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Eccomi

Utente: AgnesePozzi
Nome: Agnese Pozzi
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venerdì, 31 ottobre 2008
la voce di Megaride

Contrada ruggisce ancora

di Marina Salvadore


I nodi vengono al pettine. Dopo sedici anni, durante i quali si è fatto di tutto per tacitare nel sottoscala di Stato la voce di Bruno Contrada, subliminalmente condannato a morte, torturato dalle istituzioni con un più che sospetto “fumus persecutionis” per isolarlo dal mondo, attentando alla sua salute psico-fisica, secondo i canoni delle peggiori sceneggiate della vulgata, altamente offensive per l’intelligenza media degli italiani, qualcuno ha deciso di rileggere determinati capitoli  del “caso Contrada”, troppo frettolosamente scribacchiati – con molti errori di ortografia, grammatica e privi di contenuto – ed archiviati, gettando via la chiave dell’archivio insieme a quella della cella, così come avevano pensato di farla franca taluni autorevoli delle Istituzioni.  Prima o poi - in particolare in questi ultimi due anni che hanno visto lievitare le schiere dei sostenitori di Bruno Contrada riportando in auge la sua drammatica storia – qualche segnale di risveglio delle coscienze sarebbe stato prevedibile quanto opportuno, perché ridicolo continuare secondo il solito copione di una volgare sceneggiata. La vera grande novità è che ORA c’è qualcuno disposto ad ascoltare il prefetto Contrada che, anche se in veste succinta ed umile di detenuto, non ha smarrito punto la sua dignità ma soprattutto la memoria di fatti e circostanze dei quali è stato artefice o testimone nella sua qualità di miglior investigatore d’Italia e d’Europa. Finalmente, anche il generale Bruno Contrada può deporre, parlare, esprimersi come era dato farlo SOLO ai delinquenti incalliti, pendagli da forca  dei “mai “ PENTITI. Bisognerebbe chiedere al colonnello Arcangioli perché dal 1992 in poi e fino al 2006 non abbia ritenuto opportuno chiarire che la borsa l'aveva presa lui o comunque l'ha avuta lui". E' quanto sollecitava Contrada al Gip di Caltanissetta, nel corso del suo interrogatorio reso il 7 aprile scorso davanti al giudice di sorveglianza di Napoli,  in riferimento all’ignobile accusa d’essere stato sul luogo della strage e di aver fatto sparire la misteriosa agenda rossa del povero Paolo Borsellino. Nel maggio scorso la procura di Caltanissetta,  presentava ricorso in Cassazione contro la sentenza di non luogo a procedere "per non aver commesso il fatto"
emessa all'inizio di aprile dal Gup nisseno, nei confronti di Arcangioli che era indagato di furto aggravato perché sospettato di aver preso, lui, il 19 luglio 1992 in via D'Amelio, poco dopo la strage, l'agenda rossa del procuratore aggiunto Paolo Borsellino. Il 5 novembre Bruno Contrada comparirà davanti al Gup di Caltanissetta, Ottavio Sferlazza, che per due volte ha rigettato la richiesta di archiviazione delle indagini da parte della Procura, sulla base dell'esposto presentato da Contrada. Poi, c’è sempre da verificare quello strano caso di “mobbing”, come paventato da Lino Jannuzzi ne “I due poliziotti”, con riferimento alla gelosia professionale tra “sbirri” del Sisde e della DIA. L'allora nascente Direzione Investigativa Antimafia, non avrebbe 'gradito' l'intromissione di Bruno Contrada nelle indagini per le stragi del 1992.  Quando lo scorso 7 aprile, fu sentito dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere Contrada disse che la sera del 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via D'Amelio, venne convocato dall'allora Procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra che gli chiese di collaborare con lui nelle indagini relative alle stragi. L’incontro avvenne in una stanza messa a disposizione dalla procura generale di Palermo. "Io gli feci presente che non ero più nella polizia, non ero più ufficiale di polizia giudiziaria e che quindi non potevo svolgere indagini e che quale funzionario del sisde avrei potuto soltanto dare un mio contributo basato anche sull'esperienza maturata in 25 anni di servizio a Palermo in organismi deputati alla lotta contro la mafia, ma per far ciò avrei dovuto essere autorizzato dal mio direttore, il prefetto Alessandro Voci". Pochi giorni dopo il vice operatore del Sisde, prefetto Fausto Gianni e altri funzionari presero contatti con il procuratore di Caltanissetta. "La cosa non fu molto gradita alla Dia, allora in fase di costituzione, anche perché in seguito agli accordi presi, io costituii un gruppo di lavoro presso il centro Sisde di Palermo costituito da funzionari dell'Alto commissariato di Palermo tra cui il vice questore Carmelo Emanuele e altri come il dottor Paolo Splendore e Carlo Colmone". La prima attività del 'pool' fu un monitoraggio su Francesco Madonia, sui 4 figli e tutto il clan. "Il risultato di tale lavoro venne fatto pervenire alla procura tramite la questura. I Madonia – sottolineava Contrada - sono tutti condannati all'ergastolo". Quando noi del Comitato Bruno Contrada Napoli asserivamo ch’egli fu arrestato una settimana prima di mettere le mani su Provenzano (arrestato, poi, dopo qualche lustro) eravamo coscienti e consapevoli che  - sempre dopo la strage di via D'Amelio - egli costituì anche un gruppo di lavoro per le ricerche e la cattura di Bernardo Provenzano. Del gruppo facevano parte elementi della Criminalpol di Roma e Palermo oltre a funzionari del Sisde. "Mi erano stati confidenzialmente forniti  i numeri di cellulari in uso al nipote di Bernardo Provenzano, Giovanni Gariffo, che comunicava per conto e nell'interesse dello zio latitante da numerosissimi anni. Mentre io facevo ciò, alcuni ufficiali dell'arma dei carabinieri mettevano in giro le voci sulla mia presenza sul luogo delle stragi e sul mio coinvolgimento nelle stragi… mentre negli uffici della Dia di Roma, che era ai primi passi e che ospitava i primi pentiti, qualcuno dei pentiti cominciava ad accusarmi, in primo luogo Gaspare Mutolo che dette ad intendere a chi l'interrogava che io ero responsabile della strage Falcone e Borsellino… Fra il 1975 ed il 1976 i miei uomini, quando ero capo della squadra mobile di Palermo, spararono per tre volte contro Mutolo senza colpirlo". Convalidare le verità di Bruno Contrada contro le calunnie dei delatori e il potere di taluni autorevoli personaggi delle istituzioni, cui necessitava un capro espiatorio, potrebbe servire a far luce su mille altri misteri italiani, su patti scellerati tra lo Stato e la Mafia, su giochi di potere… Finalmente, anche a far luce sulle due Italie compromesse e derelitte nell’abortito colpo di Stato comunista di quel diabolico anno 1992 e rendere giustizia alle tante innocenti vittime. Anche Vincenzo Agostino, padre del poliziotto assassinato Antonino afferma: “Ero a conoscenza di queste dichiarazioni di Contrada, la magistratura di Palermo ne è al corrente. Non posso commentare nulla perchè ci sono indagini in corso e vorrei che, adesso, si vada fino in fondo". Antonino Agostino, aveva 28 anni, fu ucciso il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, nel palermitano, assieme alla moglie Ida Castelluccio, 19 anni, incinta. Bruno Contrada, in un verbale trasmesso al Gip di Caltanissetta, tra le altre cose rivelava che "sull'omicidio dell'agente di polizia Antonino Agostino, assassinato con la moglie nell'agosto 1989 sarebbe opportuno sentire l'ex sottufficiale della Squadra Mobile di Palermo, Guido Paolilli perchè lo stesso sarebbe al corrente di importanti particolari sulla vicenda secondo quanto da lui stesso confidatomi".  "Aspetto fiducioso l'esito delle indagini" dice ancora Vincenzo Agostino. "Mio figlio e l'agente Piazza allora avevano scoperto qualcosa. Ecco perchè li hanno ammazzati tutti e due. Mio figlio aveva scritto nella sua agenda tutti gli appunti ma li hanno fatto sparire". "Adesso, dopo tanti anni, sono fiducioso e aspetto che la magistratura mi dia il risultato. Vogliono ancora tempo per potere indagare". Tempo addietro – come ci informa Apcom - Vincenzo Agostino, noto per aver giurato di non radersi più la barba finché non sarebbero stati scoperti tutti i responsabili del delitto, aveva rivelato che "un giorno Paolilli, che era amico di mio figlio, insistette per venire con noi al cimitero. Incalzato dalle nostre domande sulle indagini, disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli. Io dissi che volevo sapere la verità ad ogni costo. Quei sei fogli, dove c'era la verità, non sono stati trovati. Chi ha preso quei fogli durante la perquisizione a casa dopo l'omicidio? Mi spiega perchè hanno dichiarato che mio figlio è stato una vittima del dovere? Me lo spiega perchè c'erano tante autorità ai suoi funerali?". "Mio figlio - conclude - non era colluso ed è stato dichiarato vittima del dovere. Amava la divisa e la indossava con onore".
Bruno Contrada deporrà il prossimo 17 novembre al processo contro Totò Riina
Nel frattempo, speriamo che il microcosmo dell’”antimafia” – quello cui la finanziaria di Tremonti non taglierà i fondi come alla scuola, quello che non vedrà mai i tornelli di Brunetta alle esternazioni in libera uscita -  che trova la sua ragion d’essere – con tutti i benefici del caso – nell’estenuante giustizialismo contro il capro espiatorio Bruno Contrada, non si indispettisca oltremodo, preferendo lo stagnare di comode menzogne alla Verità che tanti, troppi italiani non illustri, non abbienti vogliono vedere coniugata alla Giustizia Giusta!

 

Postato da: AgnesePozzi a 03:38 | link | commenti
la voce di megaride

martedì, 07 ottobre 2008
Forum dei Gruppi Liberali Roma 3 ottobre 2008

Contrada+in+carcere+2

Al FORUM  dei gruppi liberali del PDL Roma il 3 Ottobre 2008, il portavoce del COMITATO BRUNO CONTRADA, ha relazionato su uno dei casi più eclatanti che hanno occupato le cronache giudiziarie degli ultimi 20 anni leggendo il seguente documento:

BRUNO CONTRADA nato a Napoli il 2 settembre 1931, uomo dello Stato che lo Stato ha servito in tutta la sua vita.

-        Ufficiale dei Bersaglieri a vent’anni.

-        Funzionario di Polizia nei cui ranghi ha percorso la carriera dal grado iniziale di vice commissario a quello finale di Dirigente generale.

-        Negli ultimi dieci anni di servizio, dal 1982 al 1992, funzionario del Servizio Informazioni per la Sicurezza Democratica (S.I.S.D.E.), raggiungendo nell’organismo il grado di v.capo reparto.

 

Nella sua lunga carriera ha ricoperto in Sicilia e a Roma impegnativi, prestigiosi ed elevati incarichi:

-        14 anni alla Squadra Mobile di Palermo, dal 1962 al 1976, quale dirigente delle sezioni “volante”, “catturandi”, “investigativa”, “antimafia” e, infine – negli ultimi 4 anni – dirigente della Squadra Mobile.

-        Poi, sei anni, dal 1976 al 1982, capo del Centro Criminalpol per la Sicilia Occidentale.

-        Successivamente, dal 1982 al 1986, Capo di Gabinetto dell’Alto Commissariato per la lotta alla mafia e contemporaneamente coordinatore dei Centri S.I.S.D.E. della Sicilia.

-        Infine, dal 1986 al 1992, a Roma, alla Direzione del SISDE, con alti incarichi nei settori operativi.

Nell’espletamento degli uffici ricoperti ha compiuto infinite e rilevanti operazioni di polizia, specie nel campo della lotta alla mafia.

Ha conseguito innumerevoli riconoscimenti dai vertici dell’Amministrazione per i risultati conseguiti: circa 60 dalla Polizia e quasi 100 dal SISDE.

Si è occupato, con totale dedizione, abnegazione, spirito di sacrificio, elevata professionalità, gravi pericoli di vita, dei crimini più eclatanti, cruenti e terribili perpetrati dalla organizzazione criminale mafiosa siciliana.

Ha riscosso sempre il plauso, l’elogio, l’apprezzamento, la fiducia incondizionata dei vertici degli organismi di polizia e di sicurezza nell’ambito dei quali aveva operato, nonché l’ammirazione dei colleghi e dei subordinati.

Ha perseguito per oltre trenta anni, in situazioni difficilissime, tutte le più sanguinarie e agguerrite “famiglie” di mafia di Palermo e provincia, responsabili di innumerevoli, orrendi delitti.

Con rigore e inflessibilità ha lottato contro la mafia e i mafiosi, affrontando pericoli di ogni genere.

Ciò si evince in modo certo e inequivocabile dai suoi fascicoli personali del Ministero dell’Interno, della Questura di Palermo, del S.I.S.D.E., dell’Alto Commissariato.

Alla fine del 1992, mentre era nel pieno della sua attività professionale e al culmine della carriera, nel momento in cui si aprivano per lui prospettive di più prestigiosi ed elevati incarichi negli apparati istituzionali, venne arrestato (alla vigilia di Natale del 1992) su richiesta della Procura della Repubblica di Palermo con motivazioni basate su accuse manifestamente calunniose di un nugolo di criminali mafiosi pentiti. A questi, poi, si aggiungevano altri “pendagli da forca” che barattarono la libertà, l’impunità, il danaro con altre calunnie.

Tutti delinquenti della peggiore risma, mossi anche dall’odio verso il poliziotto che li aveva perseguiti con denunzie e arresti o che aveva perseguito i loro parenti. E affiliati alle rispettive “cosche” mafiose.

Calunnie infondate e assurde, senza alcun riscontro, senza alcuna prova. Molte di siffatte accuse sono cadute miseramente nel corso dei successivi processi per la incontrovertibile assurdità e talvolta assoluta “ridicolaggine”. Ma la cosa più grave e inconcepibile non è che dei criminali responsabili dei più efferati delitti si siano determinati a vomitare con pedissequo adeguamento e certi della impunità accuse del tutto assurde contro il poliziotto Contrada, loro acerrimo nemico, ma che ci siano stati dei magistrati che tali accuse hanno poi posto a fondamento del processo e successiva condanna.

Non certo tutti hanno però avuto siffatto comportamento. Infatti, c’è stata una Corte di Appello, quella presieduta dal dott. Agnello (la II Sez. della Corte di Appello di Palermo) che ha ribaltato la sentenza di condanna del Tribunale, assolvendo con la formula più ampia (perché il fatto non sussiste) il dott. Contrada. Sentenza assolutoria del 4.5.2001. Ma poi la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza e si è quindi celebrato un altro processo di appello che sulla base dello stesso inconsistente materiale probatorio ha condannato il funzionario.

Ma nel nostro ordinamento giuridico non esiste il principio che la condanna deve essere irrogata soltanto quando la colpevolezza risulta “al di là di ogni ragionevole dubbio”?

E quale dubbio è più ragionevole del fatto che la stessa Corte di Appello – quella di Palermo - prima sentenzia: “quell’uomo è innocente e deve essere assolto” e dopo sentenzia. “quell’uomo è colpevole e deve essere condannato”?

E’ vero che a giudicare sono stati due collegi diversi ma sempre della stessa Corte di Appello.

Come si spiegano e si giustificano due sentenze così contrastanti?

Come si spiega poi che i criminali pentiti in un processo siano ritenuti credibili ed attendibili e in un altro processo no?

Come si fa poi a provare che siffatti criminali per apparire veritieri abbiano tra loro concordato le accuse onde realizzare la cosiddetta “convergenza molteplice” che, indipendentemente dai riscontri oggettivi, diventano di per se’ prova della colpa?

Quale possibilità ha l’imputato innocente di difendersi, dimostrando che gli accusatori hanno concordato le accuse? Nessuna!

Ecco perché sarebbe necessaria la costituzione di una Commissione parlamentare che indaghi sulla Gestione dei Pentiti.

Non è possibile che la vita e la libertà degli uomini sia affidata alla parola di turpi individui che, non avendo avuto alcuna remora a commettere le più orrende azioni criminali che hanno fatto inorridire il Paese, abbiano poi scrupolo ad accusare falsamente e calunniosamente un innocente!

Il pentito è l’arma più pericolosa che la Giustizia maneggia e tale arma dovrebbe essere utilizzata soltanto da uomini dotati di alta professionalità, rigore morale e profonda coscienza.

Nel processo di Contrada sono stati creduti soltanto i criminali pentiti che, per la maggior parte, hanno riferito fatti e circostanze di cui non avevano cognizione diretta e personale ma che, a loro dire, avevano saputo “de relato” cioè da altri. Altri, nella quasi totalità morti, e pertanto non in grado di confermare o smentire. Perché sono stati creduti solo i malfattori e nessuna rilevanza è stata data alle innumerevoli testimonianze a favore, di integerrimi uomini delle Istituzioni ricoprenti incarichi di alta responsabilità?

Al processo Contrada hanno testimoniato a favore Capi della Polizia, Alti Commissari, Direttori Generali dei Servizi, Prefetti, Questori, Generali ed Alti Ufficiali dei Carabinieri, Generale e Alti Ufficiali della G.d.F., Funzionari di Polizia, della Prefettura e dell’Alto Commissariato, Magistrati, eccetera… Tutti collusi, anche loro, con la mafia, forse?

A loro non è stato dato alcun credito, le loro testimonianze sono state disattese, non sono stati ritenuti credibili, attendibili, veritieri!

E tutto l’operato trentennale contro la mafia che il dott. Contrada ha opposto “e provato” di aver posto in essere  Quale rilevanza ha avuto? Nessuna. E perché il Dott. Contrada avrebbe favorito la mafia? La sentenza di condanna non l’ha detto, non l’ha indicato. Si è limitata a dire che non c’era nessuna necessità di specificarlo. E ciò perché non poteva asserire che l’avesse fatto per denaro o per paura o per condizionamento familiare o ambientale o per qualsiasi altro motivo. Da tutte le risultanze processuali infatti il Dott. Contrada è risultato essere un funzionario onesto, di modeste condizioni economiche, coraggioso ed incurante del pericolo, senza alcun condizionamento personale, familiare o ambientale.

Infine, per concludere.

Per quale reato il Dott. Contrada è stato condannato con la devastazione della sua vita e quella della sua famiglia?

Per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Reato che non esiste nel nostro codice penale. Nel nostro codice esiste il reato di cui all’art. 416 bis, cioè l’associazione per delinquere mafiosa puramente e semplicemente. Associazione di cui fai parte o non fai parte. Anche questo argomento dovrà essere oggetto di approfondito esame in una auspicabile riforma della giustizia che dovrà necessariamente essere attuata se vogliamo che il nostro sia uno Stato di diritto a pieno titolo.  Noi del Comitato Bruno Contrada chiediamo la revisione del Processo e la Piena Riabilitazione di Bruno Contrada!

A tale scopo già da oltre un anno abbiamo predisposto una petizione

"PER LA PIENA RIABILITAZIONE DI BRUNO CONTRADA"
firma la petizione al link
http://www.petitiononline.com/contrada/petition.html 

 

Il blog di riferimento del Comitato è:

http://blog.libero.it/lavocedimegaride/view.php?reset=1 

 

Postato da: AgnesePozzi a 05:21 | link | commenti (1)
forum gruppi liberali

venerdì, 03 ottobre 2008
BRUNO CONTRADA a Palermo

CARISSIMO BRUNO

sono felice per averti dato la possibilità degli arresti domiciliari. Insultata dai tuoi detrattori, non invitata alla conferenza stampa dalla tua difesa, ignorata dai media e mai citata...sai che ti dico

ME NE STRAFOTTO!

La cosa importante è  che dopo 20 richieste in tal senso, rimaste inascoltate, sono l'unico medico che è riuscita a portarti a casa, e l'unica citata nella sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Napoli.

Sono abituata agli espropri.. alle ingiustizie, ai furti del mio operato (sai quello che ho subìto per il mio impegno scientifico  sui fatti di Cogne e non mi ripeto, tanto ciò che è mio e ciò che mi è stato scippato è tutto nero su bianco); ma la cosa non mi sconvolge perchè la mia sicurezza ontologica e professionale è incrollabile.

Così come quella che SEI INNOCENTE! 

A quei mentecatti che giocano a fare "i piccoli antimafiosi mafieggianti crescono" dico che sono vigliacchi nel midollo perchè pur esortati ad informarsi direttamente, a scriverti e a relazionarsi con te,  e a farti tutte le domande che credono per chiarire i loro dubbi, persistono nella loro disinformata e foraggiata follia giustixialista e nella tua demonizzazione. Per loro sei colpevole e basta. Per loro sei un criminale, un traditore, un assassino  e sono felici e contenti. Beata imbecillità di piccole menti plagiate da loschi figuri con una profonda disonestà intellettuale e pochezza umana.

Per me  sei stato e resti un grand'uomo, memoria storica della lotta  VERA alla mafia, uomo integerrimo, esemplare, orgoglioso e traboccante di quella stessa dignità ed autorevolezza che ti ha fatto odiare da certi  omminielli  piuttosto mediocri, incapaci e invidiosi nel tuo ambiente di lavoro. Chi ti ha conosciuto ed ha lavorato al tuo fianco conosce bene il tuo valore. Io ho avuto la fortuna di capirlo.

P8260020

Autoscatto  del 25 Agosto 2008 prima di andare in Ospedale, per sottoporsi all'ennesima indagine strumentale. Il volto è "gonfiato" dall'ingestione forzata di 4 litri di acqua, necessaria per l'esame; esame poi rimandato per il rischio di complicanze emorragiche. E quei bastardi osano dubitare delle tue malattie. Non si augura il male a nessuno, ma certa gente meriterebbe di patire tutte ma proprio tutte le tue sofferenze, tanto del corpo che dell'anima. Forse sarebbero più umani, forse rinsavirebbero...chissà.

Bruno, ti sarò sempre vicino e ti sosterrò nella battaglia per la revisione del processo, molto più importante del contentino dei domiciliari, sebbene questo fosse un tuo diritto sacrosanto che avrebbero dovuto garantirti da molto tempo.

Adorato Bruno,  curati, perchè la vera battaglia comincia adesso!

Ti  ri-bacio le mani di  padre della Patria, non certo di  "padrino".

La tua  dottoressa "collusa" ti ama

Postato da: AgnesePozzi a 02:54 | link | commenti (3)

mercoledì, 01 ottobre 2008
RADIO RADICALE

ESPERIMENTO

DI DEMOCRAZIA DIRETTA

http://barcamp.org/demcamp

Il diritto alla salute non è garantito nel servizio pubblico per tanti motivi. Uno di questi concerne l'accesso ai servizi mediante prenotazioni e liste di attesa (che a volte potremmo anche definire anticamere...della morte). Non è pensabile nè accettabile infatti che un cittadino debba aspettare mesi e addirittura anni, per sottoporsi ad indagini diagnostiche e visite di controllo.

Questo scandalo è autorizzato! C'è la possibilità infatti  di svolgere nelle strutture pubbliche anche attività privata (ufficialmente e istituzionalmente definita attività intra murale o intra-moenia), che drammaticamente  permette di bypassare la lista d'attesa, ma mediante il pagamento diretto della visita/prestazione, al professionista che l'effettua, con una percentuale relativa di introito per l'ente.

In questo modo, mentre le liste d'attesa si allungano all'inverosimile, passando alla visita privata la prestazione viene erogata in tempi rapidissimi. Mi chiedo: è normale tutto ciò? E' normale che chi ha la possibilità di pagare (magari bypassando clandestinamente anche la struttura pubblica e favore di una privata in cui gli stessi professionisti operano a nero) venga soddisfatto in tempi brevi, mentre un povero pinco pallino debba morire nell'attesa di ottenere ciò che gli spetta per diritto?

Non è possibile servire due padroni: il proprio interesse privato al guadagno e l'interesse pubblico nell'erogazione delle prestazioni e dei servizi necessari! Inoltre il professionista ci guadagna due volte perchè comunque di suo non mette niente: per l'attività privata continua infatti ad usare strumenti e strutture pubbliche, ed evita anche di pagare alcunchè per  l'affitto di uno studio, ici, luce, telefono, spazzatura, commercialista, ecc, mantenendo integro il suo stipendio. Ma come si può controllare se lo stipendio (efficienza del sistema e sel servizio) è meritato o debba essere decurtato dal momento che  l'attività privata rallenta ed impedisce quella pubblica?  Il ritorno all'ente è minimo ma il disagio per i cittadini è massimo. Chi ci guadagna? Solo il professionista perchè sia l'ente che i cittadini ci rimettono per un verso e per l'altro.

Occorre considerare che alcuni professionisti vanno anche a prestare opera in strutture private o regolarmente hanno un loro studio privato funzionante  e tutto si svolge completamente al nero, esentasse. Tutti sanno ma tacciono.

I cittadini tacciono perchè sono ricattati dal bisogno e spesso, si fanno seguire privatamente per poi avere interventi nella struttura pubblica.

Che fare? IMPEDIRE DECISAMENTE  questo iter vergognoso

1) i medici/tecnici che lavorano nel servizio pubblico DEVONO SCEGLIERE UNA VOLTA PER TUTTE  di dedicarsi completamente ed esclusivamente all'attività nella struttura pubblica. Le segnalazioni di cittadini in merito ad attività privata presso un proprio studio o clinica/struttura privata, dovrebbe poter comportare il licenziamento in tronco senza remissione di peccato  per il professionista smascherato;

Personalmente licenzierei anche quegli addetti alle prenotazioni che, dietro direttive specifiche, indirizzano...consigliano ai cittadini come "ovviare" alle liste d'attesa...passando per la via privata.

2) oppure, l'attività intramurale può essere svolta una volta sola alla settimana  (la domenica, se proprio non possono farne a meno), o non prima che un tot percentuale di prenotazioni siano state soddisfatte nell'arco della settimana.

3) oppure, non si può svolgere attività intramurale privata se prima non si soddisfa tutta la domanda pubblica e solo nel tempo "libero".

Se in democrazia è possibile avallare procedure antidemocratiche, che democrazia è? Il cittadino non può scegliere: o aspetta anni e anni (e si aggrava o nel frattempo..crepa..), oppure paga  (se e quando se lo può permettere..) e passa davanti a tutti.

Uno schifo a cui bisogna porre fine.

Dr.ssa Agnesina Pozzi

 

Postato da: AgnesePozzi a 07:01 | link | commenti
radio radicale barcamp