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Nome: Agnese Pozzi
un medico, un'illusa, un'utopista, un'idealista, una deficiente alla fine... in questo mondo di "furbi"
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Da qualche tempo sono oggetto di attacchi (rigorosamente e vigliaccamente anonimi) da parte di vicini malmostosi, frustrati, invidiosi. Sono oggetto di vendette da parte di "fuorilegge" moralizzatori che ho denunciato per abusi edilizi e dissesto idrogeologico. Non potendosela prendere con me, se la prendono con i miei cani.
Le mie povere bestiole non fanno male a nessuno; sono regolarmente custoditi nel MIO recinto, puliti, sfamati. Abbaiano, com'è nella natura dei cani, quando sono disturbati, quando segnalano l'arrivo di gente indesiderata e rancoraosa nei miei confronti, quando passano motociclette smarmittate, ruspe o furgoncini, quando adulti deficienti fischiano o battono colpi su di un bidone per provocarli, o quando bambini gettano carte, sassi e palloni,oltre il recinto; per disturbarli (per gioco o di proposito). Il primo pomeriggio (dalle 13,30 alle 15 circa) riposano insieme a me IN CASA (quanto dura la pubblica quiete? E i cani, avranno anche loro il diritto di non essere disturbati dai latrati umani?) e lo stesso fanno la notte, perchè dormono tranquillamente al riparo.
E' appena il caso di segnalare che la relazione di servizio che il sindaco cita nell'Ordinanza, DATATA 13 GIUGNO 2009 riguarda reclami per l'abbaio dei cani in CONCOMITANZA CON LA FESTA DI PAESE DI SANT'ANTONIO DI PADOVA. In paese c'era la Banda...che non si è limitata a suonare in piazza, ma strimpellando con trombe tromboni e putipù è giunta fin sotto casa mia, casa che si trova di fronte a quella del Sindaco, e com'è usanza da anni, vi sosta per strimpellare in onore del primo cittadino. La banda dunque poteva rompere i coglioni in quella circostanza ed i miei cani non potevano ribellarsi a tanto chiasso? E' valida quella relazione di servizio? E' circostanziata alla festa di paese? Non me l'hanno neppure notificata!!! I vigili intanto farebbero bene a relazionare sull'abusivismo che riguarda loro, loro famigliari, amici e dipendenti comunali TUTTI o quasi...
I vigliacchi fanno segnalazioni continue al Sindaco...ma verbalmente..evitando così di assumersi responsabilità e conseguenze del loro comportamento. Il Sindaco, poveretto, che fa? Mi fa un'ordinanza che non saprei definire: è attendibile una segnalazione "orale"? Se c'è gente che è isterica, è possibile mettere una museruola ai cani PER NON FARLI ABBAIARE (o dovrei tagliar loro le corde vocali per accontentare sti stronzi? I cani hanno il diritto di abbaiare nelle ore in cui tutti rompono i coglioni (anche a loro) o no?... Il Sindaco...provvederà con la stessa solerzia a controllare (insieme alle altre autorità coinvolte) le mie segnalazioni sui dissesti idrogeologici e gli abusi edilizi? Chissà! Intanto farò rispondere ai miei avvocati a qualche mio quesito! E chiedo aiuto all'ENPA e alle associazioni che si occupano di protezione degli animali
I DELINQUENTI: Tommy, Bella, Puffo, Camilla, Pallina, Kussi Kussi, Baby (Bianca era in casa)MAIL Gentile Dott.Pozzi ho preso visione di quello che ha pubblicato 1) segnalazioni orali - i fatti vanno documentati: azioni lesive nonchè episodi ben documentati con relativi orari 2) ha mai riceuto le relazioni di servizio (anche in copia degli atti che il Sindaco cita al 2° e punto 3° dell'ordinanza ) n. 7188....e quelle dell'ARPAB???? Dopo, "Ordina"..........ma. non può parlarle di museruola -trattandosi di spazio privato; nè può scrivere "etc".Ho telefonato ad un collega avvocato che mi ha detto che in primis deve acquisre i documenti che la riguardano e pretendere le segnalazioni scritte!!!!Secondo me questa sorta di abuso di potere, non sostanziato da precedenti ragguagli.........nasce dal fatto che l'ha, seppur in maniera sottile, "accusato" di aver chiuso occhio su abusi edilizi e ambientali verificatisi nel paese che rappresenta. Il signorino, avendo magari preso anche i voti da chi ha fatto pressioni per farle scrivere l'ordinanza, non ha potuto fare altrimenti; il cosidetto yes man, si sente più che mai "legittimanto a spaurarla ben bene..". So anche che se riesce a documentare tutti i fatti che elenca nella lettera, probabilmente lo metterà in condizione di abbassare la cresta.Aspetto news perchè la vicenda sembra veramente paradossale...molto strano che un Sindaco prenda immediati "provvedimenti" su segnalazioni orali (ma ufficialmente anonime ed inattendibili) piuttosto che su gravi situazioni di abuso edilizio e dissesto idrogeologico segnalate con tanto di nome e cognome e protocollo!Titolo I: DELLE CONTRAVVENZIONI DI POLIZIA Capo I: DELLE CONTRAVVENZIONI CONCERNENTI LA POLIZIA DI SICUREZZA Sezione I: DELLE CONTRAVVENZIONI CONCERNENTI L'ORDINE PUBBLICO E LA TRANQUILLITÀ PUBBLICA§1: DELLE CONTRAVVENZIONI CONCERNENTI L'INOSSERVANZA DEI PROVVEDIMENTI DI POLIZIA E LE MANIFESTAZIONI SEDIZIOSE E PERICOLOSE
Bianca
Codice Penale Libro terzo: DELLE CONTRAVVENZIONI IN PARTICOLARE Art. 650 Inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità . Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall'Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d'igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a lire quattrocentomila. La saluto cordialmente.Dr.ssa E.G.
Kussi Kussi
Pallina
"Illustre Signor Sindaco dott. Biagio Costanzo, la vostra concittadina dottoressa Agnesina Pozzi non è solo una carissima amica incontrata sul terreno professionale di un importante caso giudiziario nazionale ma è anche - oltre i confini della provincia potentina ed anche italiani - apprezzato medico, nonchè esperto perito molto noto alle cronache per aver brillantemente seguito con felici intuizioni i casi Cogne, Contrada, Parlanti, eccetera... nota anche negli ambienti artistici poichè artista scultrice e negli ambienti culturali, poichè fiera identitaria della Basilicata, terra di inquietanti contraddizioni, scandali e misteri politici dei quali, da anni, don Marcello Cozzi, il CESTRIM e LIBERA ci informano puntualmente ... Ergo, la vostra concittadina è il fiore all'occhiello della vostra municipalità, forse, il cittadino più rappresentativo ed autorevole della genìa di quel Mezzogiorno sempre vilipeso dalle cronache della storia degli ultimi 150 anni. Agnesina Pozzi, forte dell'etica professionale e dell'educazione impartitale in famiglia,, è anche una generosissima filantropa, avendo beneficato molti sfortunati amici dentro e fuori Episcopia... Non solo verso gli irriconoscenti bipedi umani ella si è prodigata munificamente ma spinta da senso civico, prima che caritatevole, si è prestata a raccogliere in vece del sindaco e della ASL animali domestici abbandonati sul territorio, vittime di abbandono e atti di crudeltà: reati, questi, perseguibili penalmente e sanzionabili con la galera per i rei ed il risarcimento alla comunità offesa da questo oltraggio, da incamerare per prestare le dovute cure alle vittime... inutile rammentarle, signor primo cittadino, i recenti terribili fatti di Scicli, in Sicilia che hanno occupato per lungo tempo le prime pagine di giornali e tv, laddove la responsabilità penale è stata rilevata a carico della Asl e del Comune, per inadempienze gravissime. Oltretutto, il nostro Mezzogiorno è anche il bacino depresso della Civiltà d'Italia e d'Europa e il lievitare senza controllo di atti di crudeltà ai danni degli animali ha richiesto l'emanazione di Leggi Speciali da parte del Governo, l'inasprimento delle pene ma soprattutto ha responsabilizzato precipuamente le municipalità e le ASL.... Ora, a riguardo dell'astrusa ordinanza da Ella emessa il 17 giugno u.s. nei confronti della dottoressa Agnese Pozzi - formulata SOLO sulla base dei "sentito dire" di anonimi e non supportata da relative denunce scritte e controfirmate da pettegoli e bizzoche di paese (invidia?) - si osserva che alle incongruenze già citate si specifica il fatto fondamentale che la dottoressa Pozzi, è residente in una sua proprietà privata con gli animaletti (cani di media-piccola taglia) dei quali la Municipalità in primis, l'ASl, il corpo dei vigili urbani e gli enti locali di tutela dei diritti degli animali avrebbero dovuto occuparsi preventivamente con una sana politica ambientale e sanitaria sul Territorio, come prescritto. ... Dovere civico che - curando e assistendo degnamente senza richiedere oboli e assistenza pubblica - con tutti i crismi e le profilassi del caso queste creature (la cui tutela e mantenimento sarebbe toccata per Legge alla municipalità, coadiuvata e controllata dalle associazioni animaliste e dall'ENPA) si è presa la briga, silenziosamente, di fare la dottoressa Pozzi. Credo lei sappia, signor Sindaco che ogni amministrazione locale deve conferire mandato, in virtù di consulenti operativi, ad associazioni animaliste, per la cura e il controllo della tutela dei diritti degli animali, con un occhio particolare ai randagi, per i quali v'è l'obbligo da parte della comunità civica di sterilizzazione, microchippatura e reimmissione sul territorio laddove non esista luogo idoneo alla loro degna custodia!!!Probabilmente, ordinanza diversa sarebbe stata da Ella emessa se la dottoressa Pozzi avesse denunciato il vicinato dei disturbatori anonimi che si divertono - non avendo altre incombenze - probabilmente, ad andare a spaventare e ad aizzare in tutti i modi i cani oltre il confine della proprietà privata della dottoressa Pozzi, con lancio di oggetti contundenti oltre il cancello, percussioni continue del bidone della spazzatura sul piano stradale e fischi o urla all'indirizzo degli ivi domiciliati. Ritengo che l'ordinanza più giusta debba richiedere la rimozione e l'allontamento di questi bifolchi viciniori alla proprietà della dottoressa Pozzi, ma altrettanto giusto ritengo che Ella tenga in dovuta considerazione e a maggior ragione, le segnalazioni che la dottoressa ha fatto sul grave dissesto idrogeologico ed abusi edilizi, controllando che non siano proprio i reclamanti ad essere colpevoli di tali reati. Come Ella ha segnalato alla ASL i problemi concernenti i cani (e posti da anonimi) dovrà segnalare all'autorità giudiziaria i problemi ben più gravi e sottoscritti dalla dottoressa Pozzi. Non facendo ciò, sarebbe lecito avere il dubbio che Ella voglia proteggere qualcuno e proteggere proprio chi dovrebbe invece ispezionare e sanzionare. Dal mio giornale-blog in rete - molto seguito - ed anche dalla plebiscitaria piattaforma del socialnetwork Facebook, la vergogna dell'ordinanza a sua firma emessa illegalmente nei confronti della autorevole cittadina di Episcopia, dott.a Agnesina Pozzi, è stata diramata oltre ogni confine locale e nazionale, attendendo presto di poter pubblicare notizia di ritrattazione della medesima ordinanza, accompagnata dalle sue scuse, unitamente ad una specifica dell'attività svolta fin qui dall'assessorato preposto alla tutela dei diritti degli animali, in ottemperanza alle vigenti Leggi.Con perfetta osservanza ed in rappresentanza di quanti numerosamente aditi a sostegno della vostra autorevole concittadina dott.a Agnesina Pozzi; Marina Salvadore "La Voce di Megaride"
Baby Apprendo sul sito internazionale nomato FACEBOOK e sul Giornale a larga diffusione La Voce di Megaride,che il Sindaco del Comune di Episcopia si è reso protagonista di un abominio civico e civile senza precedenti,firmando un'ordinanaza allucinante e priva di ogni fondamento giuridico-legale.In tale illegale quanto ridicola ordinananza si penalizza la Dott.ssa Agnesina Pozzi, grande e valente professionista nota in tutta Italia,e non solo,per i suoi importanti interventi medico-legali di rilevanza nazionale.Ho letto l'ordinanza del sindaco e ne resto scandalizzato.Si evince chiaramente che il reato si configura nell'ordinanza stessa che non tiene conto del Diritto Giuridico.Evidentemente oltre alla evidente e manifesta carenza in fatto di protezione verso gli animali, in primis i randagi, il Comune ed l Sindaco non hanno un valido consulente legale.Non si spiegherebbe tale nefandezza impropriamente chiamata Ordinanza.Il Sindaco non è a conoscenza che il Municipio che governa(male a quanto pare)e le ASL,devono provvedere alla cura ed all'ospitalità dei randagi,e ove non vi fosse ricovero,dopo la sterilizzazione e la vacicnazione di legge, mettere, ipso facto, in libertà gli animali.Ogni cittadino, recita la legge, può farsi carico della cura e custodia edgli animali meticci abbandonati dalle comunità e nelle comuinità cittadine.Da tutto ciò si evince che la Dott.ssa Pozzi, non solo ha reso un servigio a proprie spese alla comunità di Episcopia nota solo perchè annovera tra i suoi cittadini una valente e riconosciuta profesionista come la Pozzi,ma che la Dott,.ssa Pozzi stessa è vittima di atti persecutori da parrte di anonimi cittadini (anonimi signor Sindaco!!!)cui si aggiunge la gravissima complicità di un amimnistratore incompetente e partigiano. Lo scrivente,unitamente alle Associazioni Animaliste,al Giornale la Voce di Megaride,si propone e si riserva adire le vie legali contro eventuali atti illegali,ove le autorità giudiziarie ne riconoscessero la sussistenza,ed invita il Governo di Episcopia di tutelare i diritti civili e civici della Dott.ssa Agnesina Pozzi manifestamente offesi e lesi,ed a ritirare il laplassiano erore giurdico-amministrativo presentando al contempo le scuse alla Dott.ssa Agnesina Pozz distintamente Dott.Vittorio Zingales medico legale

Camilla che ride sognando
Stamattina 25 giugno è arrivata una comunicazione dei Vigili Urbani...toh! Che strano, hanno rispolverato i problemi del ricovero per i cani. Leggete la comunicazione e la mia risposta. Entrambi i documenti si commentano da soli. Anteprima assoluta della mia risposta che sarà protocollata domattina. Grazie a tutti quelli qui pubblicati e a quelli che hanno scritto direttamente al Sindaco senza darmene copia. Continuate, perchè io non ho alcuna intenzione di demordere
Se avete problemi di lettura del testo, andate nella sezione "multimedia" dove potrete cliccare sulle relative immagini e vederle più grandi.
MIA RISPOSTA

Bella
Tommasino detto Tommy
Camillina e Puffo

E questo sarebbe il "luogo di storia millenaria". ...fatto di storia di feudalesimo, servaggio e servi della gleba pronti a leccare il sedere e le scarpe al padrone di turno e a massacrarlo appena finita l'utilità politica, sociale, culturale, economica, professionale.
Il vecchio nucleo medievale, di storia millenaria è stato completamente soffocato da uno scempio urbanistico senza limiti e definizioni. Casoni grandissimi esagerati e bruttissimi, incollati uno all'altro. Molte case a valle hanno costituito un sistema di sbarramento a dighe parallele per le acque profonde e superficiali di drenaggio, con un enorme dissesto idrogeologico. Uno schifo. In tutto questo schifo fatto di una infinità di abusi nell'edilizia abitativa..quando arriva il volersi rifare la verginità? Quando in urgenza costruisco un ricovero per i miei cani, invisibile, sotto il piano stradale, non confinante con nessuno e per il quale non c'era neppure bisogno di permesso se lo avessi lasciato scoperto. Tutti hanno copetto il copribile e c'è chi avrebbe anche dovuto demolire un attico e chiudere un vuoto tecnico ...hanno coperto piani, vani, visibilità stradale, terrazze, ricoveri animali, garage, sottoscala...ma i miei cani non potrebbero neppure avere dei pannelli rimovibili coibentati sulla loro testa. E' giusto tutto ciò? Ditemi voi..
ALTRE MAIL: ringrazio tutti i colleghi, gli amici, i simpatizzanti, gli animalisti che hanno scritto e continuano a scrivere mail al Comune di Episcopia. Tutte le mail non posso pubblicarle per ragioni di spazio e perchè ne ho notizia ma non copia.
"Gentilissimo Sig. Sindaco del Comune di Episcopia,
le scrivo questa mia per unirmi al coro di quanti cittadini e colleghi auspicano una felice soluzione della vicenda riguardante la Dott.ssa Pozzi, stimata collega. Spero in una risoluzione amichevole e pacifica della problematica nel rispetto di tutti.
un cordiale saluto, grazie Dr. Carlo Pastore"
Gentile Signor Sindaco,riguardo la questione della Dr. Agnesina Pozzi e dei cani che abbaiano spero di farLe cosa gradita allegando una sentenza della Cassazione che può facilmente trovare digitando sulla rete "sentenza n. 1109 del 9/12/99 cassazione" vengono fuori oltre 800 file ne allego parte di uno (mi pare anpa).La Corte di Cassazione (sezione 1 penale) con sentenza n. 1109 del 9/12/99, che fa giurisprudenza e può essere citata come precedente, ha annullato una sentenza con la quale la Corte d'Appello di Bologna determinava in lire 300mila lire di ammenda e 3 milioni di risarcimento danni la pena ad un signore "perché non impedendo gli strepiti e l'abbaiare di un cane detenuto presso la propria abitazione, disturbava il riposo e le occupazioni delle persone dimoranti nei pressi". La Corte di Cassazione ha stabilito che "è necessario per la configurabilità della contravvenzione di cui all'articolo 659 I comma del Codice Penale (disturbo alla quiete pubblica n.d.r.) che i lamentati rumori abbiano attitudine a propagarsi ed a costituire quindi un disturbo per una potenziale pluralità di persone, ancorché non tutte siano state poi disturbate (...) è necessario che i rumori siano obiettivamente idonei ad incidere negativamente sulla tranquillità di un numero indeterminato di persone (...) tale situazione non ricorre nel caso di specie poiché l'abbaiare del cane dell'imputato ha recato disturbo soltanto ai vicini di casa, né altrimenti poteva essere, trattandosi di abitazione, secondo le testimonianze assunte (...) il comportamento omissivo dell'imputato (che non è intervenuto prontamente per far cessare i continui latrati n.d.r.) integra tutt'al piu' un mero illecito civile (...) annulla quindi senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste".Sono sicuro di averLe fatto cosa gradita come rappresentante della legge di sicuro si prodigherà per farLa rispettare. Magari mettendone i Suoi concittadini a conoscenza.Distinti salutiDaniele TonlorenziEgr. Sig Sindaco chi le scrive è un collega della dott.ssa Pozzi, che ne ha sempre apprezzato le doti di umanità e professionalità dimostrate in varie circostanze. La dott. ssa Pozzi ha anche un grande amore per gli animali e nella sua casa vi sono otto cani amorevolmente accuditi e sfamati. Sono animali e come tali possono abbaiare se nelle vicinanze passa qualche persona estranea, ma non credo abbiano mai dato fastidio a qualcuno. La sua Ordinanza vorrebbe in qualche modo allontanare queste bestiole dalla loro padrona, trasferendole in altra struttura. Le chiedo gentilmente di rivedere questa decisione che arrecherebbe soltanto un grandissimo dolore alla Collega e sofferenza agli animali. Certo di una Sua riconsiderazione dei fatti Le porgo Distinti SalutiArduino Baraldi
Non siamo terremotati di serie B!
Questo Parlamento deve garantirci la riparazione di tutti i danni, così come promesso nei proclami televisivi. Contributi che coprano il 100% dei danni effettivamente subiti non solo da tutte le case, ma anche dalle attività produttive, culturali, etc.. non un centesimo più non un centesimo di meno. Finanziamenti in tempi certi e a fondo perduto. Ora servono soldi non giochi di prestigio.
Città e paesi li ricostruiamo noi!
La cittadinanza deve essere coinvolta in TUTTE le scelte che riguardano il presente e futuro della ricostruzione. Basta con le scelte imposte dall'alto da chi non sa nulla di noi e di cosa vogliamo!
Ogni centesimo che passa deve essere reso pubblico!
Le spese e i finanziamenti, tutto deve essere rendicontato e reso pubblico in internet, entrate e uscite fino alla singola fattura cominciando proprio dalla gestione della Protezione Civile, da ora fino alla fine della ricostruzione. Vogliamo sapere a chi stanno andando i soldi veri perchè gli Aquilani ancora non vedono un centesimo!
Fuori dalle tende!
Un piano che prevede di lasciare per mesi, al caldo dell'estate e al freddo dell'autunno (dell'inverno?) decine di migliaia di persone, più che una missione impossibile è una missione sbagliata. Bisogna subito trovare soluzioni diverse e rivedere completamente il Piano C.A.S.E. (le casette per 13-15.000 persone) che il Governo vuole tirare su senza alcun piano vero e senza avere sentito chi ci dovrà abitare.
No allo spopolamento, tutti devono tornare!
A settembre tutti a scuola e nelle Università. Chi può ricominciare a produrre e lavorare deve essere sostenuto senza perdere altro tempo. Siamo qui e torneremo tutti qui, tra le montagne. Al mare e alle crociere penseremo poi...
Solidarietà ai Vigili del fuoco!
Sosteniamo con forza le richieste dei pompieri, ricordiamoci che uno di loro, il caposquadra Marco Cavagna, è morto di infarto per portarci soccorso, i vigili del fuoco sono stati gli unici veramente sempre al nostro fianco, dalla prima ora, prima osannati e presto abbandonati senza alcun riconoscimento economico per l'immenso lavoro svolto e per il rischio che corrono ancora per aiutarci.
Confronto tra terremoto in Umbria e stanziamenti nel “Decreto Abruzzo”
Umbria
e Marche Abruzzo
Sfollati 30.000 65.000
Stanziamenti per la ricostruzione 7 miliardi € 5,7 miliardi €
Tempi 10 anni circa 24 anni circa
Le iniziative previste
Raccolta firme in tutte le tendopoli e alberghi della costa
Invio del documento di rivendicazione a tutti i parlamentari abruzzesi e amministratori locali
Conferenza stampa di presentazione della campagna
Preparazione di un sit-in a Roma fuori dal parlamento in occasione della discussione in aula del decreto
Preparazione e finanziamento dei materiali della campagna
Preparazione azioni di visibilita' della campagna durante il G8
Logo della campagna
Informazione da Radio Radicale, fai notizia
dal sito
http://www.100x100aq.org/
Cronaca
di un verdetto annunciato
Il caso Forti
Ombre e dubbi di un processo surreale
A cura di Gianni Forti
Indice
5 – Premessa
7 – Prefazione
8 – Gli innumerevoli dubbi
10 – Un grido dal carcere
12 – La storia di Enrico Forti
14 – La cronistoria dei fatti
19 – Le “non verità” dell’accusa
22 – L’inganno
27 – Le menzogne
32 – Il riscontro della macchina della verità
33 – Le omissioni e l’inefficacia della difesa
35 – Il conflitto d’interessi
36 – L'albergatore Anthony Pike
40 – Stralci della prima testimonianza dell'albergatore
44 – La vittima Dale Pike
47 – Il tedesco Thomas Knott
51 – Il manager Antonio Fernandez
52 – L’ex-poliziotto Gary Schiaffo
54 – L’assurda “prova” della sabbia
55 – La “grave” circostanza delle armi
56 – Il collegamento al caso Versace
59 – Gli aspetti singolari del “caso”
64 – L’amara ironia di un’ipotetica “confessione”
68 – Gli appelli rifiutati
71 – I diritti negati e le regole violate
72 – Una lettera di protesta
74 – Una storia, due versioni
Premessa
Non c’è dubbio che il “caso Forti” abbia tutte le caratteristiche di un fantasioso e tragico film giallo. Questa però è una storia vera e qui non interessa scoprire il vero colpevole.
Il tentativo è semplicemente quello di dimostrare che Enrico Forti non lo è.
La minuziosa ricerca effettuata negli atti del processo dovrebbe servire proprio a questo, facendo risaltare tutte le incongruenze riscontrate che hanno inopinatamente costituito l’ossatura del processo stesso.
In alcuni passi di questo documento si è fatto ricorso al pensiero di tanti amici, di giornalisti, di avvocati e magistrati, che va oltre il caso in questione, sviluppando un confronto della logica e della ragionevolezza nella loro essenza.
L’idea di redigere questo documento nasce dalla precisa volontà di rivolgersi al personale giudizio di ciascuno, nella speranza di scuotere la coscienza di chi ha la possibilità di intervenire per rimediare a questa palese ingiustizia.
Enrico Forti è ormai rinchiuso in carcere da dieci anni.
Ma non sarà mai solo.
Gli amici, al di qua e al di là dell’oceano, non si rassegneranno mai al suo triste destino. Si continuerà a sostenere la sua causa, non rinunciando a perseguire l’obiettivo primo della revisione del processo. E ogni battaglia legale e politica sarà combattuta fino in fondo.
Mettere tutto nero su bianco è semplicemente un modo per dare forma alle verità nascoste in questo mostruoso poliedro dalle mille sfaccettature.
Infine la speranza: la prima delle vigliaccherie, ma anche l’ultima delle follie nel tentativo di ridare a Chico la libertà e la vita.
Fino ad allora il caso non sarà mai chiuso.
Prefazione
Come detto, con questa raccolta di note documentali si tenta di far chiarezza su una vicenda dai risvolti inquietanti che nel 1998, negli Stati Uniti, coinvolse il campione di windsurf e film-maker trentino Enrico Forti, conosciuto da tutti come “Chico”.
Quanto riportato in questi appunti è stato debitamente tratto dagli atti del processo, dai report della polizia e da testimonianze importanti, tra cui ovviamente quella dello stesso “Chico”, che da sempre contesta le argomentazioni che lo hanno portato alla condanna.
La ricerca e la raccolta di documenti con cui ci si propone di presentare una veritiera ricostruzione dei fatti, è stata curata dallo zio paterno Gianni Forti, nell'intento di dimostrare l’innocenza di Chico, cercando disperatamente di ottenere la revisione del processo e l’annullamento di quella terribile e ingiusta condanna.
Ben ventotto mesi sono stati impiegati dal pubblico ministero Reid Rubin per sviluppare la sua istruttoria, dal 15 febbraio 1998 al 25 maggio 2000, data d’inizio del processo.
Un record di lentezza inusitato per la giustizia americana! Un ingente impiego di tempo e denaro per sviluppare ed imbastire una teoria accusatoria basata solamente su indizi e prove circostanziali discutibili.
Ma non ci si illude. C’è la consapevolezza che la procedura sia stata condizionata da problemi che esulano dal processo stesso.
Le prove circostanziali presentate, non fanno trasparire le ombre nelle quali sono avviluppate. Disarmante poi la filosofia dell’ovvio perseguita dall’accusa per tutta l’istruttoria e durante il processo. Ed anche dopo.
L’imputato ha mentito? Allora aveva qualcosa da nascondere. Se aveva qualcosa da nascondere, allora faceva parte del complotto. Se faceva parte del complotto, allora è colpevole. Se è colpevole, allora deve essere condannato! Certo, può ricorrere in appello. Ma la legge prevede la discrezionalità della concessione dell’appello e, se non lo si concede, il caso è chiuso.
La legge del più forte non si arrende mai, nemmeno davanti all’evidenza.
Una logica in grado di innescare una sequenza di modalità espressive, strategicamente involute e surreali, confezionate in un mazzetto di concetti estrapolabili dalle convinzioni personali di un qualunque pubblico ministero. Magari per confermare se stesso quale metafora perfetta della giustizia.
Evidente che qui non si intende criticare il sistema giudiziario americano in se stesso, ma solamente protestare per lo scorretto uso che se ne è potuto fare. Di qui la minuziosa ricerca tra gli atti processuali.
Del caso si è occupato anche il magistrato siciliano Lorenzo Matassa nella stesura del suo libro-inchiesta “Tra il dubbio e l’inganno – da Versace al caso Forti: una doppia trappola mortale” (ed. Koiné, Roma).Questo libro ha riportato vivamente alla ribalta una vicenda che per molti aspetti sembrava essere seppellita per sempre in un carcere di massima sicurezza nelle paludi della Florida.
Il documento che segue altro non è che un’appendice al libro stesso, da cui peraltro trae alcune parti salienti. L’intenzione però è quella di focalizzare alcuni aspetti perigliosi della vicenda che, per incomprensibili motivi, non si è mai voluto o potuto chiarire.
Gli innumerevoli dubbi
L’imprenditore italiano di Trento, Enrico Forti, dopo un processo durato ventiquattro giorni, il 15 giugno 2000 è stato ritenuto colpevole di omicidio da una giuria popolare della Dade County di Miami, “per aver personalmente e/o con altra persona o persone allo Stato ancora ignote, agendo come istigatore e in compartecipazione, ciascuno per la propria condotta partecipata, e/o in esecuzione di un comune progetto delittuoso, provocato, dolosamente e preordinatamene, la morte di Dale Pike”.
La sentenza ha lasciato esterrefatti i presenti e quanti avevano seguito il dibattimento processuale, increduli che una giuria abbia potuto emettere “oltre ogni ragionevole dubbio”, un verdetto di colpevolezza sulla base di così flebili e confuse prove circostanziali.
Successivamente, attente verifiche e valutazioni sulla fondatezza di queste “prove circostanziali”, produssero una tale quantità di dubbi che il sospetto che i fatti siano andati in modo completamente diverso da come sono stati presentati dall’accusa, è divenuto quasi certezza.
In sintesi questo è stato l’esito di un processo il cui verdetto era già stato deciso con largo anticipo.
Valutando meticolosamente una per una tutte le accuse basate su fatti ed antefatti, si scoprì una serie infinita di “gabole” e manomissioni usate fraudolentemente dall’accusa con l’unico scopo di ottenere un verdetto di condanna.
A questo punto viene spontanea una domanda: ma gli avvocati della difesa c’erano oppure no? Era abbastanza elementare smontare delle accuse che non avevano alcun sostegno probatorio. Del loro comportamento si può pensare di tutto. Troppa sicurezza? Faciloneria? Oppure stupidità o addirittura ammanicamento? Parole grosse, ma da come sono andate le cose ci si sente autorizzati a pensare di tutto e di più.
Enrico Forti ritiene che la causa principale della sua condanna debba essere imputata proprio alla loro inefficienza.
Certo. Erano considerati tra i migliori della Florida, forse perché applicavano delle parcelle costosissime. Nella scala dei valori questa è una regola vigente nella considerazione dei fori americani: più la parcella è alta, più l’avvocato è bravo. Morale, per dimostrare di essere bravi quasi tutti gli avvocati sono notevolmente costosi. Anche perché la legge americana prevede che le parcelle vengano pagate in anticipo.
E chi non può permetterselo? A mare!
Enrico Forti ha avuto due processi, il primo riguardava l’accusa di truffa e circonvenzione d’incapace. Alla base c’era un contratto milionario in dollari per la compravendita di un hotel. Quindi il cliente era da considerarsi un “milionario” e meritava particolare impegno e attenzione in quella causa. L’esito fu consono alla parcella: assolto.
Nel secondo processo l’accusa era gravissima: omicidio di primo grado.
A questo punto però Enrico Forti non aveva più denaro. Il primo processo l’aveva già salassato. E’ vero che risiedeva in un’isola esclusiva e guadagnava bene come film-maker, ma le vicende del primo processo avevano bloccato il suo lavoro e quindi le sue entrate.
Era chiaro che non c’era più nulla da spremere e quindi l’inevitabile conclusione: a mare!
Per avere ancora l’assistenza da quello studio legale nel secondo processo, con l’accusa infamante di essere il mandante in un caso di omicidio, Enrico Forti fu costretto a firmare un documento ipotecario sull’unico appartamento di sua effettiva proprietà.
La condotta passiva degli avvocati della difesa durante il processo fu oggetto della protesta di Enrico Forti, ma Ira Loewy, l’avvocato principale, lo tranquillizzò dicendo laconicamente: “Non c’è nulla che ti possa incriminare e nessuna giuria al mondo ti potrà mai condannare. Non è il caso di preoccuparsi più di tanto!”…
Invece fu vero il contrario. Ed ora se ne raccolgono i cocci.
L’accusa ebbe praticamente mano libera per dimostrare l’indimostrabile, basando tutta la sua teoria di colpevolezza sull’unica cosa certa di tutta la vicenda: una bugia. Enrico Forti mentì nell’immediatezza della sua convocazione come testimone presso il dipartimento di polizia, negando infatti di aver incontrato Dale Pike (la vittima) il giorno del suo arrivo a Miami.
La sera di quello stesso giorno Dale fu ucciso.
Successivamente tutti i ricorsi contro la sentenza presentati nei vari appelli sono stati sistematicamente rifiutati senza opinione né motivazione.
Ma quale giustizia può impostare un processo e pronunciare un verdetto di condanna, basandosi solamente su un così flebile indizio? Perché rifiutare la possibilità di dimostrare la propria innocenza? Se i fatti sono andati diversamente da come presentati dall’accusa, con quale coscienza si tiene in prigione per tutta la vita una persona, tra il resto padre di tre bambini in tenera età? Se si trattasse di un clamoroso errore giudiziario, perché non concedere la possibilità di rimediare a questa ingiustizia?
Perché nessuno vuole prendersi la responsabilità di rispondere a queste semplici domande?
Oppure ancora una volta gli americani si attengono all’assurda regola che se c’è un delitto c’è anche una pena da scontare e “qualcuno” deve pagare? Se poi questo “qualcuno” fosse innocente, sarebbe un dettaglio di secondaria importanza…
Un grido dal carcere
“Sono innocente. Aiutatemi!”.
E’ l’appello lanciato, all’indomani della sentenza che lo ha condannato all’ergastolo, dal produttore televisivo italiano Enrico Forti.
Da oltre otto anni Enrico Forti, detto “Chico”, è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza sito nelle paludi delle Everglades. L’accusa: omicidio di primo grado ai danni di Dale Pike, figlio di un albergatore di Ibiza, Spagna, Anthony John Pike, detto “Tony”.
Ex campione di windsurf ed eccellente documentarista, specializzato nei filmati sugli sport estremi, Chico Forti si trasferisce da Trento in America, in cerca di fortuna, sfruttando la sua intelligenza eclettica ed il suo estro vulcanico. Si stabilisce in Florida, il Sunshine State. Sposa una splendida miss californiana dalla quale ha tre figli. La famiglia di Enrico Forti risiede a Williams Island, un quartiere esclusivo di Miami.
A dichiararlo colpevole una bugia, soltanto una bugia, detta nel Paese sbagliato, nel momento sbagliato ed alle persone sbagliate. In America, patria delle contraddizioni, la menzogna è un delitto grave. Con la mente annebbiata dalla paura e senza alcun supporto legale, Enrico Forti mente alla polizia di Miami, che precedentemente lui aveva definito corrotta. Da quel momento la sua vita viene sconvolta.
Entra in una spirale incontrollabile in cui fatti, circostanze, coincidenze, singolarità, generano una picchiata senza fine. Il punto di non ritorno sembrerebbe la condanna al carcere a vita, ma Chico Forti sta ancora precipitando e per lui l’incubo dello schianto non è ancora finito.
Con questo documento si tenta di sciogliere il groviglio inestricabile di questa brutta vicenda, anche se è un’impresa molto ardua. Un affair dai risvolti inquietanti, veri e propri coltelli affilati, i cui manici, a quanto pare, sono nelle mani di gente assai potente.
Una verità costellata di buchi neri. Come quelli collegati alle piume scure che odorano di morte del piccione trovato accanto al corpo di Gianni Versace o all’affondamento della house-boat in cui si era rifugiato il presunto assassino dello stilista, Andrew Philip Cunanan.
Insondabili baratri di abiezione, dei quali Chico aveva cominciato a scardinare le porte in un suo documentario intitolato “Il sorriso della Medusa”, rendendosi conto dell’esistenza di stanze dai segreti inconfessabili. Qualcosa di grosso, di molto grosso. Misteri che non potranno né dovranno mai essere svelati.
L’America è la terra dove si materializzano i sogni, il posto ideale per chi, come Enrico Forti, di sogni ne aveva non uno, ma un’infinità. Attenzione però, è anche la terra dove Sacco e Vanzetti furono giustiziati nel 1927 e riabilitati formalmente soltanto nel 1977. Una terra bellissima, che Chico, nonostante l’abbia tradito, continua ad amare. Un’abbagliante peripatetica che si concede al miglior offerente e si fa corrompere anche se è necessario neutralizzare un innocente.
Irrequietezza, bramosia, eccesso di creatività nei confronti della vita e del mondo, si possono forse rimproverare a Enrico Forti. Ma che abbia ucciso Dale Pike, nessuno lo può credere. E non perché uno sportivo fino al midollo, come lui è sempre stato, non potrebbe sparare alle spalle. Ma per il fatto che non esiste uno straccio di prova, eccetto una costruita ad arte e che poteva essere smontata all’istante se soltanto vi fosse stata la volontà di farlo.
Così come si è volutamente insabbiata la chiave di volta del processo contro Forti data dall’assenza di un movente. Che, per il pubblico ministero, è da individuarsi in un’ipotetica truffa perpetrata dal Forti nei confronti del padre della vittima, Anthony John Pike, proprietario dell’Hotel Pikes ad Ibiza, in Spagna. Un albergo frequentato in passato da star e personalità di caratura internazionale, ma che ultimamente stava attraversando un periodo di crisi.
Secondo l’accusa Forti intendeva strappare “sottocosto” la proprietà a Tony Pike, approfittandosi di un vecchio malato ed incapace. “Greed”, “avidità”, dirà il pubblico ministero Reid Rubin al processo. Il figlio di Tony, Dale, avrebbe interferito per impedire la compravendita e per questo Chico lo avrebbe ucciso.
Ma per l’accusa di tentata truffa, circonvenzione d’incapace e appropriazione indebita Forti viene processato ed assolto. Senza alcun dubbio il movente decade, non esiste più. Clamoroso! Ed allora è incomprensibile come lo Stato, che esclude la fondatezza del movente, con cieca testardaggine ne faccia la propria arma più tagliente per accusare Chico di omicidio.
Ed è ancora più incomprensibile come in un Paese democratico, un comprimario, se non addirittura regista e attore protagonista di questa terribile farsa, di nome Thomas Heinz Knott, se la cavi per il rotto della cuffia, patteggiando con lo Stato proprio l’accusa di truffa ai danni di Anthony John Pike. E diventando uno dei testi principali contro Enrico Forti.
Knott era un ex imprenditore tedesco, condannato a sei anni di reclusione in Germania proprio per truffa aggravata. Scontò solo tre anni della pena per benefici di legge, e si trasferì negli Stati Uniti tramite un passaporto falso, andando ad abitare proprio a Williams Island. Sospettato all’inizio anche lui dell’assassinio di Dale Pike, non venne però mai chiamato a deporre al processo. Fu liberato ed espulso dagli Stati Uniti nell’immediatezza del rifiuto dell’appello per la revisione del processo di Enrico Forti.
L’unica cosa certa è che l’italiano non ha avuto un giusto processo, quel fair trial o due process di cui gli americani si riempiono tanto la bocca, prospettandolo come garanzia infallibile della giustizia. Difficile individuare l’esatta combinazione per risolvere questo complicatissimo rompicapo, ma non impossibile.
“Da cento conigli non si fa un cavallo, da cento sospetti non si fa una prova” recita un proverbio inglese.
Accade a volte che la realtà superi la più fervida delle immaginazioni. E’ allora che gli incubi escono fuori della loro dimensione onirica, trasponendosi nella vita di un uomo per imprigionarla ed annullarla per sempre. Si materializzano da una bugia partorita dalla paura, da numeri incomprensibili di una equazione imperfetta, che ha per risultato un movente inesatto, da microscopici granelli di sabbia scaturiti dal niente, per creare un perfetto incastro dell’ambiguità. La verità scompare e cercarla diviene impresa ardua, ma non impossibile per chi è consapevole che vitam inpendere vero è lo stile di esistenza necessario per contrastare quella anomia diffusa, che permea tutte le società, anche le più evolute.
Questo libro vuole essere un incontro dialettico fra autore e lettore attraverso un percorso euristico, al fine di dimostrare come il dubbio, se utilizzato senza sofisticazioni, possa ancora risultare un valido strumento della ragione a sostegno della verità. E al tempo stesso, si propone di svelare come l’esercizio del dubbio metodico possa essere gravemente inficiato dalle omissioni. Che, spesso, sommi sacerdoti della persuasione sottile, in una sorta di delirio solipsistico, strumentalizzano come ubi consistam di proprie tesi perverse.
L’effetto è quello di far scaturire una volontà unanime fra i membri di una comunità sovrana, chiamata ad emettere un verdetto di vita o di morte. Ma il consenso può fondarsi su un errore e rivelarsi fatale, dal momento che la concordanza d'opinione permette di stabilire che cosa è ritenuto vero, ma non di provare che il contenuto affermato, realmente corrisponde alla realtà.
Anche la più inoppugnabile forma di amministrazione del diritto, condotta su basi intenzionalmente fuorvianti, rivela pertanto tutta la propria imperfettibilità e la débâcle della giustizia è inevitabile. Resta la speranza di riuscire a trovare un quid risolutivo in un ingranaggio che ha l’effimera consistenza di una tela di ragno. Sempre pronta a catturare gli insetti piccoli, lasciandosi trapassare da quelli grossi, che la bucano e restano liberi. In volo verso gli accecanti e proteiformi riflessi del mondo apparentemente dorato dei ricchi e famosi, dei potenti e intoccabili, che all’esteriorità e alla negazione dell’essere sacrificano, senza dubbio alcuno, la propria umanità.
La storia di Enrico Forti
Enrico Forti detto “Chico” nasce a Trento nel 1959 dove vive fino al conseguimento della maturità scientifica nel
Questa è la sua incredibile storia.
Chico Forti ha avuto tanto dalla vita: successo, fama, soldi, una famiglia fantastica con tre bellissimi figli. In un momento in cui tutto sembrava aver raggiunto il massimo della perfezione, ha visto il mondo completamente crollargli addosso e tutto il suo sogno disintegrarsi per lasciare posto ad una dura realtà: le sbarre fredde di una prigione di massima sicurezza nelle paludi delle Everglades a Miami, Florida. Da questa prigione non ne uscirà più facilmente in quanto la condanna è stata la peggiore possibile (se si esclude forse la pena capitale che da alcuni è ritenuta anche più lieve come condanna), cioè ergastolo senza possibilità di sconti…
Perché una condanna così grave per una persona che non ha mai avuto alcun precedente penale? Di che cosa è stato accusato Enrico Forti per aver determinato una così atroce decisione giudiziale?
Dobbiamo necessariamente tornare indietro nel tempo e cominceremo dal periodo in cui Chico, giovane aitante e spavaldo, fu uno dei primi pionieri dello sport esordiente chiamato windsurf. Siamo alla fine degli anni ’70 e inizio degli anni ’80. Chico si appassiona a questo sport, è bravo, diventa bravissimo, comincia a competere a livello nazionale ed internazionale, a raggiungere risultati di estremo rilievo, attirando sponsor che lo finanziano proficuamente. Apre scuole di windsurf ed inizia a gareggiare nella coppa del mondo (unico italiano) dove raggiunge discreti risultati in generale ma alcuni di rilievo assoluto come ad esempio la vincita della coppa America. Soprattutto si fa conoscere e benvolere da tutti nel mondo, dagli atleti agli sponsor, dai media al pubblico.
La sua simpatia e voglia di vivere, il buonumore e la comicità estrema facevano di lui un personaggio nel circuito mondiale. Dovunque gareggiasse (Italia, Europa, America, Australia, Giappone), Chico si faceva apprezzare e notare non solo per le sue doti sportive. Il suo potere di comunicazione era straordinario e gli servirà per la sua futura carriera e per sviluppare tutti i contatti avuti prima, durante e dopo le varie sessioni sportive. Era abile ed intraprendente anche in altri sport, come lo sci alpino, lo sci d’acqua, la vela, il catamarano e il wakeboarding. Provava ed inventava continuamente nuove manovre, nuovi “tricks”, che lo mettevano sempre in risalto. E’ stato spesso vittima dei rischi che correva, procurandosi più di quaranta fratture in carriera.
E’ stato lui a sperimentare per primo la manovra “suicida” del windsurf chiamata “killer loop”, cioè il salto mortale con tutta l’attrezzatura (tavola e vela), poi copiato in grande scala. Invitato da Robby Naish e da Peter Cabrina (i veri campioni mondiali della specialità in quegli anni) si recò a Miami per allenarsi con loro. A lui è dovuta anche la collaborazione nell’invenzione del trampolino per il windsurf che, sulla falsariga dello sci nautico, permetteva di poter saltare con il windsurf anche in assenza di onde. Questa tecnica è stata fondamentale per la successiva invenzione del windsurf indoor, basato anche sul salto acrobatico con il windsurf mosso da ventilatori giganti in una piscina di quasi
Negli ultimi anni da professionista, Chico si presenta ad una trasmissione a quiz di Mike Bongiorno chiamata “Telemike”, dove rivela un’altra dote incredibile: la memoria, che è forse il suo patrimonio più grande. Si ricorda tutto, nomi, date, luoghi, apprende e parla correntemente 7 lingue, incluso il giapponese ed il polinesiano. Lo stesso Mike Bongiorno si stupì della sua incredibile capacità, dichiarando in trasmissione che era il concorrente più “forte in memoria” che si fosse mai presentato! La trasmissione era basata in generale su domande di cultura, avvenimenti correnti e storici ed in particolare sul windsurf, materia specifica scelta da Chico. Vince circa 80 milioni.
Questa vincita fu il suo passaporto per gli Stati Uniti dove iniziò la sua carriera imprenditoriale. Per realizzare il suo “sogno americano”, fu un vero vulcano in fatto di idee ed iniziative, afferrando ogni opportunità gli si presentasse, anche se qualcuna comportava dei rischi a livello “killer loop”.
Appassionato di cinematografia, con una piccola troupe cominciò a produrre una serie di filmati sugli sport estremi, chiamati “Hang Loose”, nome che venne poi dato anche alla sua società di produzione. Questi filmati ebbero un notevole successo e
In seguito estese la sua attività anche ad altri settori, dalla moda ai concorsi di bellezza, dagli eventi musicali alle interviste di personaggi importanti. Durante la realizzazione di uno dei filmati di surf, realizzato per
Sempre nel settore sportivo si dedicò anche al design di tavole ed accessori da windsurf e orologi di lusso sportivi, ottenendone i diritti di produzione. Rilevò anche la gestione di un rinomato ristorante in South Beach a Miami e comprò i diritti di una casa cosmetica che distribuiva una maschera di bellezza anti-invecchiamento.
Enrico Forti ottenne un brevetto di pilota aereo e comprò un piccolo Cessna che usava per le riprese aeree dei suoi filmati. Conseguì anche una patente nautica per barche d’altura e fece un corso come pilota di elicotteri.
Dopo aver trasferito la sua residenza sull’isola di Williams Island a Miami (un complesso residenziale molto esclusivo), intraprese una nuova attività nel campo immobiliare, specializzandosi nella compravendita di appartamenti e riuscendo anche ad acquistarne alcuni personalmente.
Per un triste gioco del destino, il paradiso dorato di Williams Island lo portò a conoscere due personaggi, Thomas Knott ed Anthony Pike, che avrebbero causato la sua precipitosa e dolorosissima discesa all’inferno.
La cronistoria dei fatti
Come detto, tutto cominciò dall’incontro di Enrico Forti con il faccendiere tedesco Thomas Knott e l’albergatore Anthony Pike.
Tony Pike, che si autodefiniva un playboy, era un astuto uomo d’affari e il suo acume gli aveva permesso di frequentare il jet-set internazionale. Pike era il proprietario dell’Hotel Pikes, un piccolo albergo per il soggiorno stagionale a Ibiza che era stato ingrandito e migliorato nel corso del tempo. Negli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta l’albergo ospitava un certo numero di celebrità (era un punto di riferimento gay internazionale e tra gli ospiti fissi aveva i cantanti George Michael e Boy George), ma la sua reputazione declinò gradualmente e quindi furono necessarie alcune costose ristrutturazioni.
Come uomo d’affari, Tony Pike era sempre stato pronto a raccogliere offerte relative all’acquisto dell’hotel. Il prezzo richiesto era pari a tre-quattro milioni di dollari (addirittura cinque milioni si disse durante il processo!).
Ma la vera stima dell’hotel non superava il milione. Infatti nessuna trattativa andò in porto.
A Pike fu diagnosticato il virus HIV nel 1993. Aveva contratto la malattia a causa della sua vita sessuale promiscua. Disattendendo il consiglio del suo medico, Pike andò in Malesia per far visita a suo figlio Dale nel dicembre 1996. Nel corso degli anni, i rapporti con il figlio erano diventati tesi a causa dei fallimenti di Dale nel campo del lavoro. Mentre era in Malesia, Tony Pike si aggravò e fu trasportato in Australia, a Sydney, dove viveva suo figlio Bradley.
I medici gli diagnosticarono una demenza da AIDS e lo sottoposero ad alcune terapie.
Gli fu nominato un tutore, e il novantacinque per cento delle quote dell’Hotel Pikes furono trasferite alla Hemery Trust con sede a Jersey (Gran Bretagna). La moglie di Pike subentrò nella gestione dell’hotel con una procura.
Quando Pike ritornò ad Ibiza, dopo il suo ricovero in un ospedale australiano dove era stato in pericolo di vita, si riprese grazie alle cure di un dottore spagnolo. Dopo un controllo sanitario a Londra i medici confermarono che le sue condizioni erano migliori di quanto non fossero prima del viaggio in Malesia. Anche la funzione cognitiva era migliorata grazie al ricovero in un ospedale spagnolo.
Pike riprese il controllo dei suoi affari, incluso la gestione dell’Hotel Pikes.
Ospite occasionale dell’hotel negli anni novanta era il truffatore tedesco Thomas Knott. Poiché sia Pike che Knott amavano frequentare le feste, nel 1992 diventarono amici. E tali rimasero nonostante un cattivo affare di Knott avesse coinvolto Pike e comportato l’esborso di centinaia di migliaia di dollari. In quell’occasione Knott non investì né perse nulla.
Pike continuò a essere in rapporti di amicizia con Knott anche dopo l’arresto e la condanna di quest’ultimo per frode e la sua reclusione in Germania. Alla fine del 1997 Pike fece visita a Knott che intanto si era trasferito a Williams Island, una zona esclusiva di Miami. Qui Knott continuò a usare i suoi soliti metodi, frodando Pike di molte migliaia di dollari e proponendogli idee nuove e costose per aumentare i profitti dell’hotel ormai decadente.
Pike e Knott si divertivano a più non posso a Williams Island, condividendo droghe, alcol e donne fornite da Knott. Pike sosteneva il dispendioso e stravagante stile di vita di Knott con le proprie carte di credito e gli elargiva molto denaro. Knott addebitò più di novantamila dollari sulle carte di credito di Pike e ne rubò altri quarantacinquemila dal conto dell’hotel Pikes. Inoltre, usò illegalmente un’altra carta di credito che Pike si era fatto spedire all’indirizzo di Knott e cercò di incassare assegni per settantacinquemila dollari, rubati dal conto di Pike presso la banca Lloyd’s.
Knott disse al suo amico che si sarebbe ucciso o avrebbe ucciso qualcun altro se mai vi fosse stato il pericolo di ritornare in prigione.
Enrico Forti era un produttore internazionale di successo di filmati per la televisione e per il cinema, e anche un windsurfer di grande fama. Viveva a Williams Island con la moglie Heather e i bambini.
I Forti, che possedevano alcune proprietà proprio a Williams Island, abitavano nell’appartamento sopra quello di Thomas Knott e lo conobbero per caso.
Nell’ottobre del 1997, Forti accompagnò Knott al negozio Sports Authority, dove il tedesco acquistò un fucile e una pistola calibro .22, registrando le armi a proprio nome e mentendo sulla condanna che gli era stata inflitta, ma facendo addebitare l’acquisto sulla carta di credito di Forti. Questo avvenne alcuni mesi prima che Forti conoscesse Tony Pike.
Quando Forti incontrò Tony Pike, i due fecero subito amicizia. Iniziarono presto a discutere dell’acquisto dell’albergo da parte di Forti. Quest’ultimo invitò Pike a traslocare in uno dei suoi appartamenti dal momento che le condizioni di vita in quello di Knott erano diventate intollerabili per Pike. Forti mise anche in guardia il suo nuovo amico sul fatto che Knott stava approfittando di lui e gli rubava il denaro. I due decisero di unire le loro forze per far tornare l’hotel agli antichi fasti. Forti era d’accordo nell’investire una ragguardevole somma di denaro per promuovere l’albergo e Tony disse che avrebbe accettato in cambio sia contanti che proprietà, pur continuando ad avere il ruolo di manager e condividere i profitti.
Nel dicembre del 1997 Pike e Forti andarono a Ibiza, così Forti poté vedere l’hotel e revisionare i documenti finanziari. Quando Pike seguì Forti di ritorno a Miami alla fine del mese, scoprì che Knott aveva fatto addebiti non autorizzati sul conto della sua carta American Express.
Pike e Forti ritornarono a Ibiza nel gennaio del
Durante la trasferta i due si fermarono a Parigi, dove Tony Pike fu presentato all’avvocato americano di Forti, Paul Steinberg. Poi viaggiarono fino a Monaco, dove Pike contattò
Quando arrivarono a Ibiza, Pike chiese che il suo consulente finanziario, José Serra Torres, preparasse i documenti per la vendita dell’hotel a Enrico Forti.
Il 23 gennaio i documenti furono redatti nello studio del notaio spagnolo Leòn Pina.
Il giorno successivo Forti tornò dal notaio Pina per rilasciare una procura notarile a Tony Pike che gli dava la possibilità, in qualità di manager plenipotenziario, di poter utilizzare i conti dell’albergo. Forti trasferì venticinquemila dollari sul conto di Pike come acconto iniziale, secondo i termini dell’accordo. In cambio dell’hotel, Forti doveva pagare a Pike circa un milione e mezzo di dollari. Parte in contanti, parte con la permuta di due appartamenti siti a Williams Island, più l’assunzione dei debiti che l’albergo aveva contratto con le banche. Tony Pike, come si è detto, doveva mantenere il ruolo manageriale con un salario effettivo, più una percentuale sui profitti.
Quando Forti tornò a Miami, Pike contattò il figlio Dale, che si era ormai allontanato da tempo, e lo invitò a Ibiza. Fu Forti a pagare il viaggio dall’Australia (dove risiedeva in quel momento), all’isola spagnola, affinché Dale potesse riunirsi a suo padre.
Il 4 febbraio 1998 Tony Pike inviò un fax alla Lloyd’s Bank informandola che aveva venduto l’albergo a Forti e chiedendo che i suoi conti fossero chiusi e i saldi trasferiti secondo le istruzioni del nuovo acquirente. Pike menzionò anche tentativi di qualcuno di incassare assegni non autorizzati. Però, sia Dale Pike che la banca misero in dubbio l’autenticità del fax.
Dopo un incontro tra i Pike e Serra Torres, Tony Pike mandò un fax a Forti con una richiesta di chiarimento che riguardava la vendita e inviò anche una lettera alla Banca Lloyd’s per chiudere il suo conto e trasferire il saldo su nuovo conto a nome Enrico Forti.
Comunque confermò che Forti era, da quel momento e a ogni effetto, parte “integrante” della sua attività economica.
I Pike programmarono di andare a Miami, ma Dale sarebbe arrivato in anticipo e sarebbe stato ospite dei Forti. Il padre disse a Dale che Forti e Knott si sarebbero presi cura di lui durante la sua visita.
Enrico Forti non aveva mai visto Dale, ma Thomas Knott sì.
Il 15 febbraio 1998, domenica, Dale volò da Ibiza a Madrid e poi a Miami.
Forti aveva programmato di andare a prenderlo all’aeroporto e poi proseguire per l’aerostazione di Fort Lauderdale per prelevare suo suocero e i bambini di quest’ultimo.
Quella mattina Knott andò da Forti con un cambiamento di programma: gli disse di sapere dell’arrivo di Dale Pike e gli chiese di portarlo a Key Biscayne, dove un suo amico lo avrebbe prelevato per un weekend di festeggiamenti.
Poiché il volo era in ritardo, Forti chiamò la moglie con il telefono cellulare; durante la telefonata, Heather gli raccomandò con fermezza di essere puntuale per l’arrivo del volo del padre.
Forti e Dale alla fine riuscirono a incontrarsi, dopo essersi rintracciati per mezzo dei sistemi di ricerca dell’aeroporto. Forti condusse Dale, su sua richiesta, in auto al ristorante Rusty Pelican, dove un uomo, alla guida di una Lexus bianca, lo stava aspettando.
Da quel momento Forti non vide né sentì mai più Dale.
Sapendo che sua moglie si sarebbe arrabbiata se fosse arrivato in ritardo a Fort Lauderdale, Forti le telefonò alle 19:16 e le disse che non aveva visto Dale all’aeroporto. Poi si affrettò a raggiungere l’altra aerostazione per prendere il suocero e i figli (19:45) e andò a casa. La sera stessa si sentì al telefono con Tony Pike, ma non gli disse di aver incontrato suo figlio all’aeroporto. Dale stesso aveva pregato il Forti di rispondere così nel caso il padre avesse chiesto informazioni su di lui.
La sera successiva (lunedì), Tony Pike chiamò di nuovo Forti. Quest’ultimo, in quella occasione, gli disse che suo figlio era arrivato ma era ospite di amici di Knott con i quali si sarebbe divertito. Anthony Pike non espresse alcuna meraviglia, in quanto Dale era solito comportarsi così.
Nel tardo pomeriggio di lunedì, un windsurfer scoprì il corpo nudo di Dale nella Sewer Beach, un’area popolare per la pratica del windsurf a Virginia Key. La polizia fu in grado di identificarlo grazie a un biglietto aereo e a una carta d’imbarco trovati lì vicino. A Dale avevano sparato alla testa due volte, con un’arma calibro .22.
Tony Pike e Forti si erano accordati per incontrarsi a New York ben prima del programmato viaggio di Dale a Miami. Forti aveva fissato anche un incontro con un socio d’affari che voleva presentare a Tony Pike. Quest’ultimo doveva vedere la sua amica Jane Fredericks.
Prima che entrambi arrivassero,
Pike prese immediatamente un volo per Miami.
Enrico Forti contattò
Forti espresse le sue preoccupazioni per la salute di Tony Pike e le comunicò che avrebbe parlato con i suoi contatti alla polizia per ottenere qualche informazione.
Forti ritornò subito a Miami per aspettare il volo di Tony Pike da New York.
All’insaputa di Forti, la polizia aveva stabilito di camuffare Tony e di nasconderlo in un luogo segreto. Quando vide che Tony non era sceso dall’aereo, Forti cercò freneticamente di localizzarlo a New York, sconvolto dall’idea che la vita di Pike potesse essere in pericolo.
Il giovedì successivo Forti chiamò la stazione di polizia per riferire che Tony Pike era ancora assente. Parlò di questo con il detective J.L. Gonzales. Poi chiamò la stazione di polizia una seconda volta per dire che non aveva ancora trovato Tony. Alla terza telefonata, Forti parlò direttamente con la detective Carter e riuscì a fissare un appuntamento per quella sera.
Durante l’incontro,
Fu in seguito a questa notizia che Forti mentì. Fornì alla Carter una dichiarazione registrata, nel corso della quale raccontò della sua società con Tony Pike e della frode di Knott. Ammise di essere andato all’aeroporto per incontrare Dale, ma sostenne di non averlo visto. Si offrì anche di fornire agli investigatori la documentazione dell’impresa finanziaria dell’hotel.
La sera seguente, cioè il 20 febbraio, Enrico Forti ritornò alla stazione di polizia e fu interrogato da parecchi detective per più di dodici ore.
Questa volta fu informato sui suoi diritti (regole Miranda) e firmò un modulo di rinuncia alle facoltà previste per legge. Quando negò nuovamente di aver visto Dale la domenica sera, fu messo al corrente delle registrazioni dell’aeroporto che confermavano che aveva incontrato Dale proprio nell’aerostazione. Gli investigatori gli dissero anche che gli archivi delle telefonate del cellulare indicavano che quella sera aveva fatto una telefonata da Key Biscayne alle 19:16.
Accorgendosi che la polizia sospettava che lui e Knott fossero coinvolti nella morte di Dale, Forti espresse i suoi timori per la sicurezza della propria famiglia. Disse agli investigatori che Knott era una persona pericolosa e di avere paura per la sua incolumità.
Durante altri interrogatori,
Forti disse anche alla detective Carter che Thomas Knott era andato presso il suo appartamento la domenica mattina per discutere della visita di Dale. Knott gli aveva chiesto di portare Dale a Key Biscayne, così avrebbe potuto stare in compagnia di un amico dello stesso Knott e risolvere qualsiasi problema i Pike avessero avuto con lui.
Forti disse inizialmente alla Carter che aveva portato Dale al ristorante Rusty Pelican perché pensava dovesse incontrarsi con Thomas Knott e lo aveva visto entrare. Poco tempo dopo si corresse, dicendo che Dale aveva incontrato un uomo su una Lexus bianca nel parcheggio del ristorante e che lui, invece, aveva proseguito per la sua strada, per andare a prendere il suocero a Fort Lauderdale.
A Forti furono letti i suoi diritti e poi firmò i due moduli (regole Miranda) datati 20 e 21 febbraio 1998.
Più tardi, quella stessa notte, la detective Carter lo condusse alla Sewer Beach, nel luogo in cui era stato trovato il corpo di Dale e anche al parcheggio del ristorante Rusty Pelican.
Qual è la spiegazione logica di questo trasferimento notturno del Forti in manette sui luoghi del delitto? Perché non gli fu data l’immediata possibilità di avere l’assistenza dell’avvocato?
Forti acconsentì alla perquisizione della sua automobile e del suo appartamento, e fornì sangue e campioni per il DNA.
Heather Forti, a casa, fu svegliata dalla polizia, che recuperò il revolver calibro .38 del marito. La polizia disse alla signora Forti che Chico le aveva mentito sul fatto di non aver incontrato
Dale all’aeroporto.
La mattina seguente Forti disse al detective Confessor Gonzales che aveva paura di Knott e che aveva mentito sul fatto di non aver visto Dale perché temeva di essere accusato della sua morte.
Poi scrisse una dichiarazione che Gonzales confiscò, incompleta, quando venne a sapere che l’avvocato designato era per strada e stava per raggiungerli.
La polizia focalizzò la propria indagine su Forti e Knott come principali sospettati. Gli investigatori credevano di avere prove sufficienti per sostenere la teoria secondo la quale Knott e Forti avevano escogitato un piano per defraudare Tony Pike del suo denaro e del suo hotel, e che Dale era stato ucciso per impedirgli di bloccare la vendita.
Knott aveva un alibi a prova di bomba per l’omicidio, perché aveva organizzato (con invito diramato qualche giorno prima) una festa a casa sua, proprio la sera in cui Dale era stato ucciso.
Forti invece fu arrestato dopo la notte dell’interrogatorio, con l’accusa di furto aggravato e frode organizzata. Un’accurata ricerca sulla scena del crimine, a casa di Forti, nella sua auto, e i test del DNA non produssero alcuna prova forense che collegasse l’italiano all’omicidio.
Il 5 marzo 1999, il tenente John Campbell condusse una seconda ricerca sulla macchina di Forti, ma non riuscì a prelevare un campione di sabbia abbastanza grande per confrontarlo con le aree di spiaggia selezionate.
Il 25 marzo lo stesso Campbell guidò la macchina di Forti in un altro luogo. Durante questa terza ricerca, Campbell dichiarò di aver osservato, togliendone il coperchio, una piccola quantità di sabbia sul gancio di traino della macchina.
Più tardi la polizia collegò quella sabbia alla spiaggia dove era stato ucciso Dale.
Le “non verità” dell’accusa
Nell’immediatezza del primo arresto, Enrico Forti era stato accusato di frode, circonvenzione
d’incapace e concorso in omicidio.
La giuria fu fuorviata ed ingannata nel suo giudizio perché non venne mai informata che Enrico Forti era già stato completamente assolto dall’accusa di frode e circonvenzione d’incapace. Scorrettamente la frode fu usata come movente nel processo per omicidio.
Riportiamo la traduzione letterale del testo introduttivo della teoria dello stato sulla quale il PM ha fondato le sue accuse.
“La teoria dello stato sul caso era che Enrico Forti avesse fatto uccidere Dale Pike perché Forti sapeva che Dale avrebbe interferito con i piani di Forti per acquisire dal padre demente, in modo fraudolento, il 100% di interesse di un hotel di Ibiza. Dale aveva viaggiato verso Miami dall’isola di Ibiza in modo che Forti avrebbe potuto “mostrargli il denaro” – quattro milioni di dollari richiesti per la transazione per l’acquisto dell’albergo di suo padre. Forti semplicemente non lo aveva. Invece, Forti incontrò Dale all’aeroporto e lo condusse alla morte”.
Non c’è una sola parola di verità in queste affermazioni.
Non è vero che Dale Pike, la vittima, costituiva un ostacolo per i piani di Forti di acquistare l’albergo. Non ne aveva alcun potere.
Non è vero che il padre, l’albergatore Tony Pike, era un vecchio malato e disabile, incapace di intendere e volere. Tutt’altro. A suo tempo, molte testimonianze lo consideravano un astuto e sveglio uomo d’affari. D’altronde al processo non è stato presentato alcun documento che comprovasse la sua presunta demenza, né da parte di un tribunale, né di una qualsiasi commissione medica.
Non è vero che Enrico Forti volesse appropriarsi in maniera fraudolenta del 100% dell’hotel. Anzi si è scoperto che l’albergatore tentava di vendere al Forti un hotel che da molto tempo non era più suo. Una truffa vera e propria. Anthony Pike stesso l’aveva ammesso in una deposizione rilasciata a Londra prima del processo, dicendo chiaramente che intendeva rifilare a Chico un “elefante bianco”. Ma l’accusatore l’ha tenuto nascosto alla giuria.
Non è vero che Dale aveva viaggiato a Miami “per vedere il denaro contante”, quattro-cinque milioni di dollari, che il Forti avrebbe dovuto pagare. L’accordo di compravendita prevedeva il pagamento nell’arco di tempo di sei mesi, parte in contanti, parte in permuta di due appartamenti e parte con l’assunzione dei debiti dell’albergo con le banche. La supervalutazione di quattro-cinque milioni di dollari del valore dell’albergo è una stima del tutto inventata. A tutt’oggi il suo valore reale è meno di un terzo.
Come si vede, alla base di tutte le accuse, viene evidenziato il movente della truffa.
Invece è vero esattamente il contrario. L’albergatore tentava di vendere un albergo che da molto tempo non era più di sua proprietà. In una sua deposizione l’albergatore ammette chiaramente questa verità. Alla giuria anche questa verità non fu mai detta.
Quindi Enrico Forti era il truffato e non il truffatore.
Per una strana regola, nel processo americano, se l’imputato non viene chiamato a deporre, l’ultima parola spetta all’arringa dell’accusatore, alla quale non c’è più diritto di replica. Alla giuria quindi sono state dette un’infinità di false affermazioni nella parte finale dell’arringa, fuorviandola appunto nel suo giudizio.
Cosa tace ancora il pubblico accusatore?
Il rappresentante dello Stato, nella sua ricostruzione dei fatti e delle circostanze, omette diversi punti salienti dell’investigazione.
Intanto, va rilevata una situazione che ha a che vedere con quella che in Italia si chiamerebbe “igiene processuale”. Esiste un’incompatibilità assoluta di ruolo per quanto riguarda la posizione dell’avvocato Ira Loewy.
Quest’ultimo, infatti, mentre sostiene la difesa nel processo Forti è, al contempo, accusatore (rappresenta lo Stato della Florida) in un altro processo in corso di discussione davanti al giudice della stessa Contea.
In secondo luogo, va osservato che la ritardata incriminazione dell’imputato (quando ormai era evidente la circostanza che fosse il principale sospettato) lo aveva privato del diritto di disporre di una difesa legale tempestiva e di godere delle prerogative sul rito contestativo (le cosiddette regole Miranda), ossia del diritto di non rispondere alle domande.
A questo passaggio si lega poi l’artificio – che abbiamo già descritto – di una finzione posta in essere dalla polizia di Miami per indurre Forti alla confessione. La polizia gli comunicò che anche il padre di Dale Pike era stato ucciso e questo fece cadere ogni barriera difensiva, inducendo l’indiziato a cambiare la versione dei fatti resa fino a quel momento.
In terzo luogo, l’accusa minimizza tutte le questioni legate a Thomas Knott, ricorrendo all’artificio concettuale – al limite della più estrema delle speculazioni filosofiche – secondo cui, anche se per un momento si fosse voluto considerare pure Knott colpevole dell’omicidio, questo non avrebbe escluso la responsabilità di Forti, al quale il delitto era contestato in concorso con ignoti. Poiché il processo era promosso contro Forti e non contro Knott, era assolutamente irrilevante per l’accusa, o addirittura inutile, interrogarsi su Knott, visto che ci si doveva interrogare solo su Forti.
Da questa incredibile argomentazione era nata la frase: «Lo Stato non ha bisogno di provare che è lui il killer al fine di provare che sia lui il colpevole».
Un simile modo di ragionare, però, crea una strana e devastante deviazione ottica.
Se è vero che il processo è contro Forti e non contro Knott, non è forse altrettanto vero che l’imputato Forti ha il diritto di difendersi nel processo dimostrando che fu Knott non solo a uccidere, ma addirittura a creare tutti quei presupposti perché l’omicidio si potesse addebitare ad altri?
Come si può precludere all’imputato il diritto di esaminare colui che è ritenuto il principale sospettato di correità senza ledere grandemente il diritto al processo giusto (fair)?
Come gli si può impedire di provare che un’altra persona aveva l’arma assassina?
C’è poi una questione che il pubblico accusatore per lo Stato della Florida omette del tutto nella sua pur dettagliata requisitoria. L’omissione non è dimenticanza, ma un vero e proprio errore strategico che viene taciuto alla giuria perché altrimenti scardinerebbe dalle fondamenta la coerente ricostruzione dei fatti e la logicità dell’impianto accusatorio.
Fin dal primo atto delle indagini svolte dallo Stato contro Forti e Knott si evidenzia il movente della soppressione della vittima come mezzo per poter ottenere il prodotto della truffa e delle sottrazioni di denaro consumate ai danni di un soggetto incapace.
Per questo motivo l’accusatore, in nome dello Stato, eleva quella che processualmente viene chiamata regola Williams, conosciuta in Italia come connessione teleologica.
In altre e più semplici parole, poiché l’episodio della truffa all’incapace è inseparabile dall’episodio più grave dell’omicidio, visto che ne costituisce il movente, allora si uniscono le due condotte perché l’una è la spiegazione dell’altra e affinché possano essere giudicate e valutate insieme, ai fini della condanna.
Questa costruzione potrebbe apparire del tutto ragionevole e coerente. Ma qualcosa deve fare ritenere all’accusa che la tesi della truffa e della circonvenzione di incapace, contestata a Forti, non possa reggere al vaglio del dibattimento.
È chiaro che noi non sappiamo cosa abbia fatto cambiare idea ai rappresentanti dello Stato della Florida, ma dobbiamo supporre che l’esame dei documenti sequestrati, unito alle spiegazioni dell’imputato e alle testimonianze, debbano aver convinto gli investigatori che Forti non aveva truffato nessuno. Da qui il repentino cambiamento di rotta.
L’accusa rinuncia a procedere, solo contro Forti, per ben otto capi di imputazione, tutti relativi a condotte dannose per gli interessi patrimoniali dell’incapace Tony Pike, mentre quelle condotte si consolidano contro Knott, che accetta la condanna.
Il pubblico accusatore tace anche su un fatto clamoroso: Enrico Forti non avrebbe mai potuto acquistare per intero l’Hotel Pike in quanto Anthony Pike (che sottoscrisse il contratto), non ne era più il legittimo proprietario da almeno un anno.
Di questo fatto, di gigantesca importanza, ne aveva parlato lo stesso Pike nella sua deposizione del 26 e 27 marzo a Londra, dichiarando che la vendita era né più né meno che un “elefante bianco” (che era l’intenzione di rifilare semplicemente “un pacco”).
Con l’evidenza delle cose, Enrico Forti non aveva approfittato di Tony Pike.
Meglio tardi che mai, si potrebbe dire.
L’accusatore non disse nemmeno di aver effettuato un viaggio ad Ibiza per raccogliere la testimonianza del notaio German Leòn Pina. Quest’ultimo riferì che Anthony Pike era in perfette condizioni psico-fisiche quando si presentò da lui con Enrico Forti per firmare il contratto della cessione della Can-Pep-Toniet. E che tutto era stato perfettamente regolare.
Dopo questa attestazione venne depennato dalla lista dei testimoni dell’accusa ed invitato a non intervenire al processo. A conferma di questa dichiarazione, c’è una lettera dello stesso notaio indirizzata allo studio legale della difesa, dove il notaio si lamentava “per l’atteggiamento insistente di Rubin nel voler forzatamente trovare prove contro Enrico Forti, rifiutando la verità”.
È ragionevole, ed è anche coerente e fisiologica al processo, la scelta di retrocedere se l’azione si manifesta non sostenuta da alcuna evidenza. Però questo dato si scolpisce sulla pietra…
Non risulta che la regola Williams sia mai stata revocata nel processo contro Forti.
Traducendo questa frase in un concetto fruibile da tutti, ciò significa che l’imputato è stato sottoposto al processo per l’omicidio di Dale Pike perché si continuava a sostenere che il motivo della sua uccisione era la necessità di ottenere i proventi dell’illecito che la stessa accusa aveva escluso sussistere… Ogni ulteriore commento potrebbe essere tacciato di vacuità.
Ma vi era un problema ancora più grande – e per questo inconfessabile alla giuria – che era costituito dalla circostanza che spiegheremo.
Se la regola Williams continuava a esistere nel processo, i giurati dovevano decidere in base alla logica conseguenza (che la stessa accusa aveva loro proposto) secondo cui a uccidere doveva essere stato chi aveva conseguito il profitto della circonvenzione di incapace e non chi era stato prosciolto da quella contestazione. Pertanto la regola Williams poteva essere applicata solo a Thomas Knott.
Il pubblico accusatore dello Stato della Florida, Reid Rubin, deve aver compreso che il rilievo era ben più consistente di un ragionevole dubbio. La questione tecnica travolgeva l’impianto del processo sin dalle fondamenta perché incideva su quello che nel diritto penale italiano si chiama elemento soggettivo.
Non si comprende, nell’esposizione dell’accusa, perché lo Stato insista nell’attribuire all’imputato, per l’omicidio, un movente (appropriazione di un indebito) la cui sussistenza è stata esclusa proprio dallo stesso Stato.
Questo, però, alla giuria non lo dirà, né il giudice si adopererà per chiarirlo.
L’inganno
Abbiamo già sottolineato più volte che Enrico Forti in un primo momento tacque sulla circostanza dell’arrivo di Dale (15 febbraio 1998) e quindi omise la verità sull’incontro all’aeroporto di Miami, fino al momento in cui gli accertamenti della polizia non lo obbligarono ad ammetterla (20 febbraio).
Nei giorni che seguirono, 16, 17 e 18 febbraio, i fatti dimostrano come Enrico Forti non fosse affatto preoccupato della sorte di Dale Pike fino al suo arrivo a New York dove apprese la notizia della sua morte. Tornato a Miami, il giorno seguente 19 febbraio, si recò spontaneamente al dipartimento di polizia dove era stato convocato come persona informata dei fatti. In quell’occasione, per motivi che cercheremo di spiegare, Forti negò di aver incontrato Dale Pike il 15 febbraio.
La sera del 20 febbraio, ormai resosi conto della gravità della situazione, tornò alla polizia per consegnare una serie di documenti relativi al rapporto d’affari con il padre della vittima. Ovviamente, non essendo preoccupato per un suo diretto coinvolgimento, si presentò senza l’assistenza di un legale.
Invece in quell’occasione venne immediatamente arrestato e sottoposto ad un massacrante interrogatorio per 14 ore, durante il quale ammise di aver incontrato Dale Pike il 15 febbraio nelle ore precedenti il suo omicidio. Disse di aver accompagnato la vittima al parcheggio del ristorante Rusty Pelican a Virginia Key.
Questa ammissione non avvenne in modo spontaneo, ma fu il risultato di una vera e propria trappola. Forse legittima e ammissibile, secondo il sistema americano, ma ottenuta con l’inganno. Di certo, questo modo di procedere non sarebbe mai stato accettato dal nostro sistema italiano.
***
La domanda che sorge spontanea se la sono posta tutti: perché mentire? Aveva Enrico Forti delle responsabilità da nascondere?
“Mentii perché loro mi avevano mentito”, spiega Enrico Forti.
“Io non conoscevo e non avevo mai incontrato Dale prima di quella maledetta domenica ma avrebbe dovuto essere mio ospite per qualche giorno, fino all’arrivo del padre. Con Anthony Pike io avevo un rapporto d’affari e avrei dovuto incontrarlo il mercoledì successivo a N.Y.
Poi, per una serie di circostanze, i programmi cambiarono. Io diedi un passaggio a Dale fino al parcheggio del ristorante Rusty Pelikan a Key Biscayne dove si incontrò con un’altra persona, rimanendo d’accordo di ritrovarci giovedì con suo padre al ritorno da New York. Non lo rividi più.
Il mercoledì, come programmato, mi recai a N.Y. per l’appuntamento con il padre, ma non riuscii a trovarlo, né avere alcuna notizia di lui. Fui informato invece che Dale Pike era stato assassinato. Ritornato subito a Miami, cercai ripetutamente di mettermi in contatto con Anthony Pike, ma senza successo. Allora mi recai alla polizia per capire cosa fosse successo.
Quando mi sono recato presso il dipartimento di polizia, spontaneamente e con l’intenzione di collaborare, mi venne riferito che oltre all’assassinio di Dale Pike a Miami, era stato trovato ucciso anche il padre Anthony Pike a New York e il cervello mi è andato in sinderesi. L’angoscia che mi prese fu più forte di ogni ragionamento”
Ovviamente non esiste alcun verbale o registrazione di questa falsa dichiarazione della polizia.
Però dal verbale dell’interrogatorio della sera del 19 febbraio, quando fu convocato dalla polizia, si può trarre una precisa domanda ad Enrico Forti:
“Pensa che Knott abbia qualcosa a che fare con la scomparsa di Anthony Pike?”
Questa precisa domanda gli veniva posta mentre Anthony Pike era al sicuro e sotto la loro protezione. Non ci sono dubbi che quell’informazione venne comunicata al Forti deliberatamente per ingannarlo.
“Ora, la situazione era questa”, continua Enrico Forti.
“Il figlio doveva essere mio ospite a Miami ed era stato ucciso. Il padre aveva un appuntamento con me a N.Y. ed anche lui era stato ucciso. Non so se fu il panico, la paura o addirittura il terrore nel trovarmi in questo impiccio che mi fece perdere ogni senso della realtà. Resta il fatto che in quel momento non trovai nulla di meglio che dire di non aver visto niente e nessuno. Non ero preparato ad affrontare una circostanza del genere e penso che chiunque avrebbe avuto una reazione del genere in simili frangenti.
Il giorno successivo mi resi conto dell’errore commesso. Capii che dovevo dire la verità. Tornai alla polizia e dissi come stavano realmente le cose. Ma era troppo tardi: non fui creduto e venni arrestato”.
Enrico Forti ha mentito su un punto fondamentale. Ma può averlo fatto per paura o perché si è visto incastrato e ha cercato, anche se in modo maldestro, di prendere tempo. O forse ha tentato una difesa infantile, irragionevole. Proprio questo, paradossalmente, potrebbe testimoniare a suo favore, sviluppare un dubbio… E poi bisogna ammettere che vi è più di un dato che urta la ragionevolezza. Enrico Forti è un uomo molto intelligente e di grado culturalmente elevato. Soprattutto egli ha a sua disposizione diversi mezzi materiali. Si allude, ad esempio, alla barca o all’aereo da turismo. Se veramente egli voleva eliminare Dale preparandosi un alibi inattaccabile, vi era tempo per farlo e sarebbe bastata una gita nelle paludi delle Everglades infestate da voracissimi coccodrilli. È un dato di fatto che l’eliminazione del figlio di Tony non recava alcun vantaggio economico alla trattativa e, al contrario, quella morte poteva soltanto creare un pregiudizio come in effetti è avvenuto.
E’ importante innanzitutto fare qui una minuziosa relazione delle 24 ore precedenti la deposizione di Enrico Forti presso il dipartimento di polizia, avvenuta alle ore 20:15 del 19 febbraio 1998, per dimostrare come fosse stato fin dal primo momento il maggiore indiziato per l'omicidio di Dale Pike e quindi come la violazione dei diritti Miranda nei suoi confronti sia stata evidentissima.
Come si può ampiamente documentare, Enrico Forti fu seguito in tutti i suoi movimenti sin dal pomeriggio del 18 febbraio 1998. La documentazione della cronistoria dei fatti è stata tratta dai rapporti della polizia relativamente appunto ai giorni 17, 18 e 19 febbraio 1998.
Fino alla sera della sua prima intervista presso il dipartimento di polizia come “testimone”, gli è stato nascosto volutamente il fatto di essere già indagato quale responsabile dell’omicidio.
***
Prima di procedere all'incriminazione di Enrico Forti, sarebbe stato corretto, da parte dell'autorità inquirente, verificare e controllare una serie di avvenimenti, così come si svolsero nei giorni 17, 18 e 19 febbraio 1998, all'indomani del ritrovamento del cadavere di Dale Pike.
Dale Pike fu rinvenuto ucciso sulla spiaggia Sewer Beach di Virginia Key il 16 febbraio verso le ore 17:30, con un cartellino d'ingresso negli Stati Uniti sotto al corpo.
Attraverso le indicazioni contenute sul cartellino, il giorno seguente 17 febbraio alle ore 13.40, i det. Carter e Silva si recarono all'aeroporto di Miami presso gli uffici della Iberian Airlines, dove poterono identificare l'identità del morto.
Alle 7:15 a.m. del 18 febbraio (ore 13:15 di Madrid), telefonarono all'hotel Pikes di Ibiza e parlarono con il manager Antonio Fernandez. Quest'ultimo disse che Dale Pike era partito da Madrid alla volta di Miami nel primo pomeriggio di domenica 15 febbraio, dove avrebbe dovuto incontrarsi con Thomas Knott o Enrico Forti.
Va precisato che Dale Pike conosceva Thomas Knott da parecchi anni, mentre non aveva mai incontrato Enrico Forti con cui si era parlato solo telefonicamente.
Antonio Fernandez informò i detectives che Anthony Pike, padre di Dale, era in viaggio per New York (partenza da Madrid alle 14:00 del 18 febbraio e arrivo a N.Y. alle 17:00), dove aveva un appuntamento di affari con Enrico Forti. Luogo dell'incontro era l'appartamento di Jane Fredericks , amica di Tony Pike, a New York.
Enrico Forti afferma di aver telefonato ad Anthony Pike la sera del 17 febbraio per mettersi d'accordo sui dettagli dell'appuntamento a N.Y. In quell'occasione disse che aveva incontrato Dale domenica 15 febbraio e di averlo lasciato in compagnia di amici di Thomas Knott.
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Ora ci sembra di fondamentale importanza descrivere gli avvenimenti nella loro precisa successione sia a N.Y che a Miami i giorni 18 e 19 febbraio 1998.
Tony Pike, che inizialmente avrebbe dovuto viaggiare con il figlio Dale verso Miami il 15 febbraio 1998, partì invece il mercoledì 18 da Madrid verso New York, dove avrebbe dovuto incontrarsi con un’amica, Jane Fredericks, una donna che Forti conosceva solo telefonicamente.
Nelle stesse ore in cui Tony Pike volava da Madrid alla volta di New York, anche Enrico Forti era in volo da Miami (ore 14:45) verso New York (ore 17:30), perché vi era in programma appunto un incontro d’affari con Tony.
Prima dell’arrivo di entrambi, la detective Catherine Carter (verso le ore 15) aveva raggiunto telefonicamente Jane Fredericks a casa, comunicandole che il figlio di Tony era stato ucciso e chiedendo informazioni su Enrico Forti.
A fornire nome indirizzo e numero telefonico della Fredericks alla det. Catherine Carter, fu Antonio Fernandez, manager dell'hotel Pikes di Ibiza, con cui i det. Carter e Silva si erano messi in contatto alle ore 12.30.
Da quel momento Tony Pike rimase in custodia della polizia che, sin dal suo arrivo a Miami lo tenne nascosto e gli impedì di comunicare con chiunque.
Tony Pike fu interrogato dalla det. Carter per tutto il giorno 19 febbraio.
Enrico Forti, appena arrivato a New York (erano le 17:30 di mercoledì 18 febbraio 1998), chiamò
Secondo
L’ex detective Schiaffo telefonò al dipartimento di polizia di Miami, dove ebbe conferma che il caso era investigato dalla collega Carter, alla quale Forti avrebbe dovuto rivolgersi. Quest’ultimo non perse tempo e fece invertire la marcia al tassista, che era già diretto verso casa della Fredericks, invitandolo a dirigersi di nuovo in aeroporto. Telefonò nuovamente alla Fredericks per farsi prenotare il primo volo diretto a Miami.
L’aereo di Forti decollò dall’aeroporto
Alle 21:00 il det. J.L. Gonzalez telefonò all'American Airlines per accertarsi che Enrico Forti fosse sul volo.
Alle 22:45 il sergente Everett ed il det. J.L. Gonzalez si recarono all'aeroporto di Miami organizzando una sorveglianza a vista di Enrico Forti.
In questo momento la polizia di Miami escogita quello che in americano è detto trick. In italiano lo si definirebbe più semplicemente proprio con il nome di trappola.
La det. Carter salì sull’aereo e rimase con Tony Pike attendendo che tutti i passeggeri scendessero. Il detective Silva ritirò il bagaglio di Pike.
Forti attese invano lo sbarco di Pike nel posto in cui tutti i passeggeri dovevano transitare obbligatoriamente.
Testimone della sua attesa fu Jacqueline Campbell, impiegata della TWA, che aveva già ricevuto precise istruzioni dalla polizia.
Mentre il nervosismo e la tensione per l’attesa crescevano, la polizia diede istruzioni alla Campbell affinché non destasse alcun sospetto in Forti, anche se quest’ultimo si era fatto pressante per avere notizie. Comunque i suoi movimenti all’interno dell’aeroporto erano già controllati a vista dalla polizia.
Forti andò via con la consapevolezza che Tony Pike si era volatilizzato e che ormai la polizia conosceva l’identità dell’uomo ritrovato a Sewer Beach. Alle
Alle 2:25 a.m. i detective Carter e Silva accompagnarono Anthony Pike negli uffici della squadra omicidi. Fu allora che Tony consegnò alcuni documenti relativi ai suoi rapporti con Thomas Knott ed Enrico Forti. In quell’occasione Tony disse di conoscere Knott da anni e di sapere che aveva trascorso tre anni in prigione in Germania per frode.
Alle 3:20 a.m. il sergente Everett ed il detective J.L. Gonzales accompagnarono Anthony Pike all’hotel Hyatt Regency in centro città.
L’indomani, alle 9:15 a.m. di giovedì 19 febbraio, Forti telefonò al dipartimento di polizia di Miami per parlare con la det. Carter. Trovò invece il det. J.L. Gonzales che gli disse di riprovare più tardi perché
Circa alle 10:00 a.m. Forti richiamò allora Gary Schiaffo che lo tranquillizzò, dicendogli che avrebbe parlato lui con
Alle 10:45 a.m. Fortì chiamò di nuovo la polizia ma riparlò con Gonzales dal momento che
Alle 11:30 a.m. il det. Silva condusse Tony Pike presso gli uffici della polizia dove
Alle 14:53 Forti richiamò la polizia e finalmente riuscì a parlare con
Infine la detective Carter disse a Forti che, se lo riteneva, avrebbe potuto presentarsi all’ufficio di polizia quella stessa sera alle 18:30.
Forti accolse l’invito e alle 18:55 cominciò quella che avrebbe dovuto essere una chiacchierata informale e che invece si rivelò un vero e proprio interrogatorio.
Nel corso di quest’ultima fase dell’interrogatorio si perfezionò la trappola ordita dalla polizia.
La detective Carter comunicò a Forti che anche Tony Pike era stato ucciso, e proprio nello stesso modo in cui era stato assassinato il figlio, dopo il suo arrivo a New York.
Nella falsa ricostruzione resa dal funzionario di polizia, la vittima era stata soppressa a New York, appunto, in un periodo di tempo contemporaneo alla presenza del Forti in quella città.
Questa menzogna probabilmente portò il Forti a mentire a sua volta e si può anche capire perché: due omicidi, con le stesse modalità di azione, con il medesimo movente, a pochi giorni uno dall’altro, con un solo possibile sospettato, erano davvero difficili da giustificare.
Alle 20:15
Evidentemente Forti si rese conto dello sbaglio commesso quando fornì la falsa dichiarazione e la sera del giorno seguente (20 febbraio alle 19:15) si presentò di nuovo alla polizia che, stavolta, lo arrestò segnalandogli il suo stato di indagato, ma negandogli l’immediata assistenza di un legale.
La trappola aveva ormai prodotto i suoi terribili effetti.
Enrico Forti ammise quello che la polizia di Miami probabilmente già sapeva. Raccontò che durante la mattinata del 15 febbraio Thomas Knott era andato a trovarlo nel suo appartamento e gli aveva riferito di aver saputo che l’arrivo di Dale coincideva con l’arrivo del suocero a Forti Lauderdale. Knott aveva anche detto a Forti di non preoccuparsi perché quell’intoppo si sarebbe risolto grazie a un amico che avrebbe ospitato Dale a Key Biscayne. Bastava soltanto accompagnare Dale in quel luogo.
Al ristorante Rusty Pelican, nel cui parcheggio Enrico Forti avrebbe condotto Dale, si sarebbe trovato un amico di Thomas Knott, e Dale sarebbe poi salito su una Lexus bianca che attendeva nel parcheggio con le frecce di stazionamento accese.
La stessa notte dell’arresto, la polizia di Miami accompagnò l’indagato nei luoghi in cui si erano svolti i fatti e Forti prestò il consenso alla perquisizione della sua auto e del suo appartamento, e anche al prelievo di sangue per ogni accertamento di comparazione, esteso pure al DNA. Mentre accadeva tutto ciò, Forti era convinto di essere sospettato del duplice omicidio.
***
E' evidente come la menzogna detta da Enrico Forti in quella situazione per lui psicologicamente pesantissima, sia stata dettata dalla paura e dall'incapacità di controllare i risvolti che ne sarebbero derivati.
La presenza di un avvocato, come previsto dalla legge Miranda, avrebbe evitato che lui rendesse delle false dichiarazioni, inquinando in modo irrimediabile i diritti di un soggetto sottoposto ad indagine, cioè il suo diritto a difendersi da un'accusa chiara, specifica e circostanziata.
Le menzogne
Nel corso della requisitoria finale del prosecutor, fu usata la parola “liar” (bugiardo) un’infinità di volte per dimostrare l’inaffidabilità dell’imputato. In realtà Enrico Forti mentì solamente sul suo incontro con Dale Pike.
Menzogne importanti, dice l’accusa, perché «non si afferma di non avere visto qualcuno che invece si è visto se non perché si ha la coscienza che quell’uomo non sarà mai più visto da nessun altro».
Argomentazione complicata ma convincente.
Però si può anche logicamente e ragionevolmente ritenere che la menzogna nasca dalla consapevolezza che il soggetto che mente ha paura di essere coinvolto in una tragica verità e tenti di allontanare da sé il sospetto.
Ma è erroneo tradurre in modo automatico una bugia in colpevolezza.
Esaminiamo ad esempio una circostanza che coinvolge il tempo, il luogo e l’azione in cui il delitto si è svolto.
Venti mesi circa distanziano l’omicidio di Pike dall’arresto di Forti, se si considera che il primo arresto è per il reato di circonvenzione d’incapace e truffa. In quel lungo volgere di tempo la polizia di Miami esamina ogni dettaglio ma non può ovviamente arrestare Forti solamente sulla base delle menzogne, né sul rilievo degli avvenimenti accaduti dopo l’atterraggio di Dale a Miami e neppure sulla disponibilità di una pistola calibro .22 mai ritrovata.
Bisogna trovare una prova inoppugnabile, che valga la condanna all’ergastolo…
Quella prova nasce da un dettaglio all’apparenza insignificante.
Abbiamo detto che Enrico Forti fu “invitato” a presentarsi alla polizia di Miami il giorno 19 febbraio 1998, quando ormai l’identità del cadavere rinvenuto nel boschetto al limite della spiaggia di Sewer Beach, nell’isola di Virgina Key, era nota.
Attenzione a quest’ultimo passaggio: cadavere rinvenuto sulla spiaggia.
Alla polizia Forti nega di essere stato su quella spiaggia il 15 febbraio. È certo però che prima di andare alla polizia, l’auto (un fuoristrada) viene portata al lavaggio, come di consuetudine, ogni mercoledì. Auto che poi viene sottoposta a sequestro e prelievo di campioni, ma sulla quale non si trovano né tracce di impronte né il sangue della vittima. Proprio questa circostanza sembrò molto singolare agli investigatori, se non altro perché la presenza della vittima dentro l’auto, nel percorso tra l’aeroporto e il parcheggio del ristorante Rusty Pelican, l’aveva ammessa anche l’imputato.
Quindi la pulizia dell’auto era stata particolarmente accurata. Questo, almeno, era il sospetto fin dall’inizio dell’affaire. Importante far notare comunque che l’auto fu lavata il mercoledì successivo, tre giorni dopo l’assassinio di Dale Pike e il giorno prima della deposizione.
Quaranta giorni dopo il sequestro del fuoristrada “un colpo di fortuna” assiste la polizia: nella parte posteriore dell’auto, tolto il gancio di traino, all’interno dell’apposito innesto gli agenti ritrovano alcuni microscopici granelli. E sono granelli di sabbia.
Per il pubblico accusatore la sabbia trovata è la stessa del tipo presente nel luogo dell’omicidio. Forti, quindi, avrebbe mentito su una circostanza che vale la possibile condanna.
Per l’accusatore, l’imputato era accanto a Dale quando fu ucciso. Non importa sapere se fu lui a sparare o se si limitò a far scendere il giovane Pike dall’autovettura: basta sapere che calpestava lo stesso suolo della vittima mentre quest’ultima veniva trafitta dai colpi mortali di una calibro .22.
Per questo il pubblico ministero dice quella frase all’apparenza incomprensibile: “Lo Stato non ha bisogno di provare che Forti è il killer per provare che proprio lui sia stato il colpevole dell’omicidio…”.
Ma c’è qualcosa in questa analisi comparativa che fa insorgere la difesa e la induce a ritenere che esista un complotto accusatorio.
«Come si fa a sostenere una cosa simile?», dicono gli avvocati della difesa. «Come si può affermare che vi sia identità tra la sabbia rinvenuta e quella di Sewer Beach, se tutta la sabbia della Florida è di unica derivazione geologica per centinaia di chilometri?».
Forse si potrebbe parlare di compatibilità, ma non certo di identità.
L’obiezione appare fondata e rispettosa dei principi della ragionevolezza. In altri termini, quella sabbia ha la sostanza di un dubbio e non la consistenza di una prova.
Ma c’è un’altra questione che la difesa solleva ormai non più velatamente: il ritrovamento di quella sabbia, nei termini e nei modi che la polizia ha indicato, dimostra che qualcuno sta giocando con le prove e con la sorte dell’imputato.
Se l’auto era stata pulita con particolare attenzione nel rimuovere ogni possibile traccia, come mai si era ritrovata proprio la sabbia di Sewer Beach? E quaranta giorni dopo che la macchina era sotto sequestro della polizia, e già ispezionata per tre volte?
Perché, se la macchina era sotto sequestro, fu usata da un poliziotto (senza autorizzazione del magistrato) per fare una “passeggiata” proprio sulla spiaggia di Sewer Beach?
Perché non c’è alcun supporto fotografico del ritrovamento di questa sabbia?
Perché escludere che qualcuno l’avesse messa lì di proposito?
Perché escludere che la sabbia fosse un’incrostazione o un residuo permanente?
Si può dire scientificamente “certo” un rilievo comparativo che non pone a confronto tutte le sabbie, di tutte le spiagge, di tutte le isole e le penisole del litorale della Florida?
E non per ultimo il fatto che l’accesso a Sewer Beach è interdetto alle auto dalle ore
Però quello che induce la difesa a prospettare l’esistenza di un preconcetto ingiusto dell’accusa e di una contraffazione del procedimento evolutivo dell’investigazione è il rilievo connesso ad un’altra circostanza.
Se nel guanto trovato sotto il collo del cadavere erano state evidenziate tracce di DNA femminile (e, per l’accusa, anche di un uomo adulto), perché mai gli investigatori non avevano diretto la loro attenzione sul singolare pomeriggio di Thomas Knott e della sua amica occasionale Carmen Page? La risposta aveva la stessa motivazione della domanda perché Carmen Page e Thomas Knott avevano anche loro un alibi. Erano stati insieme nell’appartamento di quest’ultimo a Williams Island e lì erano stati raggiunti dopo le 19:00 da alcuni amici, tra i quali anche l’avvocato di Knott, Keith Marshall.
Perché non si indagò sul ruolo, in questa vicenda, dell’avvocato Marshall? Era pur stato appurato che questo avvocato aveva avuto un ruolo determinante nell’appropriazione fraudolenta del denaro di Anthony Pike da parte di Thomas Knott.
È su questo punto che si denuncia il preconcetto e l’ingiustizia processuale: che alibi è quello di alcune persone in possibile sospetto di correità omicida? È evidente che si proteggano le une con le altre. Erano insieme… È evidente che erano insieme, ma a far cosa? Perché l’affermazione di estraneità resa da Knott non viene verificata su tutta la linea, mentre quella di Forti viene sondata e sezionata ad ogni microscopico passaggio?
Eppure tra Forti e Knott si può dire che esista equivalenza di sospetto indiziario.
In effetti, quella diversità di trattamento incide in modo prepotente sul verdetto finale. Essa condiziona la fondamentale ed intoccabile regola secondo cui tutti i cittadini hanno diritto a un giusto processo (the fair trial or due process) in cui tutto il panorama delle prove viene enucleato in contraddittorio, davanti alla Corte, e l’imputato ha la possibilità di dimostrare con ogni mezzo la propria innocenza.
***
Se, per motivi più o meno giustificabili o comprensibili, Enrico Forti ha mentito alla polizia nell’immediatezza della sua convocazione, numerosissime sono state le menzogne riscontrate nelle deposizioni e nelle testimonianze dei vari personaggi che ne hanno determinato la colpevolezza.
Hanno mentito i detective Catherine Carter e Confessor Gonzales sulla morte di Anthony Pike. In particolare Gonzales ha falsificato il rapporto sui tempi e sull’arresto di Enrico Forti.
Ha mentito il detective John Campbell sul ritrovamento della sabbia nel gancio di traino della macchina di Forti e sulla testimonianza di Abraham Killani.
Ha mentito spudoratamente Thomas Knott nel volontario plea agreement (dichiarazione concordata), alla base della ricostruzione dei fatti presentata dall’accusa.
Ha mentito Anthony Pike sulla compravendita dell’hotel.
Ha mentito Abraham Killani (“cognato” di Thomas Knott).
Ha mentito Siegfried Axtmann (“amico” di Thomas Knott).
Ha mentito Gary Schiaffo (ex-detective nel caso Versace-Cunanan).
Ha mentito l’avvocato della difesa Ira Loewy sul conflitto d’interessi.
Infine ha mentito ripetutamente il prosecutor Reid Rubin nella sua sommatoria finale sulla presentazione dei fatti realmente accaduti. Ha manipolato a sua discrezione le testimonianze di Thomas Knott, di Anthony Pike, di José Torres (commercialista di Pike), del notaio spagnolo German Pina, di Antonio Fernandez (manager dell’hotel Pikes), di Eric Crane (suocero di Forti), di Paul Steinberg (avvocato civile di Forti), di Ken Duvall (commesso dello Sport’s Authority), di Abraham Killani, di Siegfried Axtmann, ecc.
In definitiva Enrico Forti non è di sicuro la persona che ha mentito di più in questo processo.
Che la menzogna gli sia stata strappata in uno stato di coercizione psicologica e sia caduto ingenuamente nella tagliola che gli avevano teso, poco importa. Può essere comprensibile ma non giustificabile. La menzogna di Forti ha dato modo all’accusa di montare tutto il processo. Lui si è messo nella padella e loro se lo sono cucinato. Rubin, abilissimo regista, ha imbastito il suo puzzle pezzo per pezzo. Prove artificiose (vedi sabbia e armi), testimonianze false (vedi poliziotti, Knott, Pike, Killani, Axtmann ecc.) e lo scorretto uso della truffa per creare il movente.
Ora questi pezzi possono essere smontati uno ad uno. Inserire in un documento la dimostrazione dell’infondatezza delle accuse è più che necessario dal momento che io stesso vado spesso in uno stato confusionale nel cercare di avere un quadro chiaro della situazione quando vengo interpellato per illustrare la vicenda.
Parlando del caso Forti, è necessario focalizzare alcuni punti.
C’era un accordo “in limine” tra l’accusa e la difesa, secondo il quale il movente della truffa non si sarebbe usato nel caso di omicidio, poiché Forti era stato assolto dall’accusa. Invece Rubin ha sferrato questo “colpo basso” nell’arringa finale del processo alla quale la difesa non aveva più diritto di replica, fuorviando totalmente la giuria.
La demenza di Anthony Pike non è mai stata provata. Sulla sua capacità di intendere e di volere ci sono parecchie testimonianze. La più eclatante è la sua deposizione rilasciata a Londra il 26/27 marzo
La ventilata affermazione che in Australia Anthony Pike era stato interdetto a causa dell’incapacità di intendere e di volere in seguito alla malattia che aveva contratto, non trova alcun riscontro documentario. Non c’è mai stata una commissione medica o un tribunale che si siano espressi in questo senso. Perlomeno non è mai stato presentato un documento che attestasse questa dichiarazione. Per stessa ammissione di Anthony Pike, invece, quando è stato ricoverato in gravi condizioni in un ospedale per malati terminali di Sidney (i medici gli avevano pronosticato pochi mesi di vita), i figli Dale e Bradley si erano fatti firmare una delega per subentrare di diritto all’eredità del padre in caso di morte. Vera, l’ultima moglie di Anthony, rendendosi conto della situazione, si precipitò a Sidney e riuscì a riportare in Spagna il marito sottoponendolo a delle appropriate cure. Anthony Pike si riprese dalla malattia e guarì miracolosamente. Dopodichè si recò in Inghilterra, si sottopose a delle visite di controllo e ottenne un referto che lo considerava completamente guarito e in grado di riprendere il controllo dei suoi affari, annullando la precedente delega rilasciata ai figli.
Enrico Forti non seppe mai della malattia di Anthony Pike e lo stesso Pike non gli disse mai nulla. D’altronde è impensabile che ospiti una persona affetta da Aids a casa sua, che la metta in contatto con la sua famiglia ed i suoi bambini. Sapeva soltanto che l’anno precedente era stato gravemente ammalato a causa di una intossicazione alimentare, ma che si era ripreso ed era in perfetta forma fisica e mentale. L’accusa di essersi approfittato di un vecchio malato e demente non trova quindi alcun riscontro.
L’accusa dichiara anche che Anthony Pike firmò inconsapevolmente dei documenti riguardanti l’albergo e li consegnò al Forti, durante una sua visita ad Ibiza di ritorno da Parigi, dove si era recato insieme allo stesso Pike. Forti ne avrebbe rubato degli altri andandosene insalutato ospite durante la notte. Si può invece dimostrare che quella notte Enrico Forti dormì presso l’albergo, nello stesso bungalow di Tony, che la mattina fecero colazione insieme serviti da Mercedes, moglie del direttore Fernandez, e che Pike stesso lo accompagnò all’aeroporto con la sua macchina.
Resta anche discutibile l’ora della morte di Dale Pike. Infatti, durante l’autopsia, il coroner trovò dei rimasugli di arancia nello stomaco del morto e da questo, calcolando i tempi della digestione di questo cibo, si stabilì che la morte fosse sopravvenuta quattro ore dopo l’ingestione. Si stabilì anche che sull’aereo preso da Dale, fu servito un pasto che includeva anche le arance verso le ore 15 del pomeriggio. Presupponendo che Dale Pike lo abbia consumato, l’ora della sua morte fu fatta risalire tra le 19 e le 22 della sera stessa. Non fu presa in considerazione alcuna altra ipotesi o almeno non è mai stata formulata al processo. Ma potrebbe benissimo esistere un’altra spiegazione. Il cadavere di Dale Pike fu trovato verso le 18 del giorno seguente, lunedì. Forti lasciò Dale nel parcheggio del ristorante Rusty Pelican, verso le 19 della domenica. Non potrebbe Dale Pike avere cenato dopo quell’ora e aver mangiato anche delle arance? In quel caso l’ora della morte si sposterebbe dopo mezzanotte e farebbe cadere inevitabilmente l’alibi di Knott…
Nel novembre del ’99, durante un colloquio “privato” con Enrico Forti, Rubin tentò un patteggiamento di questo genere: “Se tu mi fai delle accuse precise contro Thomas Knott, domani ti mando a casa…!”
Evidente l’intento di Rubin di raccogliere una falsa deposizione. Davanti ad un netto rifiuto (“Posso pensare di tutto ma non posso dimostrare niente”), Rubin cambiò atteggiamento: “Tu hai detto che la polizia di Miami è bugiarda e corrotta…ora posso dimostrare che il bugiardo sei tu e te la farò pagare!”.
Le stesse minacce che fecero i detective Gonzales e Carter la sera dell’arresto di Forti, quando strapparono la foto dei suoi bambini…
E’ falsa l’asserzione di Rubin riguardo all’accusa rivolta a Forti di aver falsificato i documenti per l’acquisizione della house-boat (vedi “Exhibit K” della Risposta dello Stato del 12 dicembre 2005). Il Forti dice di essersi recato insieme ad Axtmann presso la polizia per firmare i documenti per il dissequestro della casa. Questi documenti furono firmati da ambedue nell’ufficio preposto, davanti agli incaricati del dissequestro.
E’ clamorosa la contraddizione che esiste nel movente dell’omicidio di Dale Pike, pianificato da Enrico Forti nell’immediatezza del suo arrivo a Miami, in quanto latore di un documento notarile che lo delegava a trattare la compravendita dell’hotel a nome del padre. Dale sarebbe stato contrario all’affare e Forti aveva interesse alla sua eliminazione perché costituiva un ostacolo al suo business.
Come si può fare questa affermazione quando è provato che Forti non era assolutamente a conoscenza di questa delega fatta a sua insaputa?
Probabilmente non sapremo mai le vere ragioni dell’omicidio di Dale Pike, né chi avesse una motivazione per eliminarlo in quel modo ed in quei tempi.
Ancora una volta è incomprensibile come una giuria abbia potuto esprimere un verdetto di colpevolezza dopo soltanto un’ora di camera di consiglio, quando, anche a distanza di anni, non si ha ancora una chiara idea di cosa sia veramente successo.
Sicuramente non si è trattato di un giudizio “al di sopra di ogni ragionevole dubbio”…
Il riscontro della macchina della verità
Nel corso della deposizione di Thomas Knott gli avvocati alludono all’uso della macchina della verità e al poligrafo.
Knott viene sottoposto più volte alla macchina della verità e - malgrado l’esame degli avvocati difensori del Forti miri a manifestare esattamente quale sia stato l’esito della prova - l’accusa si oppone, con fermezza, a quel riferimento.
Per l’accusa, la giuria non deve conoscere nulla di quella prova e il risultato tecnico sulla verità o la falsità delle risposte non sarà mai acquisito.
La giuria non conoscerà mai se Knott mentiva o diceva la verità.
Eppure le questioni erano di fondamentale importanza. Le riportiamo qui di seguito:
“Ha mai progettato o compartecipato con qualcuno l’assassinio di Dale Pike?”.
“Ha mai esploso contro Dale Pike i colpi che lo uccisero?”.
“Dale Pike arrivava a Miami per discutere dei soldi che lei aveva sottratti al padre?”.
“Era in suo possesso l’arma calibro .22?”.
“Fu l’arma calibro .22, da lei acquistata, quella che uccise Dale Pike?”.
Dal verbale delle dichiarazioni di Knott sappiamo che egli ha affermato di non aver ucciso Dale Pike. Non sapremo mai, però, se il poligrafo ha confermato queste risposte negative come vere e autentiche…
Ma cos’è esattamente la macchina della verità?
Per quale motivo, nel corso delle investigazioni criminali americane, si usa questo strumento chiamato poligrafo?
A quale fine processuale sono asserviti questi strumenti (se così si può dire) tecnici?
In quale modo la colpevolezza o l’innocenza di un uomo vengono determinate dall’esito della macchina della verità?
La descrizione fisica della macchina della verità è molto semplice.
Si tratta di uno strumento (o, meglio, un misuratore) di tipo medico programmato per evidenziare una pluralità di parametri nella reazione fisiologica del corpo umano.
Il poligrafo misura la pressione sanguigna, i battiti cardiaci, il ritmo respiratorio ed altri valori nel preciso istante in cui una domanda viene posta all’interrogato.
Tutte queste misurazioni hanno un presupposto logico e scientifico da molti criticato.
Alcuni studiosi ritengono che la menzogna alteri i normali valori fisiologici ossia induca un aumento del battito cardiaco, della frequenza respiratoria, della pressione e, ancora, della sudorazione corporea. Accanto a questi valori vengono osservati valori di tipo esteriore come, ad esempio, il battito delle ciglia e la gestualità.
Gli studi dimostrano che un soggetto allenato può ingannare il poligrafo, ossia mentire senza alterare in alcun modo il quadro delle risultanze fisiologiche.
L’imperfezione del mezzo tecnico lo ha reso semplicemente facoltativo nel senso che l’indagato può scegliere di sottomettersi alla prova al fine di dimostrare la propria innocenza.
Tuttavia, poiché la macchina della verità non allontana dal dubbio, le corti la escludono.
Comunque, il poligrafo comprovò la verità della dichiarazione di innocenza resa dal Forti alla polizia, mentre su quella resa dal Knott non sapremo mai nulla.
Perché l’accusa ritenne di celare l’esito di quelle risultanze anche se facoltative?
Le omissioni e l’inefficacia della difesa
Cosa tace od omette la difesa su tutta questa complessa vicenda?
Innanzitutto avrebbero potuto formulare delle risposte chiare e precise a molte domande imbarazzanti poste dall’accusa.
La prima attiene alla “gestione” della pistola calibro .22 comprata con la carta di credito dell’imputato qualche mese prima dell’omicidio: perché quell’acquisto con Knott?
In secondo luogo, se si può giustificare la bugia detta alla moglie nella circostanza, perché Forti mentì sull’arrivo all’aeroporto anche con il padre di Dale?
Perché mentì alla polizia?
Perché, se Forti conosceva le attitudini delinquenziali di Knott e le sue intenzioni di «uccidere piuttosto che finire in galera», scelse comunque di condurre Dale Pike verso quel singolare appuntamento con lo sconosciuto?
In ultimo, il viaggio di Dale Pike a Miami era o non era motivato solo dalla necessità di ridiscutere tutto l’affare dell’albergo e dei soldi che il padre aveva sborsato in favore del Knott?
Queste domande, senza una dovuta e convincente spiegazione, si sono rivelate fatali ai fini del giudizio della giuria. Forti ha sempre ammesso la stupidità del suo comportamento, ma ha anche cercato di spiegarne i motivi. La difesa, invece, non ha nemmeno tentato di colmare questo spaventoso vuoto e l’imputato vi è precipitato dentro. Non si capisce se per eccessiva sicurezza o per colpevole superficialità dei suoi difensori.
E ancora.
La linea della difesa è impostata più sulle accuse a Knott che sullo scagionamento di Forti. In questo processo, praticamente, c’erano due accusatori: Ira Loewy contro Thomas Knott e Reid Rubin contro Enrico Forti.
La difesa non ha evidenziato a sufficienza la mancanza di prove oggettive a carico dell’imputato.
Non si è adoperata per far annullare la deposizione dell’imputato resa il 19 febbraio 1998 sulla base della regola Miranda.
Non ha sviluppato quanto lo stesso accusatore ha riconosciuto relativamente al fatto che la polizia ha tenuto nascosto Tony Pike al Forti il 18-19 febbraio, prima della sua deposizione.
Non si è battuta a sufficienza per chiarire inequivocabilmente alla giuria che si trattava di un processo per omicidio e non per frode dalla quale l’imputato era stato prosciolto, mentre la frode è stata usata come movente.
Non ha chiamato a deporre testimoni di importanza vitale come lo stesso Forti, sua moglie Heather, Thomas Knott, il notaio spagnolo Pina, l’impiegato dell’albergo di Ibiza, Antonio Fernandez, ecc.
Non si è battuta a sufficienza per invalidare la prova della sabbia e la costruzione della stessa prova da parte della polizia.
Non ha fatto revocare la regola Williams che sanciva la connessione dell’omicidio con la frode.
Non ha chiarito alla giuria che di fatto Anthony Pike non aveva alcun titolo legale per vendere l’hotel e che quindi il contratto sottofirmato era di per sé fraudolento. Sotto questo aspetto Enrico Forti poteva essere il truffato e non il truffatore.
Non chiamò alla sbarra Thomas Knott.
Non fece testimoniare Enrico Forti né la moglie Heather.
Non si avvalse di importantissime testimonianze come quella del notaio German Leòn Pina e quella del manager dell’Hotel Pikes Antonio Fernandez.
Quale la spiegazione per tutta questa serie di omissioni?
Semplice e disarmante: “E’ una inutile perdita di tempo e spreco di denaro. Nessuna giuria potrà mai condannare Enrico Forti”…
***
La mattina del 21 febbraio 1998, con uno stratagemma, Enrico Forti riuscì ad avvisare la moglie Heather di essere stato arrestato la sera prima. Heather, su indicazione dell’avvocato civile di Chico, Paul Steinberg, si rivolse allo studio legale Bierman e C. che assunse la difesa.
Nel processo “per truffa e circonvenzione d’incapace” che ne seguì, Donald Bierman e l’avvocatessa Pamela Perry, assistettero Chico Forti ottenendo il proscioglimento dalle accuse.
In un secondo tempo (11 ottobre 1999), quando Enrico Forti fu accusato di omicidio di primo grado, Donald Bierman si ammalò e Pamela Perry aveva dato le dimissioni dallo studio. Fu per queste circostanze che l’incarico passò ad un altro avvocato, il socio dello studio Ira Loewy.
E’opinione diffusa che quest’ultimo sia legato da grande amicizia al pubblico ministero Reid Rubin, fuori dal palazzo di giustizia… A molti è sembrato che ci fosse un tacito accordo tra l’accusa e la difesa a discapito di Enrico Forti. Questo sospetto è avvalorato anche da una situazione di conflitto d’interessi che spieghiamo di seguito.
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La settimana antecedente le requisitorie finali del processo, la difesa ebbe l’idea (non nuova negli studi legali americani che assistono clienti considerati facoltosi) di allestire una simulazione del processo: un giudice, un pubblico ministero ed una giuria, come sul set di un film.
Gli avvocati procedevano con il dibattimento, le arringhe della difesa e le requisitorie dell’accusa. Dopo questo processo fittizio vi fu la decisione della giuria: non colpevole!
Avvalorando questa incredibile messinscena (inutile ed oltretutto costosissima), la difesa informava la famiglia del Forti di essere assolutamente certa dell’assoluzione, invitandola a «mettere dello champagne in frigo per festeggiare a casa con lui la settimana seguente»…
Il conflitto d’interessi
Dopo il rifiuto per la revisione del processo del 30 aprile 2002 (appello gestito dagli stessi avvocati del processo), si scoprì casualmente un fatto incredibile: Ira Loewy, principale avvocato della difesa di Enrico Forti, contemporaneamente all’incarico di difensore, lavorava anche come sostituto procuratore per lo Stato in un altro processo.
Quindi un chiaro conflitto d’interessi diretto!
Richieste spiegazioni per questo duplice lavoro, l’avvocato Ira Loewy dichiarò di esserne stato autorizzato dallo stesso Forti. A supporto delle sue affermazioni esibiva a sorpresa (e solo molti mesi dopo) la fotocopia di un documento che attestava tale autorizzazione, peraltro senza data né timbro del tribunale.
Però Enrico Forti asserisce con estrema sicurezza di non essere mai stato a conoscenza di questo fatto, di non aver mai visto quel documento e che la firma in calce (cosa grave) non è la sua. Anche i suoi familiare d’altronde, che si occupavano dei contatti e dei pagamenti delle parcelle, non furono mai messi al corrente di questa storia.
Comunque sia, c’è una certezza inconfutabile: non è mai stato presentato l’originale di quel documento e nessuna udienza fu mai tenuta davanti al giudice per allegare quel documento agli atti del processo. A onor del vero un’udienza è stata tenuta a questo proposito poiché la giudice Platzer, a conoscenza del fatto, impose ai difensori di legalizzare la registrazione agli atti del processo del documento con la presenza e la firma del “cliente” Enrico Forti. In realtà non si fece mai.
Il pubblico ministero Reid Rubin inserì ufficialmente nella sua mozione la fotocopia di questo documento, avvalorandone l’autenticità (Exhibit “E“).
L’originale era andato inspiegabilmente perduto!
Paradossalmente al processo si verificò una situazione strana: più che uno scontro tra difensore ed accusatore, ognuno a sostegno della propria tesi, fu un confronto tra due “colleghi”.
***
Reid Rubin sapeva benissimo del conflitto di interessi dell’avvocato Ira Loewy nel processo contro Forti e lo dimostra l’udienza tenuta il 29 marzo 2000 (si può rilevare dall’allegato“F” della Risposta dello Stato del 12 dicembre 2005). Tre anni dopo, quando l’inghippo venne casualmente scoperto da Forti, Loewy, come un prestigiatore, estrasse dal cilindro (computer di casa) la fotocopia di un documento, firmato dallo stesso Forti, che gli dava l’autorizzazione al “doppio lavoro”. Reid Rubin sapeva anche benissimo che il documento presentato da Ira Loewy (vedi allegato “E” della stessa Risposta dello Stato del 12 dicembre 2005) non era stato allegato agli atti del processo e nessuno aveva mai visto l’originale, che non si è mai trovato presso gli archivi del tribunale. Tuttavia Rubin ha convalidato questo documento (che Enrico Forti sostiene di non aver mai visto, né tanto meno discusso; anzi che la sua firma è assolutamente falsa), scrivendo testualmente nel relief di post-condanna, che si trattava “di una falsa dichiarazione fabbricata dal Forti nel disperato tentativo di favorire i suoi personali interessi” e che comunque “anche se di questo documento non si trovasse l’originale, ciò non sarebbe sufficiente per concedere la revisione del processo”.
L’albergatore Anthony Pike
Anthony Pike fu uno dei principali testimoni dell’accusa. In un primo tempo, nella fase istruttoria del processo, aveva testimoniato favorevolmente nei confronti di Enrico Forti. Successivamente cambiò radicalmente il suo atteggiamento prestandosi al gioco dell’accusatore.
La vicenda che ha visto coinvolto Chico Forti ha inizio con la conoscenza di Anthony Pike, con cui aveva stilato un accordo di compravendita di un hotel di sua proprietà, ad Ibiza, Spagna.
Anthony Pike è nato in Inghilterra il 20 febbraio 1934. Dopo gli anni giovanili trascorsi facendo molti mestieri, tenta una carriera di attore, puntando soprattutto sul suo fascino, ma non ha successo. Negli anni ’50 si trasferisce in Australia dove compera una barca per escursioni turistiche e svolge le più svariate attività. Si sposa una prima volta e diventa padre di due figli, Dale e Bradley.
Nel 1980 si trasferisce in Spagna, sull’isola di Ibiza, dove apre un hotel con il suo stesso nome,”Pikes Hotel”. Questa iniziativa si rileva vincente e l’hotel viene frequentato da numerosi big del jet-set internazionale.
Divorzia e si risposa altre due volte. Dall’ultima moglie, Vera, nel
Per sua stessa ammissione, come risulta da una sua deposizione rilasciata a Londra il 26 e 27 marzo 1999, Anthony Pike è molto incline alla frequentazione di belle donne (colleziona molte” fidanzate”), adora la vita mondana più sfrenata ed è abituale consumatore di cocaina.
E’ in questo contesto che in quegli anni incontra Thomas Knott, frequentatore del suo hotel, instaurando con lui un rapporto di amicizia molto stretto e condividendo lo stesso stile di vita.
Nel 1993 contrae l’Aids, ma continua criminosamente ad avere rapporti sessuali senza alcuna protezione, per lungo tempo addirittura con una minorenne.
Questa malattia, che lo porta quasi in fin di vita, pregiudica anche le fortune dell’hotel. Perde quasi tutta la sua facoltosa clientela, è fortemente indebitato con le banche e nel 1997 si ritrova sull’orlo del fallimento. Per uscire da questa disastrosa situazione trasferisce la proprietà dell’albergo a varie società. Crea, per sole ragioni fiscali e di diritto ereditario, la società spagnola Can-Pep-Tuniet con la quota azionaria del 5%, ed il restante 95% è intestato a società off-shore residenti nelle isole Jersey. Si riprende miracolosamente dalla malattia e rientra nella gestione dell’hotel, dove viene più volte nominato e revocato come amministratore unico.
In questa situazione tenta disperatamente più volte di vendere l’albergo.
***
L’interrogatorio di Anthony Pike a Londra, è durato circa dieci ore e, come si può obiettivamente giudicare, non è certo in discussione la sua lucidità o memoria. Soltanto quando le domande diventano imbarazzanti si trincera dietro a dei vaghi “non so”, “non ricordo”.
Cosa si deduce dalla lettura di questa deposizione?
La prima considerazione focalizza la discutibile “fisionomia morale” di questo personaggio. Egli infatti dichiara impunemente di aver avuto dei rapporti sessuali con delle donne “senza protezione”, pur conscio di essere sieropositivo. Una di queste era addirittura minorenne.
In secondo luogo, di aver tentato di vendere l’hotel pur non avendone alcun titolo in quanto non ne era più il legittimo proprietario.
Inoltre di essere stato arrestato in passato con l’accusa di spaccio di droga e comunque di essere abitualmente un consumatore della stessa.
Infine di aver pagato cinquemila sterline per ottenere un passaporto falso da dare a Thomas Knott, con il quale avrebbe lasciato
Anthony Pike sarà uno dei testi principali (insieme a Thomas Knott) sulla cui testimonianza il pubblico ministero costruirà la sua tesi accusatoria.
***
L’Hotel Pikes era divenuto famoso nei primi anni ’90 in quanto ospitò differenti artisti di importanza internazionale, a cominciare da George Michael (che realizzò lì un filmato per il lancio di un suo disco, con Tony Pike attore), Freddy Mercury, Julio Iglesias, Cher, ecc.
Tutti questi artisti erano stati convogliati all’hotel da un amico di Tony Pike, un italiano di nome Pino Sagliocco, molto noto ed importante in Spagna come organizzatore di spettacoli e public relations con le star internazionali.
In realtà a quel tempo si organizzavano presso l’hotel dei veri e propri “festini”a base di musica, champagne, droga e donnine dai facili costumi. Tra i frequentatori di quest’”isola felice” c’erano anche il faccendiere tedesco Thomas Knott e Siegfried Axtmann, pseudo proprietario della house-boat a Miami dove venne trovato morto “suicida” Andrew Cunanan, presunto assassino di Gianni Versace.
Quando Pino Sagliocco si defilò dalla frequentazione dell’hotel Pikes’, le fortune di Tony Pike ebbero una precipitosa parabola discendente, fino a condurlo sull’orlo della bancarotta, costringendolo a cedere il 95% della proprietà a delle società off-shore delle isole Jersey.
In questa situazione il disperato tentativo di recuperare denaro fresco, tra cui l’operazione di vendita dell’hotel ad Enrico Forti, la stessa struttura che da tempo ormai non era più di sua proprietà…
***
Durante il processo l’”attore” Tony Pike si presentò per testimoniare sostenuto da due infermiere, pallido e traballante. Era il 10 giugno 2000. Qualche mese dopo, due turiste trentine testimoniarono di essere state ospiti dell’hotel Pikes’ ad Ibiza, di essersi intrattenute con un abbronzantissimo Anthony Pike, brillante ospite sia alla sera presso il piano-bar, che di giorno in piscina, dove “si tuffava e nuotava come un giovanotto”…
Non dimentichiamo che il movente dell’omicidio è basato sull’accusa ad Enrico Forti di essersi approfittato di “un vecchio malato, incapace e demente”. La messinscena delle infermiere presso
Di notevole importanza anche l’intervista rilasciata dal notaio German Leòn Pena il 23 giugno
Alla domanda: “Attualmente chi beneficia della proprietà dell’albergo?” risponde:
“Non so se i dividendi siano stati recuperati. Pike si sta comportando come se fosse l’unico socio, fa ciò che vuole e ha tutti i benefici. La registrazione della compravendita è tuttora valida. Il trasferimento di azioni può essere revocato solamente con un ordine della corte. Non può essere revocato da un altro notaio, nemmeno dal sig. Pike unilateralmente. Un notaio non può revocare un documento, né può permettere che sia revocato con l’unico volere di una delle due parti che hanno eseguito l’atto. Ora il sig. Forti ha diritto a quei dividendi. Non saprei se c’è un’azione giudiziaria. Pike poi ha portato avanti altre transazioni, ma non so che cosa riguardassero ed ha anche portato avanti transazioni per mutui ipotecari negli uffici di altri notai. Dovrei riesaminarle. Poiché io sono legato dal segreto d’ufficio notarile, non posso rivelarle a meno che ci sia un ordine della Corte.
Si dovrebbe indagare presso
Perché Anthony Pike non si è mai costituito parte civile nei confronti di Enrico Forti? Avrebbe potuto facilmente annullare il contratto e tornare in possesso della proprietà.
La causa civile avrebbe certamente comportato una discussione in tribunale dove inevitabilmente sarebbero emerse delle questioni che lui, evidentemente, ha tutta la convenienza a che rimangano celate.
***
Ci sembra qui opportuno inserire alcune pazzesche dichiarazioni di Anthony Pike (tratte dai transcript del 26 e 27 marzo 1999), che farebbero impallidire qualsiasi giurista al mondo ed è vergognoso che un prosecutor americano abbia dato credito ad un personaggio del genere, facendolo apparire una “vittima innocente”.
Citiamo alcuni passaggi della sua deposizione.
a) dichiara impunemente che, pur essendo affetto da AIDS, tiene regolarmente rapporti sessuali con più persone, senza protezione, e addirittura con una minorenne (Fanny) per molto tempo: un assassino potenziale!
b) si dichiara consapevole che durante la trattativa di vendita dell’hotel Pikes con il Forti, non era abilitato per fare alcun accordo di vendita poiché non risultava proprietario di nessuna delle società che in quel periodo si palleggiavano la proprietà dell’albergo.
c) per lo stesso motivo Tony era altresì conscio che anche la delega al figlio Dale per trattare l’affare con Forti in sua vece, era assolutamente fasulla e Dale era a conoscenza di questo.
d) dichiara che i 25.000$ ricevuti dal Forti “erano semplicemente un regalo”! Ammette così la chiara intenzione di truffare Enrico Forti prendendogli più soldi possibile e vendendogli solamente del fumo, sapendo benissimo che il famoso accordo di vendita non aveva alcun valore legale. Pike ammette anche candidamente che il Forti non si è mai approfittato di lui, che si è sempre comportato correttamente e non gli ha preso mai neanche un dollaro!
e) dichiara ancora, sempre impunemente, di essere assuefatto al consumo di droga durante delle orge organizzate con il suo amico Thomas Knott e di essersi adoperato per procurargli dei documenti falsi e pagando “dei criminali” per la fornitura di questi documenti.
Questa deposizione contiene numerose altre dichiarazioni di questo tipo, che contrastano in modo inequivocabile con quanto afferma Rubin nella sua requisitoria.
E’ stata fatta un’indagine presso
Ma Tony Pike non risulta proprietario di nessuna azione, né del 5% né del 95%, delle varie società che vantano la proprietà dell’hotel (Laffan, Hemery, Laurabada, Can-Pep-Toniet, Can-Pep-Tuniet, ecc.). Quindi, come detto, non poteva né acquistare, né vendere l’hotel, e neanche fare una delega a qualcuno (Dale) che si occupasse di un’eventuale transazione al posto suo.
Probabilmente Rubin ha scoperto questo quando si è recato ad Ibiza per raccogliere la testimonianza del notaio Pina, perché avrà controllato i documenti presso
Forti credeva di fare un grosso affare, ma alla luce dei fatti stava per essere truffato.
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Cerchiamo di spiegare meglio l’antefatto.
Ai primi di gennaio del ’98 Enrico Forti si recò a Parigi dove aveva una serie di incontri per discutere con i responsabili dell’organizzazione dei mondiali di calcio (quell’anno si svolgevano in Francia), per l’allestimento di alcuni spettacoli ad alto livello da tenersi durante la manifestazione. Anthony Pike si offrì di accompagnarlo per metterlo in contatto con degli artisti importanti, che lui conosceva personalmente per aver frequentato in passato il suo hotel.
In quell’occasione si tenne una specie di cena di lavoro alla quale erano presenti, oltre al Forti e a Pike con la sua “amichetta” Fanny, anche l’avv. Paul Steinberg e un produttore televisivo italiano, Marco Bianchi, con sua moglie. Proprio questo imprenditore, recentemente ha sottofirmato un “affidavit” dove testimonia il fervore e l’interesse di Pike per piazzare la “merce” quando l’hotel entrò nella discussione dei commensali. Egli testimonia che la trattativa si aggirava intorno al milione e mezzo di dollari.
Infatti, Chico acquistò ufficialmente con atto notarile, il 5% della Can-Pep-Toniet per 25.000 dollari (90.000 li aveva già dati “in nero” in contanti e con il pagamento di viaggi, voli aerei, alberghi, ristoranti e regali). In seguito Forti e Pike fecero un “accordo di vendita” a Miami per l’acquisizione del restante 95%. Questo accordo prevedeva 200.000 dollari in contanti, la permuta di due appartamenti a Williams Island (valore 800.000 dollari), 50.000 dollari per estinguere l’ipoteca sulla casa privata di Anthony Pike e l’assunzione dei debiti dell’albergo presso le banche (385.000 dollari).
Inventata quindi di sana pianta la valutazione dell’hotel di cinque milioni di dollari. Questa valutazione è servita all’accusa per la costruzione del movente della truffa. In realtà anche la stima attuale è notevolmente inferiore alla valutazione data dal pubblico ministero. Meno di un terzo!
D’altronde gli incassi stessi registrati nella contabilità ordinaria dell’azienda (meno di 60.000 dollari all’anno negli ultimi cinque anni) non giustificavano in alcun modo questa supervalutazione. Oltretutto Pike era ben cosciente del fatto che non avrebbe mai potuto firmare questo accordo di vendita poiché l’albergo non gli apparteneva più.
Appare a questo punto chiaro il piano di Anthony Pike: firmare un atto di compravendita, recuperare più denaro possibile, portare il tutto presso le banche per ottenere una dilazione per il rientro dell’esposizione, bloccare l’imminente azione di pignoramento ed evitare il fallimento.
Ecco perché, alla luce di quanto sopra, Enrico Forti era il truffato non il truffatore!
Stralci della prima testimonianza dell'albergatore
Nel libro/inchiesta del magistrato siciliano Lorenzo Matassa (“Tra il dubbio e l'inganno: da Versace al caso Forti – Una doppia trappola mortale”) viene riportata nella parte essenziale la traduzione della deposizione di Anthony Pike, rilasciata a Londra il 26/27 marzo 1999.
Per farsi un'idea della personalità di Anthony Pike, ci sembra opportuno riportarne i passaggi più significativi.
In quella deposizione ricorda con una lucidità incredibile date, situazioni, persone, luoghi e avvenimenti, molto presente e preparato ad ogni tipo di domanda.
Solo quando le domande mettono in dubbio la veridicità delle sue affermazioni si trincera dietro a dei “non so...”, “non ricordo...”.
La deposizione di Londra è durata oltre otto ore, e ha fatto seguito agli interrogatori avvenuti più di un anno prima a Miami (19 e 20 febbraio 1998).
Nelle due interrogazioni non c'è l'ombra delle accuse che in un secondo tempo ha lanciato durante la sua deposizione al processo contro Enrico Forti ai primi di giugno del 2000.
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Ecco comunque quello che si desume dalla sua testimonianza:
1) Si sente “molto impunito”, quando dichiara senza pudore che pur avendo contratto una malattia infettiva (HIV) teneva regolarmente rapporti sessuali “senza protezione” con molte donne e addirittura con una minorenne (Fanny).
Dichiara altresì di essere, assieme a Knott, un consumatore di cocaina.
Inoltre ammette di aver procurato e pagato a Knott un passaporto falso.
Malgrado questi comportamenti viene sentito come “testimone chiave” e il prosecutor Reid Rubin fonda gran parte delle sue accuse sulla sua testimonianza, facendolo passare per vittima. Le contraddizioni sono l’asse portante di tutta la deposizione.
2) Tony Pike afferma di aver contratto l’HIV ancora nel 1993 poi si contraddice dicendo che la malattia l’aveva contratta in Malesia nel 1997.
3) Quando si sentì male in Malesia, il figlio Dale lo portò a Sidney ospite dell’altro figlio Bradley, rimanendo in casa sua per “più di una settimana” nel gennaio 1997.
4) Quando le sue condizioni si aggravarono, fu ricoverato in ospedale e vi rimase “più di un mese” (gennaio/febbraio 1997).
E’ stato in quel periodo in cui rimase a Sydney, che i figli Dale e Bradley diedero “corso ad un procedimento che venne promosso per la mia interdizione”.
(Quando fu tenuta questa udienza?, chi fu il giudice?, chi fece parte della commissione medica?, esistono i verbali di questa udienza?, Tony Pike era presente? Per decidere l’interdizione quando fu visitato e dove? Quando fu pronunciata la sentenza e dove è stata depositata? Oppure è stata solo presentata la richiesta da parte dei figli presso il tribunale di Sydney, ma è rimasto tutto in sospeso perché non se ne fece niente?)
Chi era l’eventuale “tutore” che gli fu imposto oppure affidato?. Il 26 marzo 1999 Tony Pike dichiara di essere consapevole di essere ancor oggi interdetto!
5) Nel febbraio 1997 i figli lo fecero ricoverare a Sydney in un ospedale per malati terminali, dove“gli avevano diagnosticato dai quattro ai sette giorni di vita residua”. La moglie Vera rientrò dal Messico, dove era in vacanza, e provvide a “condurlo via da quel luogo” riportandolo in Spagna alla fine di febbraio 1997. Sarebbe interessante sapere la scaletta dei tempi di recupero, poiché risale a quel periodo la cessione di tutte le quote dell’albergo attraverso la creazione della società Laffan Trust.
Interessante anche il riferimento ai figli licenziati ed allontanati dall’albergo. In seguito, riprendendosi dalla malattia, rientra nella gestione dell’albergo come amministratore, più volte revocato e rinominato in tempi brevissimi nel 1997 (vedi i documenti della Camera di Commercio di Ibiza).
Alla fine del 1997 è possessore di 1000 azioni al portatore della società Can-Pep- Tuniet (proprietaria del 5% dell’hotel), le stesse che consegnò a Chico dopo la firma di un “accordo di vendita” presso il notaio spagnolo Pena.
Firma questo accordo pur non avendo alcun titolo per vendere l’albergo.
Per queste azioni Chico aveva anticipato $25.000 come primo acconto e altri importi successivamente.
(In seguito l'avvocato civile di Chico, Paul Steinberg, ha dovuto consegnare queste azioni al tribunale, che le ha messe sotto confisca ed allegate agli atti del processo.
Non si è più saputo che fine abbiano fatto queste azioni.
Tony Pike dichiara, mentendo clamorosamente, che i $25.000 ricevuti da Chico erano semplicemente un regalo.
6) Tony Pike ribadisce più volte che il prezzo dell’albergo era stimato in 5 milioni di dollari e non avrebbe mai trattato per meno.
La figlia/fidanzata Rolend, rappresentante di un grande gruppo turistico australiano, viene ad Ibiza per trattare l’albergo nell’agosto del 1997. Ma per una serie di disguidi, i soci principali del gruppo si ritirarono e “l’affare si perse”.
“Normalmente almeno 6 volte all’anno ricevevo proposte d’acquisto dell’albergo” (compreso il 1997), e “ogni volta preparavo la documentazione per i richiedenti” ma nessuna andò a buon fine.
(Probabilmente gli acquirenti erano più accorti di Chico Forti e si erano resi conto che il prezzo richiesto non era proporzionato alla struttura o non era chiara di chi fosse la proprietà).
7) Quando Tony Pike arrivò a Miami, ospite di Knott a Williams Island, il tedesco lo mise al corrente dei suoi progetti per realizzare l’affare “Timeshare type project , parlandogli anche di Chico, dicendogli che “avrebbe dovuto conoscere il Forti perché era una persona molto importante a Williams Island” ed era “l’uomo giusto da conoscere”, per realizzare i loro progetti.
Tony Pike fece presente a Knott che chiunque si sarebbe accorto che l’affare “Timeshare” era impossibile e truffaldino, ma Knott per tutta risposta gli disse: Lasciami fare, stai tranquillo, nessuna paura, ci penso io. Lascia che sia io a gestire la parte finanziaria”. In seguito Pike affermerà che tra Knott e Forti “non correva buon sangue”.
8) Tony Pike afferma che nel dicembre 1997 non sapeva che la proprietà dell’albergo fosse passata alla società Laffan e ignorava anche che
In seguito però ammette di essere stato a conoscenza “di non aver alcun titolo per vendere l’albergo”.
Ammette altresì la sua consapevolezza di non aver avuto “alcun titolo per poter rilasciare una procura generale a suo figlio Dale per trattare al posto suo la vendita dell’albergo”, e che “Dale non avrebbe potuto fare nulla”.
9) Tony Pike depone chiaramente che non voleva riprendere in albergo il figlio Dale, al suo rientro ad Ibiza dopo la fallimentare esperienza in Malesia. Fu il responsabile della reception dell’albergo Claire Moorely e Chico Forti a convincerlo a riprendere Dale all’albergo.
Dichiara successivamente che era importante far conoscere Dale a Forti per ottenere la promessa di dare “il permesso a Dale di lavorare all’albergo”, dopo che”ogni cosa sarebbe stata regolarizzata”.
(E’ quanto asserisce Chico sullo scopo del viaggio di Dale a Miami, o almeno quanto a lui è stato fatto credere).
10)Tony Pike, prima dice di aver firmato “l’accordo di vendita” davanti ad un notaio di Miami e ne ricorda perfino il nome, Edythe Abrahams, e riconosce che la firma in calce ai documenti è la sua. Poi dice chiaramente: “Mai vista nella mia vita. Non sono mai stato davanti ad un notaio se si eccettua l’atto realizzato davanti al notaio di Ibiza. Non mi sono mai recato da un notaio negli USA”.
In seguito, di fronte alla precisa domanda “se si era recato nell’ufficio del notaio German Pena ad Ibiza per concludere la vendita”, risponde “No. Non ricordo nulla di tutto questo” pur avendo ricevuto $25.000 dopo la firma del compromesso.
11) Quando viene chiesto a Tony Pike con chi doveva incontrarsi Dale a Miami, disse che l’incontro doveva avvenire con Knott e Forti, ma di non sapere con chi dei due.
“Dale conosceva Knott?”. “No. Non conosceva né Knott né Forti”.
Successivamente alla domanda se pensava che Knott potesse aver ucciso Dale risponde: “No, Thomas amava troppo il denaro e la bella vita, ma egli non era un assassino, non era capace di uccidere una persona, soprattutto mio figlio che lui conosceva bene!”.
12) Tony Pike dapprima afferma che Chico gli ha rubato i documenti riguardanti l’albergo e i suoi dati personali.
Poi afferma che diede assolutamente in modo volontario tutti i documenti e che aveva dato libero accesso a tutta la documentazione per quanto poteva riguardare la compravendita dell’hotel.
Poi, nel corso della deposizione dice ancora che i documenti Chico se li era procurati di nascosto rubandoli.
Dice anche che la notte (11 gennaio 1998) in cui Chico si fermò ad Ibiza gli fece firmare 14 documenti e però non sapeva che cosa firmava.
Si ricorda che erano 14, ma non si ricorda di che documenti si trattava!.
13) L’affare dell’hotel traspare chiaramente che era una precisa volontà di Tony Pike di portarlo in porto, con l’aiuto di Knott.
All’inizio del gennaio 1998 scrive una lettera ai figli dicendo che stava effettuando un’operazione “un po’ stravagante” per vendere l’hotel, che aveva trovato un’acquirente, Chico, che “era ben lieto di concluderla. Afferma che “l’operazione di compravendita poteva ritenersi complicata ma con eccellenti potenzialità di riuscita”.
Tony Pike nega l’evidenza dell’acconto dato da Chico previsto dal contratto preliminare, dicendo che i $25.000 ricevuti erano un regalo!.
Di fatto aveva dato in cambio 1000 azioni della Can-Pep-Tuniet, di valore nullo, perché questa società nel gennaio 1998 non possedeva più nulla e la proprietà era passata alla Laffan.
Tony dichiara che fu “Knott a segnalarmi la possibilità di un grande affare”.
Ma queli sono le motivazioni che Tony Pike dà per giustificare la stesura di un “accordo di vendita” per il corrispettivo (tra contanti e presunti) per poco più di un milione di dollari, quando ripete continuamente che mai avrebbe venduto per meno di 5 milioni di dollari?.
Dice: Io stavo cedendo il mio albergo per pochi dollari e non era possibile che non fosse cosciente di quello che facevo. Dicevo a me stesso: «Forse sono pazzo». Ma io non sono pazzo. Però dovevo esserlo se leggendo quei documenti avevo sottoscritto quelle cose”.
Più avanti negherà che Dale partì due giorni prima di lui avendo come prospettiva del viaggio la discussione dei termini dell’accordo per la vendita dell’albergo.
Dale sapeva delle trattative, ma “sapeva che parlavamo dell’«elefante bianco » ossia di una cosa non esistente!”.
(Da questa deposizione appare evidente l’intento di Tony Pike di truffare Chico Forti, vendendogli fumo e prendendogli dei soldi che non avrebbe mai restituito).
14) Tony Pike afferma che Chico era stato sempre estremamente corretto nei suoi confronti e che mai gli aveva preso neanche un centesimo. Poi si ricorda di una lettera pervenuta alla Hemery Trust nell’estate 1998, lettera in cui l’avv. Steinberg annunciava un’azione legale per il possesso dell’albergo. “Ricordo che mi sorpresi non poco, anzi se devo essere sincero, rimasi annichilito!”. “Devo dirvi che i documenti che erano in possesso del Forti uscivano fuori uno dopo l’altro e si comprendeva finalmente che il Forti aveva pianificato tutto con estrema dovizia fin dall’inizio!”.
15) Tony Pike dichiara che quando fu interrogato a Miami dagli investigatori il 19 febbraio 1998 (“gli investigatori mi udirono per tutto il giorno!”), gli chiesero: “Chi conosceva suo figlio in Florida?”, prima rispondeva: “Nessuno”. Successivamente alla domanda: “E perché allora suo figlio è venuto qui?”, cambiava versione dicendo: “Per incontrare due soci in affari, Thomas Knott ed Enrico Forti”.
16) Alla domanda se è vero che la polizia di Miami gli riferì qualcosa sul Forti, come ad esempio che poteva essere un membro della mafia, risponde: “Si, qualcuno ebbe a fare menzione della cosa ma non ricordo fosse la polizia. Certo qualcuno segnalò che Forti era coinvolto nella sparizione di mio figlio. Tutto puntava in questa direzione. Ma adesso non so veramente da chi venne fuori il discorso!”.
(Quel giorno, il 19 febbraio 1998, Tony Pike parlò solamente con la polizia. Quindi quando Chico si presentò alla polizia la sera di quel giorno era già inquisito!.
La vittima Dale Pike
Il personaggio più emblematico di tutta la vicenda risulta essere proprio la vittima, Dale Pike, figlio dell’albergatore Anthony Pike.
All’inizio degli anni ’90, per motivi mai chiariti completamente, il padre lo allontanò dall’hotel insieme al fratello Bradley. Dale Pike emigrò in Malesia mentre suo fratello si trasferiva in Australia.
Per circa sette anni aveva interrotto qualsiasi rapporto con il padre stesso, fino all’inizio del 1997 quando, trovandosi in gravi difficoltà finanziarie (e altro), aveva richiesto l’aiuto del padre invitandolo a fargli visita in Malesia.
Benché sofferente di Aids, Tony Pike si recò ugualmente in Malesia dove improvvisamente la sua malattia si aggravò. Dale Pike provvide a far trasportare il padre in Australia presso il fratello Bradley.
A Sydney Tony Pike venne ricoverato in una clinica per malati terminali, dove restò tra la vita e la morte per oltre un mese. I figli si fecero firmare una procura per la gestione delle proprietà in sua vece.
L’allora moglie di Tony Pike,Vera, venuta a conoscenza della situazione, intervenne e riuscì a portare Tony in Spagna. Sottoposto a delle appropriate cure in una clinica specializzata, Anthony Pike si riprese e guarì miracolosamente.
La situazione finanziaria di Dale Pike invece, subì un tracollo definitivo, costringendolo a lasciare
Anthony Pike, che in quel periodo era in trattativa con Enrico Forti per la cessione dell’hotel, chiese aiuto allo stesso Forti che, per colmo dell’ironia della sorte, indusse il padre a perdonare il figlio e reintegrarlo con qualche mansione presso l’hotel.
Anzi, il Forti gli pagò il biglietto dall’Australia ad Ibiza, ed in seguito da Ibiza a Miami, per poterlo conoscere. A questo proposito ci sono delle lettere scritte da Dale ad Enrico Forti, in cui esprime tutta la sua riconoscenza per questo insperato aiuto.
Il motivo del viaggio di Dale Pike a Miami fu interpretato dall’accusa come una chiara intenzione di discutere una serie di questioni inerenti la cessione dell’hotel, e a questo scopo si era fatto fare una procura notarile per poter prendere delle decisioni in vece del padre. Poteva essere quindi un potenziale ostacolo per la concretizzazione dell’affare.
Secondo la difesa invece, Dale Pike si sarebbe recato a Miami semplicemente per una vacanza e per poter conoscere Enrico Forti.
D’altronde il programma iniziale prevedeva che Dale intraprendesse il viaggio insieme al padre quella fatidica domenica 15 febbraio 1998. Fu il padre a cambiare i programmi ritardando la sua partenza di tre giorni. Invitando il figlio a precederlo per non sprecare il denaro pagando una penale per lo spostamento del biglietto aereo.
In ultima analisi, che bisogno c’era da parte di Dale Pike di recarsi a Miami per discutere o bloccare il contratto redatto dal padre per la compravendita dell’hotel (oltretutto già legalizzato dal notaio)? Se il motivo del viaggio fosse stato questo, non sarebbe stato più logico e semplice convocare il Forti ad Ibiza e in quella sede eventualmente ridiscutere il contratto? E poi, se il padre era in arrivo a Miami tre giorni dopo, perché avrebbe dovuto delegare il figlio a discutere a suo nome un affare che nemmeno conosceva? Inoltre, la delega rilasciata al figlio non aveva alcun valore legale, dal momento che, per sua stessa ammissione, Tony Pike da tempo non era più il legittimo proprietario dell’hotel.
La difesa ha affermato che Enrico Forti, uscito dall’aeroporto con Dale, accettò di fermarsi ad un distributore dove l’ospite comperò delle sigarette e fece una telefonata. Tornato in auto, sarebbe stato lo stesso Dale Pike a comunicare a Forti il cambiamento di programma, pregandolo di accompagnarlo a Key Biscayne, presso il ristorante Rusty Pelican, dove lo avrebbero atteso alcuni amici di Thomas Knott.
Dale avrebbe detto: “Me la spasserò alcuni giorni con loro. Non dire a nessuno che mi hai visto e dove sono andato. Ci sentiamo quando arriva mio padre”.
Sarebbero state queste le ultime parole pronunciate da Dale Pike davanti ad Enrico Forti.
***
Normalmente nei processi si valuta il grado di accettabilità delle ipotesi esplicative proposte dalle parti. L’ipotesi più plausibile, cioè quella in grado di inglobare in un quadro coerente e persuasivo tutti gli elementi emersi dall’indagine e dal processo, deve essere proposta a fondamento della decisione.
Non è possibile, in sostanza, per escludere la fondatezza di una ipotesi di accusa, concepire alternative di fantasia o comunque di pura congettura. Il pubblico ministero, sviluppando questo concetto, ha affermato che davanti ad una astratta pluralità di spiegazioni, è necessario preferire quella capace di inglobare tutti gli indizi in modo coerente.
Tagliando fuori le ricostruzioni fantasiose o meramente congetturali, c’è un criterio di plausibilità costruito sulle probabilità.
In un processo indiziario tutti raccontano storie. La storia è accettabile se spiega tutti gli indizi e non ne lascia fuori nessuno e se è costruita in base a criteri di congruenza narrativa.
Storie che in un certo senso si possono anche inventare.
Ecco, per esempio, un’ipotesi.
Chi aveva interesse ad eliminare Dale Pike così velocemente non appena messo piede a Miami?
Anthony Pike sta attraversando una crisi economica disastrosa. Non ha un soldo ed è pieno di debiti. Telefona a Knott e gli spiega la situazione. Knott lo invita a Miami con l’intenzione di presentarlo ad un facoltoso italiano, che può diventare la vittima di una ben congegnata truffa.
Tony Pike va a Miami e fa di tutto per conoscere Enrico Forti. Gli si prospetta di comperare una struttura valutata 4-5 milioni di dollari per un terzo del suo valore.
Chico è tentato e cade nella trappola. Paga viaggi, alberghi, regali, anticipi, fino alla famosa firma dell’ “Accordo di vendita”, quando versa i famosi 25.000 dollari.
Qui entra in ballo Dale. Reduce da una disastrosa avventura imprenditoriale in Malesia, ritorna ad Ibiza e il padre gli offre una opportunità, probabilmente mettendolo al corrente del progetto di truffa (finta vendita dell’hotel) all’italiano di Miami e lo invita a recarsi colà per sostenere il piano.
Tony dà al figlio Dale una procura legale per sostituirlo nella trattativa. Entrambi sanno benissimo che questa procura non ha alcun valore. Serve a Dale solamente per prendere il denaro di Forti previsto dagli acconti del contratto.
Ma Dale Pike vuole anche la sua parte. In caso contrario minaccia di denunciare Knott (e il padre?) se non avesse avuto la sua “fetta”. Dale tenta anche di recuperare il denaro rubato da Knott al padre.
Anthony Pike chiede ad Enrico Forti di ospitare Dale “per una vacanza” a Miami, convincendolo anche a pagare il viaggio. Si guarda bene però dall’informarlo della procura rilasciata al figlio.
Poi qualcosa deve essere successo tra Knott, Tony e Dale. Non sapremo mai che cosa, ma forse c’è stata una discussione sulla “spartizione della torta”. Torta che sarebbe diventata molto grossa se si considera anche il progetto truffaldino di Knott relativo alle “vacations time share”, cioè la vendita a più persone delle stesse quote dell’albergo in multiproprietà.
Le minacce di Dale Pike quindi potevano essere un ostacolo e da qui la necessità di eliminare il problema. E Thomas Knott aveva giurato ripetutamente che avrebbe ucciso piuttosto che ritornare in prigione.
Nella logica delle congetture che si possono immaginare, questa non può essere ritenuta del tutto inverosimile. Un’ipotesi di pura fantasia, se si vuole, ma mica tanto…
Il tedesco Thomas Knott
Così come Anthony Pike, anche Thomas Knott fu uno dei principali testi per l’accusa nell’istruttoria del processo contro Enrico Forti.
Thomas Knott era un truffatore con parecchi precedenti penali, arrestato e condannato in Germania a sei anni di reclusione. Anche negli Stati Uniti, in quel periodo, Knott perpetrò una lunga serie di truffe milionarie ai danni di molte persone. Thomas Knott si dichiarò colpevole di truffa e venne condannato a quindici anni di reclusione.
Nega però qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio di Dale Pike.
Per ricevere sconti sulla condanna, benefici e trattamenti di favore, sia dallo Stato della Florida che dalle autorità federali, offre la sua compiacenza a testimoniare contro Enrico Forti.
Lo Stato però afferma che nessun trattamento di favore o immunità sono stati concessi a Knott in cambio della sua collaborazione.
Invece è incontestabile che Thomas Knott fece comunque un plea agreement (dichiarazione concordata) con lo Stato.
Non se ne conoscerà mai il contenuto perché è sigillato negli archivi della Corte di Miami senza possibilità di accesso, ma (singolare coincidenza?) nell’immediatezza del rifiuto dell’appello di Enrico Forti, fu inspiegabilmente espulso dagli Stati Uniti e rimandato in Germania (27 settembre 2002), azzerando la pesante condanna per frode
Thomas Knott non è stato chiamato a deporre al processo in quanto, per il giorno dell’omicidio aveva un “valido” alibi…
Il suo avvocato Keith Marshall testimoniò che la domenica 15 febbraio 1998 era intervenuto con altre persone ad un party nell’appartamento dove Knott risiedeva a Williams Island. Knott quindi era a casa quando Dale veniva ucciso.
Keith Marshall ebbe però una parte importante nei raggiri truffaldini di Knott ai danni di Anthony Pike e della ex-fidanzata di Knott, Katherine Evans. Anche gli altri “testimoni” facevano parte del “giro” di Knott…
Comunque, durante il processo, lo Stato non dichiarò che Knott era innocente dell’omicidio. Lo Stato asserì soltanto che era Forti il mandante dell’omicidio.
. Come detto, Thomas Knott, pur essendo uno dei principali protagonisti della vicenda, non fu mai chiamato a deporre al processo, né dall’accusa, né inspiegabilmente dalla difesa.
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La personalità di Knott viene tracciata dalla deposizione di Anthony Pike. Delinquente incallito, truffatore, approfittatore, godereccio, tossicomane, dedito ai vizi più sfrenati e irrispettoso di qualsiasi regola. Personaggio disposto a qualsiasi bassezza pur di ottenere i suoi scopi.
Thomas Knott nasce in Germania il 25 febbraio 1966. Dopo un passato da spacciatore da due soldi, intraprende una carriere da truffatore rivelandosi abilissimo. Sfruttando un brokeraggio nel campo immobiliare e delle assicurazioni, riesce a rubare più di tre milioni di dollari in Germania, sperperando i proventi di queste truffe in donne, champagne, droga, macchine di lusso.
Nel 1990 si reca a Ibiza, in Spagna, presso l’Hotel Pikes, dove conosce Anthony Pike ed instaura con lui una stretto rapporto di amicizia fondato sullo stesso stile di vita.
Arrestato in Germania nel gennaio 1993, viene imprigionato fino al dicembre 1996, ricevendo più volte le visite di Anthony Pike.
Dopo un periodo di libertà vigilata, sparisce dalla Germania ricomparendo a Miami, in Florida con falsi documenti nella primavera del 1997. E’ ospite di un amico italo-tedesco che abita a Williams Island nell’appartamento sottostante quello di Enrico Forti. Svolge un’attività ufficiale di istruttore di tennis. Contrae un finto matrimonio con un’americana per ottenere il permesso di soggiorno, contravvenendo alle leggi sull’immigrazione.
Una decina di giorni dopo l’omicidio di Dale Pike, viene arrestato dalla polizia di Miami con l’accusa di truffa e possesso illegale di armi.
Marco De Martino, corrispondente della rivista “Panorama” per gli Stati Uniti, in occasione di una visita alla “house-boat” ai tempi del caso Versace-Cunanan, fu accompagnato da Thomas Knott, incaricato per quel servizio da Enrico Forti. Afferma che il tedesco in quell’occasione era armato. Infatti gli si era aperto inavvertitamente il giubbotto e De Martino vide una pistola infilata nella cinta e ne era rimasto intimorito.
Anche l’ex fidanzata Katherine Evans, testimoniò che Thomas Knott si muoveva spesso armato di una pistola.
L’alibi di Thomas Knott per il pomeriggio e per la sera della domenica 15 febbraio 1998, giorno dell’omicidio di Dale Pike, avrebbe avuto molteplici ragioni per un maggiore approfondimento della sua veridicità da parte di qualsiasi organo inquirente.
Giovedì 12 febbraio, durante un party, Thomas Knott conosce Carmen Page, una vedova il cui defunto marito era titolare di una fabbrica di sigari a Miami.
Knott propone alla Page di costituire con lei una società per la vendita di sigari in Germania, dove lui diceva di poter contare su importanti “agganci” per la distribuzione del prodotto.
Per discutere i particolari del progetto, la sera di sabato 14 febbraio Knott invita
Il giorno seguente, domenica 15 febbraio appunto, Knott telefona ad un suo amico avvocato, Keith Marshall, e convoca anche lui presso il suo appartamento per la stesura di un documento per la costituzione di questa fantomatica società. Benché fosse domenica e non ci fosse alcuna urgenza per questa “operazione finanziaria”, l’avvocato aderisce all’invito prontamente.
Un particolare curioso: Keith Marshall, precedentemente, aveva aiutato Knott ad incassare un assegno di Tony Pike, trattenendo per sé una sostanziosa parcella per “spese legali”…
Comunque quel pomeriggio si decise di organizzare un party per la sera, con la partecipazione, oltre alla Page ed a Marshall, anche di alcuni personaggi noti negli schedari della polizia, da Mauro Lazzini a Steve Bacardi ed un certo “Pana”. Fu invitato anche Siegfried Axtmann, amico di bagordi di Thomas Knott ai tempi delle orge all’hotel Pikes’ di Ibiza e pseudo-proprietario della house-boat sulla Collins a Miami-beach,dove si suicidò Andrew Cunanan…
Nel frattempo Dale Pike arrivava a Miami e chiedeva ad Enrico Forti, che lo attendeva all’aeroporto, di portarlo presso il ristorante Rusty Pelican a Key Biscayne, dove amici di Knott lo stavano aspettando per spassarsela con loro...
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Resta anche discutibile l’ora della morte di Dale Pike. Infatti, durante l’autopsia, il coroner trovò dei rimasugli di arancia nello stomaco del morto e da questo, calcolando i tempi della digestione di questo cibo, si stabilì che la morte è sopravvenuta quattro ore dopo l’ingestione. Si stabilì anche che sull’aereo preso da Dale, fu servito un pasto che includeva anche le arance verso le ore 15 del pomeriggio. Presupponendo che Dale Pike lo abbia consumato, l’ora della sua morte fu fatta risalire tra le 19 e le 22 della sera stessa. Non fu presa in considerazione alcuna altra ipotesi o almeno non è mai stata formulata al processo. Ma potrebbe benissimo esistere un’altra spiegazione. Il cadavere di Dale Pike fu trovato verso le 18 del giorno seguente, lunedì. Enrico Forti lasciò Dale nel parcheggio del ristorante Rusty Pelican, verso le 19 della domenica. Non potrebbe Dale Pike avere cenato dopo quell’ora e aver mangiato anche delle arance? In quel caso l’ora della morte si sposterebbe dopo mezzanotte e farebbe cadere inevitabilmente l’alibi di Knott…
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Nell’appartamento di Thomas Knott, la polizia trovò numerosi documenti finanziari appartenenti ad Anthony Pike, inclusi estratti conto e ricevute delle carte di credito, un suo libretto di assegni e documenti riguardanti l’albergo di Pike.
Il fotografo professionista Steven Billhardt fu ingaggiato nel gennaio 1998 da Thomas Knott per fargli delle fotografie per un passaporto, con e senza travestimento. Knott richiese una falsa fattura di 15.000 dollari e non pagò mai il conto pattuito di 2.800 dollari. Su richiesta di Knott, Billhardt gli mandò una e-mail con informazioni riguardanti conti oltremare e passaporti.
Senza autorizzazione, Knott usò anche le carte di credito della sua fidanzata precedente Katherine Evans. In seguito fu ripagata nel gennaio 1998 con un assegno del conto corrente dell’avvocato di Knott, Keith Marshall.
Su esplicita richiesta di Knott e Pike, in seguito
Katherine Evans però mise in guardia Anthony Pike sul pericolo che correva nel dare accesso a Knott alle sue carte di credito. Cosa che fece infuriare Knott che le disse di smettere di interferire perché stava mandando a monte il suo “affare”. Questo fece pentire la ragazza di essersi “impegolata” con Knott ed interruppe la sua relazione con lui.
Nel dicembre 1997, l’avv. Marshall aprì un conto fiduciario per Knott e Pike sul quale trasferire 45.000 dollari dal conto dell’hotel di Pike, con la causale “rinnovo dell’arredamento”. In realtà, dopo un solo giorno Knott diede disposizioni all’avvocato di distribuire i fondi a se stesso, oltre che pagare una sua parcella e saldare alcuni altri suoi debiti. Nel dicembre 1997 e nel gennaio 1998 l’avvocato Marshall emise, per conto di Knott, anche due assegni per Heather Forti, di 5.000 dollari ciascuno a saldo di precedenti prestiti.
In quel periodo fallirono altri tentativi di Knott di incassare assegni sul conto della Lloyd Bank.
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La mancata testimonianza di Thomas Knott al processo ha danneggiato notevolmente la posizione dell’imputato Enrico Forti.
In fin dei conti avrebbe potuto essere stato proprio Knott a pianificare l’eliminazione di Dale Pike per evitare che andasse alla polizia e lo denunciasse per aver derubato il padre Anthony Pike.
Knott era un ladro già condannato in Germania che si era trasferito in Florida e aveva continuato a derubare le persone e a trarre profitti da esse.
La sua precedente fidanzata Katherine Evans lo sapeva. Sua “moglie” per convenienza d’immigrazione, Cavie Velgouht, lo sapeva. Helen Desrossiers lo sapeva. Keith Marshall lo sapeva.
Thomas Knott non fu chiamato dallo Stato perché la sua lunga storia criminale e gli accordi federali sarebbero stati rivelati alla giuria. Aveva già ammesso di aver rubato centinaia di migliaia di dollari a Tony Pike e di possedere armi. Gli sarebbe stato richiesto di parlare della sua conversazione con Dale prima del viaggio a Miami e di ciò che sapeva sulla visita di Dale e Tony. La giuria avrebbe avuto una opportunità di vedere con i propri occhi un bugiardo connivente del suo livello. Questo sarebbe stato devastante per il caso dello Stato.
Quindi il pubblico ministero non avrebbe avuto alcun interesse a chiamare Knott alla sbarra per farlo testimoniare.
Benché Knott fosse disponibile per entrambe le parti, nemmeno l’avvocato della difesa lo chiamò a deporre. Resta inspiegabile questo gravissimo errore e questo comportamento.