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Nome: Agnese Pozzi
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lunedì, 27 luglio 2009
INSALATONA ANTIMAFIA

STORIE DI ORDINARIA FOLLIA TRA BUKOWSKI E KAFKA

Post n°1142 pubblicato il 10 Luglio 2009 da vocedimegaride
 
Tag: Giustizia

di Salvo Giorgio

12 aprile 1994. Aula della V Sezione Penale del Tribunale di Palermo. Il direttore della testata giornalistica per la quale lavoro, il notiziario TG Mondo dell’emittente televisiva privata palermitana Video Pa, mi incarica di andare a seguire l’udienza di apertura del processo a carico di Bruno Contrada. Da mesi leggo sui giornali titoli sensazionalistici sul suo presunto coinvolgimento con Cosa Nostra e, da persona lontana dai fatti, non ho motivo di non credere che alla base delle accuse ci possa essere un fondamento. Il volto dell’imputato, che reca i segni di sedici mesi di carcerazione preventiva e denota un pauroso dimagrimento di quattordici chili, non può costituire da solo una prova della sua colpevolezza o della sua innocenza. Ma c’è un reato, il “concorso esterno in associazione mafiosa”, che non fuoriesce (come previsto dalla Costituzione) dalla penna del Legislatore e non esiste se non nella prassi giurisprudenziale; un capo d’accusa, quello di concorso esterno, cui non fa seguito alcuna imputazione per alcun “reato-fine” in cui quel “concorso” avrebbe dovuto prender corpo, ossia corruzione, concussione, omissione o abuso d’ufficio. Le prime udienze, al contrario, manifestano le prime incongruenze nelle dichiarazioni dei “pentiti“ ed il repentino cambio di versione (nonché alcune strane “amnesie”) da parte di alcuni di loro, ed evidenziano una serie di accuse messe in bocca a persone morte che, per ovvi motivi, non possono venire in aula a confermare né a smentire. Dall’altra parte, invece, le prime strenue difese di Bruno Contrada perorate da chi ha lavorato con lui gomito a gomito per anni, cominciano a fare intravedere a tutti noi, giornalisti e pubblico in aula, che c’è qualche conto che non torna. E tornerà ancor meno quando, anni dopo, la storia dimostrerà che quello a carico di Bruno Contrada sarà l’unico processo per mafia intentato dalla Procura di Palermo ad aver avuto come esito la condanna definitiva dell’imputato: Giulio Andreotti, in parte accusato dagli stessi “pentiti” che vomitano calunnie su Contrada, viene assolto, e con lui anche Calogero Mannino, Francesco Musotto e Corrado Carnevale. Forse che i “pentiti” funzionano a gettone? Oppure scadono come lo yogurt? Ovvero risultano credibili soltanto in alcuni contesti e in altri no?
Ma torniamo alle prime udienze del kafkiano processo Contrada. Da lì in poi Mr. Hyde ricomincia a diventare gradualmente il dottor Jekyll, in un crescendo rossiniano di elementi a favore dell’imputato. Elementi che, puntualmente, i PM tentano di vanificare con ricostruzioni basate più sul “cielo dei concetti giuridici” di Jhering che sulla realtà, con “impalcature” le cui viti e i cui bulloni non sono “fatti” ma semplici “impressioni negative” denunciate dai “pentiti” o dai parenti di alcune vittime di mafia. Alcune. Perché, se le vedove di Ninni Cassarà e di Roberto Parisi parlano di presunte diffidenze e di strane preoccupazioni (totalmente smentite dai fatti), la vedova di Boris Giuliano ricorda il rapporto fraterno e di assoluta collaborazione che sussisteva fra il marito e Bruno Contrada; la vedova dell’agente di polizia Gaetano Cappiello rammenta come Contrada la aiutò anche economicamente ad affrontare la sua tragedia; e Rita Bartoli, vedova del procuratore Gaetano Costa e figura di primissimo piano di un’antimafia vera e con la “A” maiuscola, non solo difende Contrada ma, alla fine della sua testimonianza, si alza e, sfidando ogni regola, si avvicina all’imputato per stringergli calorosamente la mano. Parimenti Michele Costa, suo figlio, spenderà spontaneamente inequivocabili parole di difesa per Contrada in successive interviste.
Ma, così come i non molti testimoni dell’accusa sono stati sempre creduti al contrario dei tantissimi testimoni della difesa che sono stati spesso giudicati reticenti o non in grado di essere ben informati sui fatti, anche per i parenti delle vittime di mafia sono stati usati due pesi e due misure. Chi, tra questi parenti, accusava Contrada, veniva fatto oggetto di un credito quasi fideistico e di una scontata attenzione da parte della stampa, anche quando, come nel caso del fratello e della sorella del giudice Paolo Borsellino, abbia parlato al di fuori del processo; le dichiarazioni di coloro tra i parenti delle vittime di mafia che difendevano Contrada sembravano, invece, cadere nel sottovuoto spinto dell’indifferenza, quasi fossero una sorta di vago tributo ad un’immagine “pulita” dell’imputato che, secondo l’accusa, forse una volta esisteva ma ora non “doveva” esistere più.
Le istantanee del processo che la memoria rimanda a chi, come me, era ad ogni udienza seduto tra i banchi a seguire l’improbabile puzzle, sono solo lampi di storie di ordinaria follia. Un “pentito” che, sia pur non visibile in volto ed in videoconferenza, denuncia palesi contraddizioni, stanchezze ed amnesie a fronte di una precisa domanda dell’avvocato. Verbali (in cui proprio quel “pentito” diceva di non sapere nulla sul conto di Contrada) che sono stati prodotti sol perché il “pentito” si è dato da solo la zappa sui piedi, altrimenti sarebbero rimasti nel cassetto. Una signora che racconta di aver parlato di mafia (e di Bruno Contrada) durante uno shampoo fattole da una parrucchiera (pensate!) e la parrucchiera che, insieme alle altre due donne coinvolte nella storia, smentisce tutto. Un appartamento che il mafioso “doveva” aver regalato a Contrada quando si è scoperto che, in realtà, l’appartamento individuato dal “pentito” era un altro e che quel mafioso, proprio nel periodo dell’inopinata regalia, era stato appena denunciato e arrestato da Contrada insieme ai suoi cinque fratelli (è normale: tu ringrazi sempre con un sostanzioso regalo chi ha appena spalancato le porte del carcere a te e ai tuoi parenti più stretti). Un’automobile che il boss “doveva” aver regalato a Contrada ma che non è stata mai identificata. Un fantomatico pranzo fra Contrada e un boss in uno dei ristoranti più famosi dell’intera Sicilia (pensate che idioti! Invece di incontrarsi in qualche sperduto pizzo di montagna…); un incontro che, per giunta, sarebbe avvenuto in una saletta riservata che non è mai esistita (di “riservato” in quel locale c’era solo lo spazio dietro la vetrata che copre l’ingresso dei cessi). La presunta delazione alla mafia da parte di Contrada circa un’operazione di polizia che cinquantadue poliziotti e carabinieri in servizio a Palermo all’epoca hanno giurato e dimostrato che non è mai stata organizzata. Il giudice Ferdinando Imposimato che testimonia (a carico di Contrada) il contrario di quanto diversi funzionari di polizia hanno affermato (e ricordo l’occhiata feroce che lo stesso Contrada rivolse ad Imposimato quando, dopo la deposizione, il giudice gli passò davanti senza neppure avere il coraggio di guardarlo in faccia). Patenti e porto d’armi che non solo Contrada non ha mai contribuito a concedere ma ha addirittura fatto revocare, anfore mai esistite, antiquari svizzeri mai identificati, sorrisi equivoci, shampoo e messe in piega, biglietti del cabaret: tutti normali elementi di un processo di mafia… 
E poi, ancora, lo svenimento in udienza di Bruno Contrada, còlto da coma ipoglicemico, mentre i due PM non trovano niente di meglio da fare che uscire dall’aula, seguiti a ruota dai giudici della Corte: mentre nessuno può essere ancora certo di cosa realmente sia capitato a Contrada (poteva trattarsi di una questione di vita o di morte da dover affrontare in pochissimi minuti o addirittura secondi), mentre io stesso mi precipito per i corridoi del Palazzo di Giustizia alla vana ricerca di un medico, mentre il figlio di Contrada, Guido, grida fra le lacrime “me l’hanno ammazzato!”, solo la telefonata dell’avvocato Gioacchino Sbacchi al suo amico medico, il professor Primo Vanadia, riesce a garantire a Contrada un soccorso tempestivo.  Ma non ci sono ambulanze disponibili: di lì a poco, Bruno Contrada, in stato di incoscienza, verrà trasportato per le scale adagiato sopra un telone della Guardia Forestale e trasportato all’Ospedale Civico su un mezzo del medesimo Corpo…
Non v’è chi non ricordi, ancora, il terribile viaggio cui l’imputato, per una delle trasferte processuali, fu sottoposto nella stiva di una nave, all’interno dell’unico “locale” del natante munito di grate: neanche si fosse trattato del dottor Hannibal Lecter… Si rammenti anche l’ostinazione con cui la carcerazione preventiva dell’imputato è stata dilatata per trentuno mesi (dal 24 dicembre 1992 al 31 luglio 1995, un caso unico), nonostante non sussistessero i requisiti previsti dal Codice di Procedura Penale e nonostante non fosse più possibile rinnovare i termini della custodia cautelare (che sono stati, infatti, “congelati” con decisione senza precedenti). Solo il coma ipoglicemico di cui sopra ha permesso a Contrada di uscire dal carcere a furor di popolo: anni dopo, ventiquattro patologie accertate, il rischio imminente di morte e la tenacia della dottoressa Agnese Pozzi basteranno a malapena per far concedere al detenuto Bruno Contrada, condannato in via definitiva, gli arresti domiciliari dopo un anno di lotta serrata ed il cancan mediatico sollevato da La Voce di Megaride. 
E così via, declinando tante altre amenità degne più del processo Bukharin o di un lager che non del Paese di Cesare Beccaria.
S
u tutte, la follia più atroce e più amara, l’accusa non formulata esplicitamente ma sottesa tra tutte le infinite righe degli atti del PM: Bruno Contrada è rimasto vivo mentre molti suoi colleghi (che, ovviamente, secondo l’accusa, diffidavano di lui) sono caduti sotto il piombo di Cosa Nostra. Dunque l’imputato deve per forza essere un colluso! Come se il giudice Caponnetto, al contrario di Falcone, Borsellino e Chinnici, non sia morto nel suo letto senza che per questo qualcuno abbia pensato che fosse in combutta con i mafiosi. 
E poi, per i giornali e, di conseguenza, per l’opinione pubblica che si “informa” solo leggendo i titoloni, Bruno Contrada non è soltanto un funzionario del SISDE che da quell’ufficio ha continuato a svolgere la sua vera e propria missione di poliziotto antimafia (come dimostrano gli atti): è uno 007, un “agente segreto”, una “spia”, dunque “deve” per forza essersi trovato coinvolto con microfilms, documenti spariti, inseguimenti rocamboleschi e, magari, anche belle donne. E poiché i “servizi segreti” devono essere coinvolti in ogni mistero in quanto eccitano la fantasia del pubblico delle telenovelas e della De Filippi, chi meglio dello “007” Contrada, che per anni aveva lavorato a Palermo, “deve” aver svolto un ruolo anche nelle stragi Falcone e Borsellino e persino nel fallito attentato dell’Addaura ai danni di Falcone? Tentativi, però, questi, malriusciti da parte dei suoi Inquisitori, perché è stato dimostrato l’esatto contrario. Contrada non c’entra nulla con le stragi e l’unico processo ad esse relativo per cui era stato iscritto nel registro degli indagati, ossia il processo celebratosi a Caltanissetta per la strage di Via D’Amelio, si è concluso per lui con il proscioglimento in istruttoria decretato dal GIP il 7 marzo 1996, che si pone a fianco degli esiti di altri processi che smentiscono i suoi accusatori e proclamano la veridicità di quanti, nell’àmbito di questa vicenda, hanno preso le sue parti. Quanti, però, sono davvero a conoscenza di ciò? Quel che, al contrario, accade è che nel Paese delle Libertà rimanga in circolazione il film di Giuseppe Ferrara che si chiude mostrando proprio quello che l’accusa sosteneva e di cui è stato dimostrato il contrario, cioè la presenza di Contrada in Via D’Amelio pochissimi minuti dopo la strage. Continuando, così, ad irretire la fantasia malata di quel pubblico italico di cui sopra, abituato a votare non tanto per chi possa governarlo meglio quanto per il sorcio di turno da far uscire dalla “casa” del Grande Fratello, un pubblico abituato ad analizzare la storia più dal gossip che dai fatti e dai documenti, un pubblico abituato a rivolgere tutte le sue nefandezze sulla schiena del povero capro espiatorio di turno. Che, in questo caso, è stato Bruno Contrada. 
Nessuno, al contrario, che abbia dato ufficialmente credito ai colleghi, superiori e dipendenti di Contrada che sono venuti a difenderlo a spada tratta in aula e non lo hanno mai abbandonato, seguendo a turno ogni udienza a mo’ di “guardia reale”. Ricordo, in particolare, uno di loro, l’ispettore della Squadra Mobile Corrado Catalano, abbandonarsi ad un pianto dirotto sùbito dopo la lettura della sentenza di condanna in primo grado, il 5 aprile 1996, mentre scendeva per le scale del Palazzo di Giustizia insieme a Contrada, al figlio Guido, agli avvocati Sbacchi e Milio e al sottoscritto. Ricordo anche il brigadiere della Criminalpol Michele Di Giovanni lanciarsi tra la folla per abbracciare in lacrime Bruno Contrada nel momento in cui questi, il 31 luglio 1995, sta uscendo dal carcere militare palermitano di San Giacomo dei Militari. E ricordo anche le lacrime dell’ispettore della Squadra Mobile Gaetano Buscemi, instancabile promotore di comunicati stampa, di iniziative, di interviste. Tutta gente temprata da un durissimo lavoro, gente che ha sostenuto conflitti a fuoco e si è trovata spesso sola contro un nemico, la mafia, insidioso, ostile e pericoloso: tutta gente non certo abituata a piangere o a piagnucolare, soprattutto non certo per un Capo, nel caso in cui costui non avesse davvero fatto il suo dovere, non fosse realmente stato accanto a loro e si fosse limitato ad un lavoro burocratico. O, peggio, fosse stato realmente colluso col nemico. Forse, in questo caso, se ne avessero avuto sentore, lo avrebbero denunciato loro stessi per primi invece di venire in aula a difenderlo contro tutto e contro tutti. 
Questa, in poche righe, la fotografia impietosa del processo Contrada. Un processo di cui parlerà realmente, forse, solo la Storia, ponendo il nome di Bruno Contrada (e del suo collega Ignazio D’Antone, a sua volta caduto vittima di calunniose accuse) al fianco di altre vittime illustri dell’Errore Giudiziario, da Socrate al capitano Albert Dreyfus, da Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti ad Enzo Tortora. E al fianco di tanti altri anonimi Carneadi che hanno scontato sulla loro pelle gli effetti delle improbabili metastasi di uno Stato che si ostina a definirsi “di Diritto”.

 

 

 

BAVOSI & BAVAGLI

Post n°1146 pubblicato il 10 Luglio 2009 da vocedimegaride
 

  COLPEVOLE DI PENSARE!

Diffamò Caselli e i pm di Palermo: Lino Jannuzzi condannato a sei mesi

ROMA (10 luglio) - Lino Jannuzzi, giornalista ed ex senatore, è stato condannato a sei mesi di reclusione per diffamazione a mezzo stampa nei confronti dei magistrati di Palermo che rappresentarono l'accusa nei processi a Giulio Andreotti e a Bruno Contrada, in relazione a due articoli pubblicati sul settimanale Panorama. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico della sesta sezione penale del Tribunale di Milano. L'ex procuratore capo di Palermo, ora a Torino, Gian Carlo Caselli, e i magistrati Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Antonio Ingroia si sono costituiti parti civili nel processo, rappresentati dagli avvocati Ettore Zanoni e Enrica Domeneghetti.
Jannuzzi era stato già condannato a un anno e 3 mesi, con sentenza confermata dalla Cassazione nel febbraio 2007, a seguito di una querela di Caselli e altri 7 pm di Palermo per il contenuto del libro Il processo del secolo sul caso Andreotti. Alle parti civili il giudice ha riconosciuto una provvisionale di 15 mila euro.
In questo processo, invece, era stato querelato per due articoli pubblicati il 22 e il 29 novembre 2001 e intitolati rispettivamente Pressione bassa e udienze infinite e Il pentito? Ai pm piace double face. 
Nel secondo articolo Jannuzzi, tra le altre cose, parlava dei magistrati di Palermo come di «indegni eredi di Falcone».
Il 16 febbraio 2005 al giornalista era stata concessa la grazia dall'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che aveva riguardato anche una serie di condanne per diffamazione comminate all'ex senatore. Nell'aprile scorso, poi, per un altro processo per diffamazione ai pm del processo Andreotti, il giudice monocratico di Milano ha trasmesso gli atti alla Consulta.

(Il Messaggero)

 

 
INSALATONA ANTIMAFIA: OdIO SALE E BONACETO!

Post n°1148 pubblicato il 12 Luglio 2009 da vocedimegaride
 
Tag: Giustizia

Il Procuratore di R.C. ha finalmente indagato il PM Olindo Canali di Barcellona Pozzo di Gotto… sembrerebbe un atto dovuto, il miracolo dell’applicazione della Giustizia, la santificazione togata per l’Empireo dei Giusti; a noi sembra solo l’ennesima puntata di una bieca soap-opera che non vedrà mai scritta la parola FINE. Del resto, la pressione mediatica esercitata in particolare da NOI quattro gatti de La Voce di Megaride e dal Comitato Bruno Contrada, qualche spinta dovrà averla pure data, se non altro a rimettere in moto il meccanismo che attendeva di ingranare la marcia già dal 1996, quando il Procuratore Generale di R.C. ed altri autorevoli furono destinatari delle lettere del “pentito artigianale” Maurizio Bonaceto, un povero diavolo di tossico buono per tutti gli usi. Ogni nostro intervento sulla malagiustizia è stato sempre opportunamente sostenuto da prove certificate, senza dover mai ricorrere alla fantasia, alla menzogna, all’animosità vendicativa, al gossip… pertanto, anche questa volta documentiamo l’infamia, pubblicando le lettere autografe del “pentito” Bonaceto. unitamente alla prova della nuova identità assegnatagli da Olindo Canali quale Maurizio Barbagalli. Mica solo a quelli dell’Antimafia è dato detenere notizie e documenti, fare informazione, no?  Mo’, vediamo chi la vince o se Caselli ci farà trasferire in una landa, come ha fatto con il PM Donatella Masia, schieratasi con "Arciere" il compagno di storica impresa del capitano Ultimo, infamati entrambi... o se ci denuncerà, insieme ai 7 PM palermitani, come ha fatto con Lino Jannuzzi!  Ormai, ne abbiamo le tasche piene di questi robespierre e di certe "sangiovannare" di partenopea memoria pre-unitaria! (la redazione)

*********

Egregio Signor Procuratore Generale G. BELLITTO
Io sottoscritto Bonaceto Maurizio nato a Barcellona il 05.02.1965, attualmente agli arresti domiciliari presso l’abitazione di mio padre sita in via V.Leotti, 3 Barcellona P.G. Messina

In seguito alla lettera aperta pubblicata dal giornale del Gazzetta del Sud del 23-11-96, porto a conoscenza la S.V. che non sono stato presente all’omicidio di Giuseppe Alfano contrariamente a quanto da me dichiarato anche in corte di ASSISE di Messina. Purtroppo in seguito alla mia dichiarazione è stato ingiustamente condannato un innocente.

Ma questa non è la sola cosa ingiusta che mi hanno costretto a dire (Sono stato usato)

Mi dichiaro ha sua disposizione per chiarire ogni cosa in merito alle mie vicissitudini. La prego pertanto di farmi interrogare da persona di sua fiducia (La vita mi ha costretto ha diffidare di tutti) ossia un suo sostituto per darmi modo di liberarmi la coscienza per il danno che sono stato indotto ad arrecare ha persona innocente ed anche a me stesso. Con Osservanza. Bonaceto Maurizio Barcellona P.G. 28-11-1996
*********
Egregio Signor Procuratore Generale Presso la corte d’Appello di Messina C. Belletto
Seguito mia precedente lettera, con la presente le comunico che tutte le dichiarazioni da me firmate esistenti nel processo Mare nostrum non rispondono al vero. Per rendere le mie dichiarazioni credibili mi hanno fatto dichiarare che tutte le notizie le avevo apprese da confidenze da me fatte da Iannello Giuseppe tutto ciò è falso, perché Iannello non avrebbe mai parlato con me in quanto all’epoca ero tossicodipendente quindi non potevo riscuotere alcuna fiducia. Ha casa di Iannello ci sarò stato una ho due volte è non ho mai ricevuto alcuna confidenza, in ogni caso non conosco sua moglie. I particolari riguardanti la moglie a Barcellona li ho appresi dai collaboratori di Canali è posso anche provarlo. Infatti trasmetterò in fotocopia (Gli originali sono in posto sicuro e li consegnerò a sua richiesta) i fogli scritti di pugno dal Maresciallo ZINGALES nei quali è tracciato l’ho schema di tutta l’organizzazzione. Schema che io ho dovuto mandare a memoria. Non mancherà modo alla S.V. di accertare se i fogli sono stati scritti di pugno dal Maresciallo Zingales oppure dal Carabiniere Campagna. Conosco pochissime persone di tutti quelli che mi hanno fatto accusare. Ho il dovere di precisare che in pochissime occasione è stato presente il difensore Ugo Colonna quasi sempre i verbali li firmavo successivamente. Con Osservanza Bonaceto Maurizio BARCELLONA 02-12-1996
**********
Al Sig. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale R.C.

Io sottoscritto Bonaceto Maurizio nato a Barcellona il 05-02-1965 ivi residente in via V. Leotti, N° 3 attualmente agli arresti domiciliari presso l’Abitazione di mio padre sita in via Vincenzo Leotti N.3

Premesso che ho scritto due lettere al Procuratore Generale di Messina C. Belletto e nonostante ciò ancora non è stato disposto il mio interrogatorio avendo appreso che competente è la S.V., poiché imputato potrebbe essere il Magistrato Canali oltre che tutti i suoi collaboratori. Il P.M. Canali mi ha fatto fare delle dichiarazioni su cose ha me completamente sconosciute. Con l’aiuto del Capitano Aliberti è dei sottufficiali Zingales Campagna e Squillaci. In particolare posso dire chè non ero presente all’omicidio Alfano, tutto quello che mi hanno fatto dichiarare mi è stato suggerito dal P.M. Canali dal Maresciallo Squillaci ma posso dire che anche gli altri mi hanno preparato per il processo, dove è stato condannato un innocente. Non so niente inoltre dell’operazione Mare Nostrum come ho scritto al Procuratore Generale Belletto, è tutto quello che mi hanno fatto dichiarare mi è stato precedentemente scritto su dei fogli che trasmetto in fotocopia è che mi riservo di dare alla S.V. quando mi vorrà interrogare. Le mando in fotocopia le due lettere spedite al Procuratore Generale di Messina e i relativi documenti in copia. Con Ossequi Bonaceto Maurizio 31-12-96
*********
Al Senatore Carmelo Santalco

Egregio Senatore Santalco le chiedo scusa dei fastidi che le ho potuto procurare ma tutto quello che io ho dichiarato contro la sua famiglia mi è stato suggerito dal P sostituto Procuratore Canali il quale diceva che lei ormai comandava da troppo tempo è nutriva odio politico nei suoi riguardi. Il Canali si dichiara di estrema sinistra. Il Canali fra l’altro mi aveva dato l’ordine di contattare Elio Marchetta per convincerlo ha fare delle dichiarazioni contro di lei per la verità non ho avuto la possibilità di contattare il marchetta. Lui insisteva dicendomi che le persone come lei bisognava spremerle in qualsiasi modo poiché il fine giustificava il mezzo. Le dichiarazioni che mi ha fatto fare contro suo figlio avevano lo scopo di imbrattare la sua immagine e la sua personalità sotto il profilo politico. Canali voleva che sia lei è suo figlio foste distrutti politicamente è per sempre perché comandavate da troppo tempo. Le Chiedo perdono ma la colpa non è mia da addebitare al Canali, il quale mi ha usato in un modo vergognoso per fini di carriera e per fini politici certamente d’accordo con altri. Distinti saluti Bonaceto Maurizio 07-01-1997
*********
Restando in tema di sacre epistole e di falsi profeti che hanno scritto con le loro imprese il libro dell’Apocalisse della Giustizia italiana, non possiamo evitare di mettere a confronto le esternazioni postume di un pentito che s’è pentito d’essersi pentito, con le lettere disperate che Adriana Contrada, in due distinte occasioni, inoltrava ai pentiti  gestiti dall’allegra antimafia della quale Bonaceto ci ha offerto uno spaccato. Le lettere di Adriana sono  l’autentico commento al piccolo dossier Bonaceto che vi abbiamo offerto; ogni altra parola sarebbe inutile e banale. 
 1993 – Palermo - Signori Pentiti
Gaspare Mutolo Pino Marchese Rosario Spatola Tommaso Buscetta
Innanzi tutto Vi chiedo perdono a nome della società, che non si doveva occupare di Voi oggi come pentiti. Bem prima la Società colpevole, me compresa, doveva occuparsi di Voi, donandoVi un’istruzione prima, un lavoro poi e quindi un posto nella Società che Vi permettesse una vita Onesta che è un diritto di tutti i cittadini.  Quindi io prima Vi chiedo umilmente perdono per questo, poi Vi supplico, in nome di Dio, dite la Verità su Mio Marito Bruno Contrada. Nessuno più di Voi sa che Egli non è colpevole di nulla. Io non posso prometterVi ne’ ville ne’ stipendi, Vi prometto però di pregare per la Salvezza della Vostra anima finchè vivrò. Fate finta che colei che Vi supplica è Vostra madre e davanti a Voi piange e Vi prega; questa nostra Vita è meno di Niente, dura un soffio, presentateVi davanti al Tribunale di dio senza il grave peccato di avermi fatto Morire di dolore: io, che potrei essere Vostra Madre. Dio perdonerà tanti Vostri peccati per questo Vostro atto di onestà perché Egli è misericordioso con chi asciuga le lacrime di una Madre. Adriana Contrada
************
 2007 il 5 giugno – Palermo – Signori Pentiti

Dico a Voi, che con la Vostre menzogne avete distrutto la vita di Bruno Contrada e della sua famiglia!!! Dal 24 dicembre del 1992, altri 15 anni sono passati ed anche Voi siete più vecchi di 15 anni. Siete dunque molto più vicini al momento in cui Vi presenterete di fronte al Tribunale di Dio che non concede sconti a chi non si pente prima di fronte al tribunale degli uomini: pentiteVi!!! Prima di presentarVi a dio. PentiteVi come i pentiti Giuca e Pulci che hanno confessato di avere accusato il dottor Bruno Contrada soltanto perché, per avere un lauto appannaggio, bisognava accusare una persona importante. PentiteVi, perché nell’altra Vita non potrete portare con Voi il danaro ricevuto. Ed io Vi consiglio: “Non lasciate questo danaro ai Vostri figli perché è danaro maledetto siccome maledetti furono i 30 danari che servirono a vendere Cristo!”. Adriana Contrada 
*******
MEDITA GLEBA!


(
immagini: copia nuova identità di Bonaceto e stralcio di una delle lettere in ns. possesso)

 

 

Postato da: AgnesePozzi a 03:38 | link | commenti

domenica, 26 luglio 2009
UN CANE PER LA MADONNA

LA PROCESSIONE DEL 26 LUGLIO

Un cane per la Madonna e i miei in castigo!!!

ore 6,45

 

La Madonna di Santa Maria del Piano và dal paese alla sua chiesetta di campagna, da cui tornerà, con grandi festeggiamenti, il 5 agosto. La processione, preceduta da fiabesche musichette e soste su vari poggiuoli votivi nel paese (uno proprio sopra casa mia) prosegue lenta e s’inerpica verso la contrada, costeggiando il perimetro del recinto.

I vigili, soprannominati, estensori delle relazioni ambigue e del copia-incolla a danno mio e dei miei poveri cani, sorvegliano circospetti il nulla;

 

Eccoli, i nostri eroi,  dal panorama anti-igienico del mio giardino

vigile conte 26luglio processione

vigile Sofia 26 luglio 09I miei cagnolini sono dentro, smaniano un po’, vorrebbero uscire; sentono la musica, il rosario, i canti. Sento un abbaio di cane fuori e Tommy risponde. Credo che qualcuno dei miei sia scappato…invece…sorpresa, è un piccolo cane nero che apre la processione, precede i vigili e il fotografo, e trotterella indisturbato,  senza guinzaglio. Con questo non dico che approvi il guinzaglio, ma se legge c’è, deve essere per tutti. E non si può negare l’evidenza di una persecuzione a danno dei miei cani che neppure possono stare nel LORO bellissimo e pulitissimo giardino!!

cane processione 26luglio09

cane processione 26lulgio

Questa fiumana di gente, il 5 agosto si moltiplica per se stessa.

ecco una foto del ritorno di due anni fa

la processione d

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sabato, 25 luglio 2009
Trasmutazioni subdole trasmutazioni subdole

culo_del_mundo

All'inizio..all'epoca di mani pulite, Di Pietro era per me un mito.

La speranza che l'Italia potesse essere davvero ripulita (che idiota che ero e che illusa ed idealista fottuta continuo ad essere) la coltivavo con passione. Poi l'amarissima verità; i suoi intrallazzi con gli inquisiti, i soldi prestati, appartamenti in regalo, che cavolo altro ah si i soldi del partito  e la società della moglie e poi il cavallo di Troia nella sinistra e poi ancora la "cura della sua immagine" insieme a quella di Grillo come leggevo in un articolo inquietante sul blog la voce di Megaride;

 l'escalation di Di Pietro, Questurino-Ispettore-Magistrato-Candidato-Lista Personale culminata con l'elezione di Sonia Alfano (l'omicidio del cui padre, dopo le dichiarazioni del Giudice-Pentito-Canali, sarebbe di tutt'altra natura che mafiosa) nell'IDV, ha portato solo guai a quel residuo di sinistra minandola piano piano ed incantando perfino come una sirena i compagni più veraci (ingenui e fiduciosi, anzi fideistici..) più di quanto fossi io, ieri; attirando ed incantando molti acefali o microcefali o storditi, come si può essere in "certe" età, che erano anche le età delle certezze incrollabili e acritiche.

L'amarissima verità è che sono finite tutte le illusioni e il marciume è ovunque...altro che mani sporche! Toghe sporche, camici sporchi, grembiuli sporchi, divise sporche, vestiti sporchi, piedi sporchi.

Una totale sporcizia antit-etica agli ideali che in adolescenza e gioventù coltivavo con passione e cieca appartenenza. Di Pietro parla male di Berlusconi ma riesce a fare sicuramente peggio. Certo è, che se le battaglie di Berlusconi, tutti, gliele fanno "a letto", lui continuerà ad essere il vincitore. Meglio l..f..che l..c..ai potenti. Inoltre Silvio mi è simpatico, sorride, è ironico e autoironico, talvolta patetico e bugiardo ma con stile; sicuramente intelligente, indubbio manager delle sue aziende prima; e di se stesso, ora. Certamente è un leader mentre altri cercano di acquistarsi/ conquistarsi un abito da leader con dentro il vuoto. Terribile. Mille volte meglio Silvio di Di Pietro. Ci sono Magistrati che continuano a fare il loro dovere nei tribunali anche se poi la stampa cialtrona ne manipola a proprio tornaconto di business, l'immagine. Ci sono magistrati che con questo caldo terribile sono al lavoro. Ed altri che si stanno logorando la coscienza, ed altri ancora che non hanno una coscienza. Ci sono magistrati che non parlano, sono schivi, perfino timidi. Non fanno chiacchiere ed acqua ma fatti e lavorano.

Ci sono giudici che sono consapevoli della sacralità del loro giudicare e nel tempo si analizzano, meditano, riflettono, ed odiano i riflettori e gli spettacoli.

L'altra mattina, a Potenza, in Tribunale ho incrociato all'uscita dall'ascensore il mitico Giudice Woodcock. A lui dedicai qualche anno fa un pensiero sull'Eco di Basilicata all'epoca delle sue prime clamorose indagini sui politici lucani (e non sulle veline). Emozionante davvero; un mio  desiderio era proprio incontrarlo casualmente e stringergli la mano; ed è stato esaudito.Anche lui era la mia speranza ma in Basilicata come altrove tutto resterà come, e peggio, di prima; gli ho detto guardi che siamo in tanti con lei, dalla sua parte. Buon lavoro! Ciao Woodcock.

Avrei voluto dirgli ma cavolo non c'è quasi nessuno, mattino presto, prendiamci un caffè da esseri umani. Ma non ho avuto il coraggio di molestarlo. Mi ha colpita la sua stretta di mano schiva. Anche lui se ne stava andando da qualche parte nella sua testa quella mattina. Tutti quegli angeli strani, compresi certi amici, che avevamo idealizzato, ci lasciano; precipitano in un baratro di ignominia oppure capitolano; o semplicemente ti girano il culo e se vanno senza se e senza ma; o anche spariscono o si nascondono ed emigrano. Certi li trasferiscono si trasferiscono; altri li neutralizzano, o espatriano, o promuovono. Altri ancora trasmigrano, mutano, si mimetizzano, strisciano, colpiscono.

Più conosco "l'uomo" e più amo gli animali

Di seguito alcuni articoli da autori sparsi



 Violante, la mafia, la memoria

http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/violante_la_mafia_la_memoria

DI DAVIDE GIACALONE  25 Luglio 2009

Significativamente selettiva e prudentemente tempestiva, la memoria di Luciano Violante. I suoi lampi improvvisi illuminano un sentiero che, fin qui, abbiamo battuto in modo solitario. E’ dal giorno in cui un animale assassino parlò del “papello”, che in siculo sta per insieme di fogli, che ci s’interroga sull’ipotesi

che sia realmente esistita una trattativa, o, almeno, un canale di contatto fra la mafia e lo Stato, e siccome è evidente che non potevano affidare l’eventuale dialogo a dei macellai semianalfabeti, si trattava di stabilire se si erano mosse le propaggini politiche della mafia. Una di queste ha nome e cognome: Vito Ciancimino, ex sindaco democristiano di Palermo. Sono anni che si fanno ipotesi, e ne ho scritto in modo piuttosto difforme dalla vulgata corrente, segnalando la coincidenza fra il governo della commissione parlamentare antimafia e certe scelte della politica e della magistratura. In tutti questi anni, sul punto, Violante ha taciuto. Ora ha sentito l’improvviso bisogno di farsi sentire dai magistrati di Palermo e di far sapere che, per il tramite del generale Mori, Ciancimino gli aveva chiesto un incontro. Perché parla solo ora?
Risposta: perché adesso il figlio di Ciancimino, interessato alla difesa dei soldi mal accumulati, ha deciso di rendere pubbliche alcune carte, che il vecchio Vito, conoscendo i suoi polli, aveva provveduto ad accumulare. In vista di questo diverso e riemerso papello, a Violante è tornata la memoria.
Noi non sapevamo di questo invito, naturalmente, ma la traccia di quel dialogo l’abbiamo già descritta. Facciamo un passo in vanti, sapendo di muoverci su un terreno infido. Il lettore mi scusi, ma anche oggi devo fare una premessa: non credo ai complotti ed agli strateghi occulti. Osservo che quando servono a far credere che il potere politico della prima Repubblica sia stato consustanziale alla mafia, questi schemi godono di un certo successo, mentre quando li si usa per descrivere quel che avvenne nella commissione presieduta da Violante e nell’Italia del 1992-1994, sono bollati come ridicoli e paranoici. Non ci credo mai, ma aggiungo: non ci fu nessuna comune regia, ma due filoni, quello del manipulitismo milanese e quello dell’antimafia violantesca, furono convergenti nel distruggere un mondo politico che raccoglieva la maggioranza dei voti. La maggioranza di governo, invitta nelle urne, fu cancellata per via giudiziaria. Non si capisce nulla, se non lo si ricorda.
Violante, dunque, sapeva che Ciancimino, a nome della mafia o dei corleonesi, cercava un dialogo. Oltre a tenerlo per sé, oltre a ritenerlo solo ora utile per le indagini, Violante s’è chiesto il perché? Pensava volesse contribuire alla scrittura di un libro di storia? S’è chiesto se, per caso, c’entrasse qualche cosa il fatto che lui, Violante, assieme alla corrente di sinistra della magistratura, si era battuto contro Giovanni Falcone? Sappiamo che la mafia cerca sempre un contatto con il potere, per stabilire i termini della convivenza o misurare la durezza della guerra. Il potere è sempre penetrabile, e la mafia meno monolitica di quel che si crede. Lo avrà capito anche Violante, visto che, sul tema, sdottoreggia da molti anni. Violante era una delle facce del potere vincente, in grado di controllare, o far credere di potere controllare, la magistratura, anche per il tramite di quella Elena Paciotti che mise il suo voto al Csm al servizio di chi voleva bloccare Falcone e Borsellino, per poi incassare un seggio da parlamentare della sinistra (che pessimo esempio!). Era il volto di un potere che poteva permettersi di processare per mafia un ex presidente del consiglio, accettando che s’intimorisse un carabiniere (il maresciallo Lombardo) e lo si spedisse alla morte, pur d’impedirgli di portare in aula un testimone scomodo per l’accusa. Era, quindi, un interlocutore interessante, per la mafia. Che si sia prestato o meno non lo so, e non è politicamente rilevante. Saperlo attiene alla valutazione penale, che noi vorremmo lasciare ai tribunali, se esistessero. Quel che conta è che la mafia cercò il contato con i vincenti, e che il loro più scaltro esponente ha atteso tre lustri, per farsi tornare la memoria.
Successe, in quegli anni di stragi e giustizialismo, un imprevisto: a vincere le elezioni fu Berlusconi. Vedo che, ora, si prova ad inquinare la memoria, facendo dire ad un quaquaraquà che i mafiosi avevano l’ordine di votare Forza Italia. Ridicoli. Quanti credete che siano? E quando tutta Palermo votava lo stesso sindaco, la mafia aveva per caso dato ordine di votare Leoluca Orlando Cascio? Anch’egli nemico di Falcone e diffamatore di Lombardo, oggi degno alleato di Di Pietro. Sono certo che Violante vorrà sconsigliare qualche sciocco zelante d’insistere su questa strada, perché nei giorni in cui Falcone e Borsellino venivano isolati, resi impotenti ed ammazzati, il mondo di Forza Italia contava zero. Contava Violante. Tanta storia deve essere ancora scritta, e, forse, oggi sono più numerosi quelli in grado di capirla. Almeno lo spero.

 

VADE RETRO ANTIMAFIA!

Post n°1156 pubblicato il 23 Luglio 2009 da vocedimegaride
 

POL - Dieci domande ai dilettanti dell'Antimafia
Roma, 22 lug (Velino) - 10 domande ai dilettanti dell’antimafia che hanno indagato, processato e condannato per la strage di via D’Amelio, dove furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, e che oggi dopo diciassette anni, quando crolla tutta la loro (ri)costruzione, sollevano il polverone delle presunte “rivelazioni” del figlio di Vito Ciancimino e del presunto “messaggio” di Totò Riina e della “trattativa” tra la mafia e lo Stato e del “papello” e dell’eterno teorema dei “mandanti esterni” per sfuggire alle loro responsabilità e per evitare la revisione dei loro tre processi-farsa, il Borsellino primo, il Borsellino bis e il Borsellino ter, confermati in appello e in Cassazione, e continuare a tenere in galera gli innocenti condannati all’ergastolo. 

1. E’ vero o no che tutta la loro (ri)costruzione si basa sulla presunta “confessione” di Vincenzo Scarantino, che avrebbe rubato la Fiat 126 imbottita di tritolo e l’avrebbe portata sul luogo della strage? E che questo Vincenzo Scarantino era un meccanico semianalfabeta del rione Guadagna, esentato dal servizio militare per schizofrenia, tossicodipendente e fidanzato con i transessuali Fiammetta, Giusi la sdillabrata (che significa “ampia capienza”) e Margot, e contro tutte le evidenze hanno voluto credere e sostenere per anni e per tre processi, e in appello e in Cassazione, che Cosa Nostra avesse potuto affidare a costui il compito di innescare la strage? 
2. E’ vero o no che la presunta “confessione” e le presunte “rivelazioni” di Scarantino sono state smentite radicalmente, fin dal primo momento, non solo dai presunti complici da lui accusati, ma anche da boss di primo piano di Cosa Nostra, già ufficialmente “pentiti” e gratificati dal contratto di “collaboratori di giustizia” e già accreditati e riconosciuti credibili in svariati processi, come Salvatore Cancemi e Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera? E che i verbali dei confronti, svoltisi a Roma nella sede della Dia, in cui costoro hanno smentito e persino ridicolizzato Scarantino, sono stati segretati e non esibiti nei processi Borsellino fino a quando gli avvocati non hanno denunciato i procuratori? E che tutti i boss hanno decisamente negato che lo schizofrenico, tossicodipendente e fidanzato dei transessuali Scarantino fosse mai stato affiliato a Cosa Nostra e che prima della strage ci fosse stato una riunione plenaria della “Commisione” di Cosa Nostra, allargata a tutti i mafiosi della Guadagna e presieduta personalmente da Totò Riina, a cui avesse addirittura assistito Scarantino, sì da poter udire con le sue orecchie Riina decidere la condanna a morte di Borsellino: ”A stu curnuto s’ha ‘a fare saltare ‘nda l’aria come du’ crastu che ci stava ristannu vivu, picchè chistu Borsellino fa chiu’ danni che Falcone a Roma (questo cornuto lo dobbiamo fare saltare in aria come abbiamo fatto con quel caprone che stava restando vivo, perché questo Borsellino fa più danni che Falcone a Roma)”?...
3. E’ vero o no che lo stesso Scarantino, solo un mese dopo che aveva firmato il primo verbale da “pentito”, ha ritrattato la sua “confessione” e le sue “rivelazioni” e ha denunciato che con minacce e promesse gli avevano fatto firmare “tutte bugie”? E che ha dichiarato a verbale esattamente così: ”Vistiri ‘u pupu... Mi ficiru inventare tutti ‘i cosi...’u verbale lu fici iddu poi mi fici firmare...(Hanno vestito il pupo... Mi fecero inventare tutte le cose... il verbale l’ha scritto lui (il pm)e poi me l’ha fatto firmare)”. E che ha confessato che tutto ciò che aveva raccontato di Cosa Nostra, compresi i nomi dei boss,lo aveva appreso ascoltando la Radio Radicale? 
4. E’ vero o no che, dopo che Scarantino fu convinto a ritrattare la ritrattazione, la moglie Rosalia, che nel frattempo aveva scritto ai giornali, alla radio, alla televisione, alla moglie di Borsellino, alla figlia di Enzo Tortora, a Vittorio Sgarbi, a deputati e a senatori, al Presidente della Repubblica, ha deposto in tribunale e ha raccontato, citando numerose testimonianze, che la mattina della strage il marito non era uscito di casa per portare l’auto in via D’Amelio, ma aveva dormito fino alle 7 e mezza, quando lei lo aveva svegliato con il caffè? E che alla vigilia del “pentimento” e della concessione del contratto di protezione e del relativo servizio di scorta, ogni volta che il marito doveva andare a deporre al processo, veniva a casa il pm, accompagnato dai poliziotti, e si chiudeva col marito in cucina per rileggergli i verbali e per allenarlo a rispondere,facendogli le domande “a scavalco”. E che ha raccontato pure quando condussero il marito a un “incontro amichevole ”con il boss Marino Mannoia, venuto apposta dall’America per istruirlo sulle cose di Cosa Nostra e per imbeccarlo su di una storia di spedizione di cocaina ad Arcore: ”Vincenzo doveva dire che chissu Berlusconi era un cornuto”? 
5. E’vero o no che dopo la sentenza di primo grado del processo Borsellino primo, con cui comminarono tre ergastoli ai presunti complici di Scarantino, a quello che gli avrebbe ordinato il furto dell’auto, a quello che avrebbe imbottito l’auto di tritolo e a quello che avrebbe intercettato la telefonata con cui Borsellino annunciava la visita alla madre, un altro fior di boss di Cosa Nostra, anche lui da tempo “pentito” e fornito di contratto di collaborazione e più che accreditato per essere stato il killer confesso di tutti i delitti eccellenti e di tutte le stragi, dall’assassinio di Salvo Lima alla strage di Capaci, Giovanni Battista Ferrante, si presentò ai magistrati per spiegargli che Scarantino e i tre presunti complici condannati all’ergastolo non c’entravano niente con la strage di via D’Amelio: io c’ero e so come è andata, mise a verbale, per uccidere Borsellino, come avevamo fatto per Falcone, abbiamo messo in campo il fior fiore dei nostri boss e dei nostri esperti,niente picciotti e variopinta manovalanza, niente schizofrenici, tossici e fidanzati di transessuali...?...
6. E’ vero o no che nonostante le ritrattazioni e le smentite e i verbali dei confronti “ammucciati” e tirati fuori dopo anni i tre processi in cui l’inchiesta era stata sconsideratamente smembrata furono portati avanti per anni fino alla Cassazione e che, a conclusione del Borsellino ter, dieci anni or sono, ormai già a sette anni dalla strage, in sede di requisitoria finale il pm annunciò che non solo erano stati trovati e processati gli esecutori materiali e, ovviamente, i mandanti obbligati, e cioè la “Commissione” di Cosa Nostra e il Capo dei Capi Totò Riina, ma si era ormai vicini alla scoperta dei famosi “mandanti esterni”? ”E' sufficientemente provato - dichiarò il pm - quanto ha rivelato il boss pentito Salvatore Cancemi, e cioè che c’erano stati rapporti stretti tra Totò Riina e Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, i quali sarebbe persino venuti a Palermo per parlare con il capo di Cosa Nostra alla vigilia delle stragi: ”La strage va ricondotta anche a responsabilità esterne a Cosa Nostra - dichiara il pm nel corso della requisitoria finale - e va inquadrata in una sfida-ricatto rivolta al Paese per ottenere la revisione del maxi-processo e l’abolizione dell’ergastolo da nuovi referenti e nuovi soggetti politici”. E’ vero o no che il Borsellino ter si conclude con il pm che dichiara che ormai sono sufficientemente provati i rapporti indicati da Cangemi nel periodo delle stragi tra il capo di Cosa Nostra e Berlusconi e Dell’Utri, sicché c’è da approfondire una sola cosa: ”se la strage venne compiuta da Cosa Nostra su richiesta dei soggetti esterni citati dal ‘pentito’ Salvatore Cancemi, o se invece la strage sia stata fatta nella inconsapevolezza di questi ultimi, nella convinzione tuttavia di fare loro un favore”? E che, del resto, Berlusconi e Dell’Utri sono stati indagati per le stragi dalla procura di Caltanissetta per quattro anni, i due concessi dalla legge più il rinnovo per altri due anni? 
7. E’ vero o no che, dopo diciassette anni dalla strage e a dieci anni da questo solenne annuncio fatto nella requisitoria finale del Borsellino ter, i dilettanti dell’antimafia, sepolti dalle macerie di tutti e tre i processi Borsellino che, partiti dallo schizofrenico e tossicodipendente e fidanzato con i transessuali Scarantino erano arrivati a Dell’Utri e a Berlusconi, sono ridotti a sperare, per far dimenticare le loro gravi responsabilità, nelle “rivelazioni” del figlio di Vito Ciancimino (dopo che rifiutarono di ascoltare il padre, che sulle cosiddette “trattative” ha scritto persino un libro), e sui “messaggi” di Riina, sepolto vivo nel carcere duro del 41bis? E che come “mandanti esterni” ormai si accontentano, al posto di Berlusconi e Dell’Utri, di un “agente segreto” con il volto sfigurato e di un “americano” che beve whisky a Villa Igea? (segue)
8. E’ vero o no che tutte queste storie sul “pentito” Gaspare Mutolo che racconta a Borsellino delle stragi e della “trattativa” e del Ministro degli Interni Nicola Mancino che per dirottare le indagini chiama e “innervosisce” Borsellino furono già inventate e propalate per incastrare il più famoso poliziotto di Palermo, Bruno Contrada, che sarebbe stato a via D’Amelio al momento della strage (e che invece era in barca per mare con almeno altre dieci persone,compresi carabinieri e poliziotti) e che si sarebbe impadronito della “agenda rossa” sulla quale Borsellino avrebbe scritto chissà quali segreti di cui sarebbe venuto a conoscenza? E che ora vengono riciclate,più per distrarre e far confusione che per indagare e incastrare non si sa più chi e per che cosa e a quale scopo? 
9. E’ vero o no che, a questo punto, i dilettanti dell’antimafia dovrebbero piuttosto affrettarsi a promuovere la revisione dei processi falliti, non fosse per altro per tirare fuori dalla galera gli innocenti condannati all’ergastolo? E che dovrebbero riaprire le indagini sulla strage di via D’Amelio non per inseguire i fantasmi dei “mandanti esterni”, ma per scoprire e arrestare almeno gli esecutori materiali (dopo diciassette anni non si sa ancora chi è stato a premere il pulsante per far esplodere il tritolo, né da dove l’ha fatto, né da dove è venuto il tritolo)? 
10. Nel frattempo, almeno non potrebbero presentare le scuse al giornalista che tutte queste cose le ha scritte in tempi non sospetti, diciassette e dieci e cinque anni fa, sul “Foglio”, su “Panorama”, sul “Giornale”, e nell’agenzia di stampa “Il Velino”, ed è stato da lor signori querelato e processato, ma non condannato (per ultimo è il pm del processo Borsellino ter che ha perso clamorosamente la causa)?

 (Lino Jannuzzi) 22 lug 2009 20:47

 
 
 

Commiato ... o revoca di mandato?

Post n°1155 pubblicato il 23 Luglio 2009 da vocedimegaride
 

 

Postato da: AgnesePozzi a 16:58 | link | commenti

domenica, 19 luglio 2009
DE BELLO VILLICO

DE BELLO VILLICO  

di Agnesina Pozzi

 

L’iniziativa PRO BONO PACIS  non ha sortito effetto. Il sindaco se ne stra.. delle tantissime mail arrivate al comune intasando la casella postale e va avanti come un caterpillar…per dimostrare forse che ha polso! Nella risposta che fornisce, in seguito a richiesta del mio avvocato Letizia Ciancio, cerca di auto-convincersi che forse gli hanno fatto prendere la decisione giusta:

 

1)      personalmente rilevo che i vigili hanno fatto ridicole e ambigue (o forse …false e tendenziose) relazioni di servizio: senza date ed orari. Risultato i cani abbaiano “continuamente” al passaggio di automezzi, animali

dennis 21 luglio

 

 

 e persone (vuol dire allora che sta pubblica quiete NON ESISTE se continuamente passano automezzi tra i quali mietitrici, scavatori, pompe di cemento,

cane bianco

trattori, furgoni, camion, motoape, auto, moto smarmittate, cani liberi, persone ed ambulanti durante il mercato o le feste patronali o le processioni.

la processione d

 mio cancello.

2)     Ci sarebbero problemi igienici..inventati di sana pianta (mai relazionati, mai denunciati da nessuno, mai rilevati e soprattutto MAI ESISTITI.

 

3)      non esisterebbero ORDE di CANI ABBAIANTI (mai segnalate da me), ma guarda caso proprio tre cani vaganti (di proprietà e senza guinzagli di alcun genere), alla presenza di testimoni, venivano ad abbaiare provocando i miei cani. Uno l’ho fotografato proprio mentre una pompa per il cemento stava lavorando nei pressi di casa mia e del sindaco. Fatalità o segno del Padreterno che è dalla mia parte! E altri ne fotograferò

La vera tragedia è che per l'isteria di certi individui, anche i cagnetti di proprietà vaganti liberi, sono sacrificati. Se gli isterici non reclamassero dei leciti abbai e questioni interpersonali canine, i cani potrebbero girarsene tranquilli, liberi, col pieno rispetto dei loro spazi, esigenze e conflitti.

Figurarsi chi se ne può fregare mai dei cani se  a stento s'interessa ai suoi simili umani. Voglio sottolineare CHE NON HO COMINCIATO IO e che per l'isteria di alcuni individui (che hanno problemi personali forse più seri di  abbai o guaiti di cani in paese e lupi in montagna) RISCHIO IL CODICE PENALE per l'inosservanza di un'ordinanza di MERDA, (un abominio, l'anti-Diritto per eccellenza, sulla base di lamentele di vigliacchi che non si sottoscrivono  e si nascondono dietro un dito, magari facendo anche i comprensivi, i caritatevoli, gli addolorati, a seconda del tipo di recite cui sono abituati.) sulla base di lamentele di vigliacchi protetti da vigliacchi.

Similia cum similibus facillime congregantur (spero sia citazione esatta).

 

Nonostante l’ EVIDENZA DEL NULLA CONTRO ME E I MIEI CANI, ma rincarano la dose. Certi villici vogliono fare  guerre lanciando mele marce come loro.   Certi vigili non hanno relazionato fedelmente e con onestà; bene farebbero a sputarsi in faccia la mattina, guardandosi allo specchio 

Avrebbero dovuto anche annotare chi reclamava e perchè e quando e in quale ora. Avrebbero dovuto relazionare che ho ulteriormente isolato visivamente i cancelli, sacrificando anche i miei poveri cani per quest'ordinanza di merda. Ordinanza che, se non rispetto, mi causerà una macchietta sulla fedina penale... Spero ci si renda conto della gravità dell' "accanimento" nei miei confronti e della mia allegra famigliola di cagnolini

. Queste creature sono innocenti. E' la gente che è sclerata, malvagia, scoppiata, arrabbiata al punto da mordere a casaccio anche col rischio di colpire chi ci vuole bene. Una specie di maleficio che coinvolge certe esistenze, chissà.

 

Qualcuno mi spieghi com’è possibile che un tale giardino, così bello, possa mai essere tenuto o ritenuto sporco; o presentare mai “problemi”  di igiene  per la collettività. Piuttosto, vedendo ciascuno ciò che sa, e sapendo forse solo di sporcizia personale o interiore, vede  “sporco”  dappertutto; anche,  e soprattutto, quando non c’è. Guardate per credere, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che si fa vittimismo spicciolo! Si chiama la  dinamica relazionale del “corpo estraneo” e si mette in moto il meccanismo di inglobamento, digestione, anticorpo-poiesi, riconoscimento oppure rigetto.

 

 

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Cito spesso l’Abate Dinouart: “conviene tacere quando non si ha da dire qualcosa che valga più del silenzio”  e, affiancandomi al suo pensiero, ne formulo un altro:  conviene desistere, quando non si ha null’altro su cui arrampicarsi se non degli specchi”…

 

 

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Ciò che è maggiormente pericoloso per la società è l’ignoranza, che certo non è la  semplice assenza di cultura scolastica.

 C’è un tipo di ignoranza  profonda, e  forse geneticamente segnata, che è il non saper comunicare, essere rabbiosi (altro che cani! rabbiosi sono gli umani! Datemi un vaccino contro la RABBIA UMANA), non accettare e riconoscere i propri sbagli;

ignoranza è l’essere presuntuosi e non saper accettare il valore di uno che ci sta di fronte; sminuirlo perché ci sentiamo un niente rispetto a lui, ma tentiamo di calpestarlo perché non ne possiamo raggiungere le qualità. Queste sono certe “bestialità” che però le bestie non hanno.

Tra loro c’è  riconoscimento del leader, amore e sentimenti profondi, comunicazione e azione per il bene  condivisibile (che  sia cibo o gioco), solidarietà, riflessione, compassione, disciplina, armonia, coerenza. Se ci sono cani sbagliati è perché gli umani hanno già causato loro qualche danno.

I cani cercano sempre di alleviarti le sofferenze, mentre gli umani cercano di farti soffrire; raramente sacrificherebbero, da presunti amici, la vita (o il divano) per te. Un cane, invece, si.

 

CARLO

Carlo, il figlio peloso  & amico di un mio amico. Un amico si sincronizza-sintonizza alle tue stesse frequenze: su ciò che hai vissuto, sperato, agito, migliorato, creato, idealizzato, distrutto.  Un cane riesce  a sincronizzarsi, come un vero amico, sulle tue stesse frequenze.

La frequenza è qualcosa di diverso dalla "frequentazione".

Un  omaggio a Vittorio Zingales

figlio dei fiori e della musica

e un saluto dai cuginetti, a Carlo

Postato da: AgnesePozzi a 14:33 | link | commenti (4)