate dalla parte offesa.
 
La suddetta conclusione non può essere considerata una mera superfetazione della pratica procedimentale in ragione di un (malinteso) senso di economia processuale (“i fatti sono coperti da prescrizione”!!!), ovvero poiché comporterebbe un appesantimento del procedimento di archiviazione in conseguenza di una sovrabbondante partecipazione, né il principio affermato può essere stigmatizzato per un'inutilità funzionale dal momento che il provvedimento di archiviazione rimane comunque esposto a caducazione a seguito della riapertura delle indagini (art. 414 c.p.p.), con soddisfazione anche degli interessi della parte offesa.
 
Invero, la suddetta critica non può apparire condivisibile alla luce del reale significato dell'intervento del giudice nel rito di archiviazione, volto a legittimare l'inazione del pubblico ministero, rispetto al quale l'apporto della parte offesa può riuscire di indiscutibile e necessario rilievo.
 
Il principio di legalità, "che rende doverosa la repressione delle condotte violatrici della legge penale, abbisogna, per la sua concretizzazione, della legalità del procedere", a garanzia del principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge.
 
Il rito dell'archiviazione, pertanto, mira ad "evitare il processo superfluo senza eludere il principio di obbligatorietà ed anzi controllando caso per caso la legalità dell'inazione".
 
Ma è fin troppo evidente che non siamo di fronte ad un processo superfluo!
 
Le implicazioni che discendono dal sistema dilatato della "giurisdizione di garanzia", voluto dal vigente codice di rito, escludono che il controllo del giudice debba essere circoscritto all'interno dei confini tracciati dalla notizia di reato come delibata dal pubblico ministero, come se la richiesta si modellasse in funzione di una specifica domanda, dovendo il GIP più ampiamente apprezzare se, in concreto, le risultanze dell'attività compiuta nel corso delle indagini preliminari siano esaurienti ai fini della legittimità del non esercizio dell'azione penale.
 
Le ipotesi di reato, infatti, tracciate dal P.M. potrebbero non essere le sole ravvisabili: ma l’assoluta inattività della Procura, seguita anche da una mancanza di imputazione coatta da parte del GIP od avocazione delle indagini da parte del Procuratore Generale, non ci consentono di ipotizzare altre figure delittuose, magari ad oggi non coperte dalla prescrizione e magari anche rivelatrici di ben altro disegno criminoso.
 
Escluso qualsiasi potere di dilatazione o di apprezzamento di merito, riservato alla fase procedimentale di decisione sulla richiesta di archiviazione, il GIP – ai fini dell’accoglimento dell’opposizione alla suddetta richiesta del P.M. - era tenuto a deliberare se la parte offesa avesse adempiuto all'onere impostole di indicare "l'oggetto dell'investigazione suppletiva" e "i relativi elementi di prova".
 
Ebbene è stato invero dimostrato come, nel caso in specie, i temi di indagine e i relativi elementi di prova siano pertinenti, e conseguentemente inerenti rispetto alla notizia di reato, nonché  rilevanti, e quindi dotati potenzialmente di quell'incidenza concreta sulle risultanze dell'attività NON compiuta nel corso delle indagini preliminari.
 
Non solo quindi l'ambito di deliberazione del giudice è circoscritto al riscontro dei requisiti predetti, pur alla luce della significazione dinamica ad essi conferita dalla norma in ragione dello sviluppo procedimentale nel senso sopra chiarito, ma ogni valutazione di merito anche apoditticamente enunciata - come sembra essere la mera locuzione "investigazioni irrilevanti" con la quale si postula una valutazione prognostica di merito - non può avere ingresso nella verifica dell'idoneità dell'atto introduttivo.
 
Enunciati i suddetti principi, si sostiene che, in relazione al proposto ricorso, il giudice delle indagini preliminari ha dichiarato inammissibile l'opposizione perché le indagini suppletive richieste apparivano "manifestamente irrilevanti e superflue".
 
Orbene, tale locuzione è a ragione apodittica, risolvendosi in una formula assertiva di interdizione all'accesso dell'opposizione nel procedimento di archiviazione.
 
D'altra parte, mentre il termine "superflue" sta a significare una sovrabbondanza delle questioni dedotte tale da configurare l'inutilità delle medesime (nella parte in cui risultano sovrabbondanti), e pertanto postula una comparazione tra gli elementi indicati (non escludendone comunque la rilevanza), la locuzione "manifestamente irrilevanti" riassume sinteticamente un giudizio di non importanza delle investigazioni, il quale nei suoi termini argomentativi richiede almeno una succinta articolazione dialettica di relazione rispetto al risultato delle indagini eseguite per poter assumere un valore significativo.
 
Ma è anche vero che il giudizio di irrilevanza delle "indagini suppletive" non può non essere correlato ai "relativi elementi di prova", che la parte ha diligentemente indicato nell'opposizione, proprio perché tali elementi conferiscono concretezza e specificità alla investigazione suppletiva richiesta con l'opposizione stessa, in relazione ad un determinato oggetto della denuncia.
 
Orbene, la disarticolata ed apodittica enunciazione contenuta nell’ordinanza di archiviazione, pretermettendo qualsiasi considerazione delle investigazioni suppletive pur indicate, nonché delle fonti di prova diffusamente dedotte in modo assai particolareggiato, non fornisce adeguata e specifica motivazione – secondo corretta legittimità - della disposta interdizione all'accesso nel procedimento dell'opposizione della parte offesa.
 
Peraltro, sembra cogliersi dall’intero contesto del provvedimento di archiviazione che l'irrilevanza – almeno nel meccanismo logico seguito - sia conseguita da un'anticipata valutazione del merito della notizia di reato, sulla base di una impostazione giuridica delle questioni, che pur l'opposizione intendeva porre in discussione.
 
L'impugnata ordinanza, in accoglimento delle censure di legittimità dedotte con il ricorso, va pertanto annullata,.
  
Con ossequi.
 
      Roma 4 novembre 2009
Avv. Giuseppe Lipera
 
        
                
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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