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Eccomi

Utente: AgnesePozzi
Nome: Agnese Pozzi
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martedì, 16 settembre 2008
BLACK OUT COGNITIVO

BLACK OUT COGNITIVO....

"Cari Colleghi,
veramente commosso, Vi ringrazio tutti per questa manifestazione di solidarietà.
In particolare ringrazio la dottoressa Pozzi per la sua onestà intellettuale al di là di beghe più o meno importanti che hanno caratterizzato i nostri rapporti.
Il tuo carettere, "sanguigno",Agnesina, di medico in prima linea per difendere la salute della gente, ti fa spesso (e io ne so qualcosa) andare sopra le righe.... ecc

(scritto dal Neurochirurgo su Medicitalia il 25 maggio 2008; in risposta alla mia solidarietà nei suoi confronti, contro gli insulti a lui rivolti da Viglino)..."   

INTERVISTA DI LORENZETTO AL NEUROCHIRURGO

SU "IL GIORNALE"  7 settembre 2008 con mie chiose in rosso scuro

«Da medico io dico che Annamaria Franzoni non è un’assassina. Non ha ucciso Samuele. Però provi per un attimo a mettersi nei panni di una madre che s’è sempre proclamata innocente e risponda a questa domanda: condannato senza prove per aver ammazzato un figlioletto di 3 anni e rinchiuso in galera, lei si batterebbe per ottenere un nuovo processo, col rischio di beccare l’ergastolo, oppure si rassegnerebbe a scontare 16 anni teorici, già scesi a 13 per effetto dell’indulto e ulteriormente riducibili a 6 o 7 con la buona condotta e gli altri sconti di pena?».
Il dottor Giovanni Migliaccio, 60 anni compiuti pochi giorni fa, dirigente dell’unità operativa di neurochirurgia all’ospedale Fatebenefratelli di Milano, lascia che le parole svaniscano fra le volute di fumo della quarta sigaretta. Non si aspetta risposta. Sa già qual è la risposta che chiunque sia provvisto di sano realismo darebbe a questa domanda.
È stato lui a ispirare il libro Cogne. Un enigma svelato di Maria Grazia Torri, la giornalista-scrittrice sopraffatta dal cancro dopo una solitaria battaglia a favore della Franzoni, ed è quindi a lui che bisogna tornare per capire il pasticciaccio brutto di Cogne. Ogni anno esegue personalmente dai 200 ai 250 interventi al cranio e alla colonna vertebrale. Dopo aver letto il referto dell’esame necroscopico compiuto dal professor Francesco Viglino e gli atti dei tre processi che hanno condannato Annamaria Franzoni, il dottor Migliaccio s’è persuaso che il piccolo Samuele sia morto per cause naturali. «Purtroppo anche nell’ultima sentenza della Cassazione leggo soltanto che “la possibilità dell’azione di un estraneo è stata esclusa al di là di ogni ragionevole dubbio”. I giudici perseverano nell’errore di fondo: quello che si dovesse comunque ricercare un colpevole. Mentre in questo caso il colpevole non c’era. L’ipotesi della morte naturale non è stata neppure considerata. Nessuno - investigatore, perito medico o magistrato che fosse - s’è preso la briga di vagliarla».
Il neurochirurgo va ripetendo da anni queste cose, ma l’unica che ha sposato la sua tesi è stata la Torri. «Abitava a 500 metri da qui, per mesi ha frequentato casa mia. Le ho messo a disposizione documenti clinici, carte processuali, tutto ciò che sapevo. Se ne è servita con qualche imprecisione.

NOTA: Maria Grazia purtroppo è morta e non può controbattere...ma io sono testimone che i documenti "clinici" altro non erano che le osservazioni del neurochirurgo pubblicate su Medforum. Gli atti processuali che utilizzammo insieme a Grazia per il libro (sul quale il neurochirurgo non ha apposto nemmeno una virgola) altro non era che l'Atto d'accusa pubblicato da Panorama. La telefonata al 118 era già diponibile in internet. Le varie sentenze erano pubbliche e non certo in possesso del neurochirurgo in via esclusiva. Al neurochirurgo va solo il merito di aver messo a disposizione su medforum (su mia richiesta specifica) l'esame autoptico fatto da Viglino, per dare modo ai medici del forum di formulare opinioni ed ipotesi dopo lo studio dello stesso e non solo in base alle affermazioni del neurochirurgo. Maria Grazia fu letteralmente assillata dallo stesso, affinchè s'interessasse da giornalista alla sua tesi. Il primo libro (rifiutato da almeno 100 editori consultati da Maria Grazia) conteneva molte interviste col neurochirurgo, ma nella stesura definitiva l'editore cambiò tutta l'impostazione e il libro fu RISCRITTO, con la MIA diretta collaborazione, dato che Grazia aveva ripreso a star male proprio per "colpa" delle angherie di neurochirurgo ed editore. In questa stesura definitiva, ciò che appartiene al neurochirurgo è SOLO una sua intervista  e le sue osservazioni cliniche, peraltro già da lui pubblicate in giro in internet.

Ma scrivere non è il mio mestiere, né la medicina era il suo. Io speravo solo che un libro smuovesse le acque, ero convinto che qualcuno si sarebbe deciso a valutare la possibilità di un madornale errore giudiziario. Stiamo parlando di una presunta innocente, la quale, dopo aver perso il suo bimbo in quel modo terribile, viene strappata agli affetti che le rimangono, al marito Stefano, ai figli Davide e Gioele, e incarcerata. E invece niente, non è successo niente».
La famiglia Lorenzi è stata la prima a non cavalcare la sua tesi. Un po’ strano, non trova?

NOTA: Col suocero di Anna Maria ebbi anch'io una corrispondenza chiedendogli come mai non avevano abbracciato la tesi del neurochirurgo e mi scrisse che, avendolo convocato ed interrogato, lui non era stato in grado di spiegare alcuni  dati clinici e per questo abbandonarono quella strada, essendo lacunosa.

«Qualche giorno fa ho parlato col padre di Stefano Lorenzi, marito di Annamaria, e mi sono convinto che la famiglia, già scottata da indagini lacunose e sentenze ingiuste, abbia scelto sia pure a malincuore il male minore per evitare alla condannata una pena ancora più pesante».

NOTA: Il neurochirurgo non ci riferisce però i dati del colloquio con Lorenzi, nello specifico..

La testa che «esplode» era una teoria difficile da sostenere in giudizio.«Mettiamo subito in chiaro una cosa: non è esplosa nessuna testa. Questa semplificazione verbale nasce dalle parole concitate che la Franzoni pronunciò la mattina del 30 gennaio 2002, quando telefonò alla dottoressa Ada Satragni, suo medico curante e vicina di casa, urlandole che Samuele perdeva sangue dalla bocca e che gli era “scoppiato il cervello”. Diciamo che con intuito materno s’era avvicinata alla verità».
E qual è la verità?
«Primo: nel cervello del bimbo si rompe un aneurisma, cioè l’anomala dilatazione congenita di un’arteria. Secondo: si produce un versamento ematico; il sangue finisce negli spazi subaracnoidei, cioè fra le pieghe dell’encefalo, e nei ventricoli cerebrali, che sono le cavità naturali in cui è contenuto il liquor cerebrospinale. Terzo: l’aumento della pressione endocranica, provocato dal versamento ematico, scatena una crisi epilettica. Quarto: il cervello in sofferenza si gonfia rapidamente. Quinto: poiché la scatola cranica non è espansibile, l’aumento di volume dell’encefalo crea inevitabilmente una compressione del tronco cerebrale, ciò che irrita il centro del vomito. Sesto: la crisi epilettica dà luogo a contrazioni violente del capo e degli arti; la testa e le braccia subiscono brusche flessioni in avanti, all’indietro e di lato, vanno a sbattere contro la spalliera del letto e contro il comodino, il che spiega le fratture del cranio e le contusioni al secondo e terzo dito della mano sinistra».

NOTA: Se il piccolo avesse "sbattuto" la testa violentemente contro spalliera e comodino in seguito alla crisi epilettica, ci sarebbero stati ematomi, perlomeno ecchimosi sul cuoio capelluto e ciò invece non è stato. Il primo evento fratturativo riguarda invece la frattura (posterolaterale) ACCIDENTALE DELL'OCCIPITE, frattura  "a mappamondo" le cui onde d'urto hanno dato ripercussioni fratturative anteriormente. I rilievi sulla dinamica fratturativa LI HO FATTI INVECE IO, rendendo del tutto inutile l'ipotesi di un aneurisma. Ciò lo ha fatto imbestialire e spinto, dopo avermi inizialmente lodato sperticatamente, ad insultarmi, calunniarmi, delegittimare le mie osservazioni. Inoltre le cause di emorragia subaracnoidea non riguardano solo la rottura di un aneurisma (..che avrebbe dato segni di sè prima di rompersi, e che comunque è evento oltremodo raro  a quell'età..)

Com’è arrivato a queste conclusioni?
«Leggendo la perizia necroscopica e guardando le foto dell’autopsia che mi sono state messe a disposizione dal suocero della Franzoni. Il professor Viglino descrive come “fortemente appiattite” le circonvoluzioni dell’encefalo, parla di “solchi ripieni di materiale ematico per la diffusa emorragia subaracnoidea” e accerta l’inondamento dei ventricoli cerebrali. Tutte situazioni tipiche del sanguinamento da aneurisma».

Lo stesso quadro può prodursi anche in altre corcostanze. Il cervello reagisce conseguentemente ma anche indipendentemente dal trauma e un piccolo trauma può innescare effetti terribili, così come grandi traumi cranici fratturativi possono lasciare del tutto indenne la coscienza.

Può citarmi casi simili riportati nella letteratura scientifica?
«Casi così paradigmatici non ne conosco. Però questo non significa nulla. È possibile che non siano stati esaminati a fondo oppure che li abbiano archiviati erroneamente sotto altre cause. Esempio: un muratore precipita dall’impalcatura dell’ottavo piano e muore; gli inquirenti si concentrano sulla mancanza delle misure di sicurezza, nessuno va a controllare se il poveretto ha perso l’equilibrio per la rottura di un aneurisma cerebrale».

NOTA: Ho scritto ad oltre 350 neurochirurghi americani per conoscere la loro esperienza su casi simili: zero assoluto. In letteratura non sono noti casi simili e gli aneurismi nella prima infanzia  sono praticamente inesistenti.

Perché s’è preso la briga di contattare i Lorenzi?
«Lo chiami impulso civico, lo chiami coinvolgimento professionale ed emotivo, lo chiami come vuole. Una sera, vedendo per caso Porta a Porta, ho sentito un giudice che parlava dei 17 colpi con cui era stato massacrato Samuele e si portava la mano alla fronte per dare più forza al racconto. Ho subito pensato: e chi li ha contati 17 colpi sul cranio di un bimbo di 3 anni? Sul torace, sulla schiena si possono contare i colpi. Ma su un ovoide no. Faccia lei stesso la prova: picchi più volte con un cucchiaino su un uovo sodo e poi conti quanti colpi ha dato. Impossibile stabilirlo».

NOTA:Questa sua intuizione  fu l'inizio della discussione su dati clinici. Un merito che nessuno gli ha mai tolto ed io nello specifico non solo gliel'ho sempre riconosciuto ma l'ho anche  e più volte ringraziato pubblicamente per aver dato ai colleghi questa opportunità di discussione e confronto...

Idem su una testa fracassata.
«La gente immagina che il bimbo avesse la testa ridotta in poltiglia. Sbagliato. Solo due ferite, le più ampie, erano lunghe 5 centimetri. Le altre misuravano da circa un centimetro a 5-6 millimetri, la più piccola 2-3 millimetri di larghezza e 2 di profondità. Lesioni quasi puntiformi, insomma. L’assassino avrebbe dovuto usare due diversi oggetti contundenti, tipo un martello e un punteruolo.

NOTA: E non solo! Le lesioni sono talmente polimorfe da richiedere almeno 8 differenti armi contundenti..

Addirittura una frattura a mappamondo nella regione parieto-occipitale, senza lesione della cute e quindi compatibile con un violento colpo contro la testiera del letto

 (frattura CITATA da me, perchè da ME messa in evidenza pubblicamente su MEdforum e altre sedi in internet, oltre che nel rapporto consegnato al Comando regione Carabinieri di BAsilicata nel Novembre 2006..)

durante la crisi epilettica, fu scoperta all’obitorio solo dopo la rasatura del cuoio capelluto. Appare un po’ assurdo che la madre sia riuscita a percuotere una zona vicino alla nuca se la testa era adagiata sul cuscino, le pare?».Com’è possibile che il sangue sia schizzato sino al soffitto da ferite di appena 2 millimetri?
«Sto ancora aspettando che qualcuno me lo spieghi. Dal mio punto di vista è dipeso dal vomito a getto, che può arrivare fino a 6 metri di distanza. Il sangue essiccato imbrattava il volto di Samuele, lo attesta la perizia autoptica. Quindi presumo che un potente getto di vomito abbia proiettato sul soffitto parte di quel sangue che colava dalla fronte fino a bagnare la bocca. Invece la Cassazione attribuisce le macchie “al brandeggio dell’arma, munita di manico di una certa lunghezza”. Perbacco, avrebbe dovuto essere un pennello intinto in una bacinella! Ma un pennello non sfonda la teca cranica. Qui non siamo nel Macbeth, non c’è alcun effetto pozzanghera che possa spiegare quegli schizzi. Solo il vomito a getto può spiegarli».

NOTA: Inoltre, non sono state ricercate negli schizzi di "sangue", nè materiale gastrico, nè cellule ossee. Si è solo accertato che quello era il sangue di Samuele.


Come fa a esserne così sicuro?
«È lo stesso professor Viglino nella sua perizia a dichiararlo: “È ben difficile che stante la loro dislocazione si siano potuti produrre spruzzi con proiezione di sangue a distanza se non di qualche centimetro a seguito della lesione arteriosa”. Più chiaro di così! E poi qualcuno mi deve anche spiegare come sia stato possibile che la madre, in preda alla furia omicida derivante da uno stato psichico alterato, abbia inferto i colpi solo alla testa. Qualche fendente su altre parti del corpo le sarebbe dovuto scappare per sbaglio. Hanno sostenuto che le lesioni alle dita di Samuele si sono prodotte mentre il bimbo cercava di difendersi portando la mano sinistra al volto. Ma, dico io, avete mai visto qualcuno ripararsi istintivamente da una gragnuola di mazzate con una mano sola anziché con due?».
Il pigiama indossato dalla madre era insanguinato.
«È francamente arduo pensare che la Franzoni lo abbia lasciato sul letto dopo aver ucciso. Fa sparire l’arma del delitto ma non il pigiama che la inchioda? Andiamo! E poi, quand’anche lo avesse indossato, nel toglierselo le forme delle macchie di sangue si sarebbero modificate. Ancora: possibile che neppure una goccia di quel sangue arrivato fino al soffitto l’abbia raggiunta al volto? Oppure ha avuto il tempo di farsi la doccia e asciugarsi i capelli perfettamente in pochi minuti? L’infallibile luminol usato dai Ris non funziona sul cuoio capelluto, sul viso, sui lavandini, nella doccia? Ma v’è un’altra lacuna sconcertante nella perizia necroscopica».

NOTA: com'è inoltre possibile, ammesso che l'assassino indossasse il pigiama, che alcune macchie  anteriori abbiano fatto uno stampo esatto posteriormente? Hanno forse "attraversato" l'assassino?

Quale?
«Poiché fu ventilata l’ipotesi che il delitto fosse stato compiuto da un maniaco, mi sarei atteso che il professor Viglino ispezionasse anche la regione genitale e perianale per escludere la violenza sessuale.

NOTA: questo rilievo è stato fatto dal Dr. Sauro di Badia di Calavena (Verona) proprio su Medforum. Altri medici  e utenti ne sono testimoni. Il neurochirurgo questa cosa non l'ha mai detta!

Con mia grande sorpresa ho invece constatato che la sezione cadaverica è stata eseguita soltanto sugli organi del collo, del tronco e dell’addome. Hanno controllato il cuore, i polmoni, lo stomaco, i visceri, ma non il resto. Basterebbe già questo a invalidare l’esame medico-legale».
Ha provato a confrontarsi con Viglino?

NOTA: Viglino è stato irreperibile anche per Maria Grazia e me, provammo a cercarlo sul sito dell'università, a postare una mail ma mai rispose o forse mai gli arrivò.
«Con lui no. Ho scritto al professor Carlo Torre, perito di parte della famiglia Lorenzi. Mi ha risposto con una mail laconica che diceva pressappoco: “Ho ricevuto le tue considerazioni però il bambino non è morto per cause naturali”».
A quel punto la sua battaglia era già persa in partenza. Perché combatterla, allora?
«Ho ritenuto mio dovere instillare il dubbio. Andai a Monteacuto Vallese a parlare per tre ore col marito e col suocero di Annamaria. Erano scettici anche loro. Li scongiurai di raccomandare agli avvocati di sollevare le mie obiezioni. Non lo fecero. Dopo la sentenza gli ho scritto che un po’ se l’erano voluta. Mi ha risposto Stefano Lorenzi, dicendo che la mia tesi era “impercorribile”. Non sbagliata, non cervellotica. La strada c’era, ma non hanno voluto percorrerla. Posso capirli.

NOTA: vedi le motivazioni di cui sopra. Il sig.Lorenzi, scrisse a Maria Grazia (mail da lei pubblicata sul suo blog) che riteneva MOLTO INTERESSANTI I MIEI RILIEVI... e in un tempo successivo, dopo la sentenza, mi scrisse che la difesa li aveva prodotti ma che non erano stati affatto considerati.

Si saranno convinti che mai e poi mai la magistratura avrebbe riconosciuto l’errore giudiziario. Sarebbe stata una sconfitta storica. Eppure io penso che il dubbio albergasse anche nei giudici».Che cosa glielo fa credere?
«In primo grado il pubblico ministero chiede e ottiene 30 anni di reclusione per omicidio volontario. In appello l’imputata è condannata a 16. Che riduzione di pena! Ma il Pm non presenta ricorso, gli sta bene così: si vede che nemmeno lui era convinto fino in fondo della colpevolezza. Dopodiché si lascia che la Franzoni viva a casa propria sino al verdetto definitivo della Cassazione e alla conseguente carcerazione. Mi domando: la legge non prevede l’arresto per evitare la reiterazione del reato? E allora perché hanno lasciato libera una pazza che avrebbe potuto ammazzare anche gli altri due figli? Ricordo che nel 2002 psichiatri alla Crepet e criminologi alla Bruno dicevano che, tempo un mese, sarebbe crollata, avrebbe confessato. Invece questa donna nel 2003 ha fatto un altro figlio, ha accudito il primogenito e il fratellino per sei anni, senza mai dare un segno di cedimento o di squilibrio psichico, psicologico o comportamentale, nonostante la tragedia vissuta. Possibile che un’assassina mantenga una tale lucidità dopo aver massacrato un figlio?».
Perché nessun medico ha solidarizzato con lei?
«Non è così. Ho avuto molte attestazioni private di solidarietà. Per esempio il professor Luigi Bruni, docente nella clinica dermosifilopatica dell’Università di Pavia, mi ha scritto: “Concordo pienamente con l’idea che la rottura di un aneurisma fu determinante nel produrre la diffusione a distanza di sangue e di materia cerebrale. Lesioni provocate dall’esterno per il trauma inferto da corpi contundenti di qualsiasi tipo non possono assolutamente portare a una simile diffusione di frammenti”».
Mi sfugge quale possa essere la competenza neurochirurgica di un medico, Bruni, che si occupa di malattie sessualmente trasmissibili.

NOTA: Maria Grazia Torri, fu letteralmente cacciata via dal Congresso di neurochirurghi a Sorrento nel 2006, non appena citò il neurochirurgo e l'aneurisma.. Il neurochirurgo, omette di citare me, UNICA a sostenerlo a spada tratta su medforum, e ad aver messo in atto una campagna stampa in rete, tanto da farlo approdare dalla Palombelli su Canale 5. Alla Palombelli che chismò me, fornii i numeri di Maria Grazia e del Neurochirurgo; quest'ultimo, per tutto ringraziamento, non citò nè me nè lei e fece l'ennesimo show solitariosull'aneurisma.
«Ha ragione. Ma, vede, è il luminare che nel 1989 fece scagionare Lanfranco Schillaci, lo stimato docente di matematica residente a Limbiate, nel Milanese, sbattuto in prima pagina come un mostro con l’accusa d’aver violentato la figlia Miriam di due anni. Il medico dimostrò invece che il paracetamolo somministrato alla bimba per una febbre persistente, causata da un tumore che sarebbe stato scoperto di lì a poco, aveva provocato nella zona genito-anale un eritema fisso da medicamento, la cui peculiarità è di assomigliare a un’ecchimosi e di sembrare frutto di una contusione. Di qui l’abbaglio giudiziario e l’accusa infamante contro l’incolpevole genitore. “Come vede, noi medici possiamo fare tanto bene ma anche tanto male”, ha aggiunto il professor Bruni nella sua lettera. “Cerchiamo con le nostre possibilità di fare tanto bene, anche smentendo il parere di colleghi che, forse, hanno peccato di superficialità e di presunzione”. È quello che ho cercato di fare».

NOTA: un'oscura e non nota dottoressa di altrettanto non noto paesino di Basilicata, dopo circa 20 richieste, inesitate, in tal senso, formulate con la consulenza di stranoti luminari, è riuscita a far concedere gli arresti domiciliari a Bruno Contrada. Unico medico citato nella sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, ma...gioco del destino...neppure in questa corcostanza è stata citata  o addirittura invitata alla conferenza stampa. ECCHISSENE FOTTE! Del neurochirurgo e della carta (igienica) stampata. Ciò che è mio mi appartiene ontomogicamente e deotologicamente e io so che è MIO, nessuno potrà mai togliermelo. Il mio cuore è sereno e la notte dormo benissimo!

Caro neurochirurgo, hai lodato la mia onestà intellettuale..grazie, ma io non riesco proprio a vedere la tua. Sorry!
(421. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Postato da: AgnesePozzi a 07:47 | link | commenti
black out cognitivo

sabato, 06 settembre 2008
Tortora, Contrada, Franzoni

Tortora, Contrada, Franzoni…

innocenti in manette e cultura del diritto.

Le prove e gli indizi.

 per gentile concessione dell'Avv.to Dr.Alberto Miatello

 

Qualcuno rimarrà stupito leggendo il titolo di questo intervento, nel quale vengono accostati tre casi giudiziari ben diversi, per epoche, fatti e persone che ne furono protagoniste, e per il loro esito processuale

 

Eppure questi tre casi, e molti altri che per ragioni di tempo sarebbe troppo lungo esporre, hanno un minimo comune denominatore: tutti e tre i casi, per una serie di errori, hanno dato vita a processi lunghi e altamente controversi, nei quali, per varie ragioni, è più che fondato il dubbio (per Enzo Tortora è una certezza, perché alla fine fu assolto in via definitiva) che vi sia stato un colossale errore giudiziario, che ha portato a condannare persone innocenti, e questo errore fosse però evitabile.

 

Quindi il tema che vorrei trattare (e ringrazio la dott.ssa Agnese Pozzi per avermi ospitato) è proprio quello della possibilità di evitare gli errori giudiziari più gravi, in base a regole semplici e radicate (che ormai si vanno perdendo)  di cultura del diritto.

 

Vorrei subito sgombrare il campo da alcuni equivoci: non mi interessa discutere di “riforme” della giustizia, non è questa la sede, né vorrei dare una coloritura politica a questo intervento.

 

Non perché – intendiamoci! – non vi sia necessità di riforme, e di un rinnovamento di tutto il sistema della giustizia, dai magistrati agli avvocati, ai codici, alle strutture, ai criteri di valutazione e disciplinari dei magistrati, che li portino ad essere meno “caste” che difendono lo status quo, e più professionisti moderni ed efficienti al servizio dei cittadini.

 

E nemmeno sono interessato a discutere in termini di schieramenti ideologici, quali ad esempio i “giustizialisti” e gli “innocentisti”, che solitamente troviamo quando l’opinione pubblica si divide per un caso giudiziario clamoroso.

 

Anche qui si cade spesso in un equivoco: non ci dovrebbero essere né giustizialisti, né innocentisti, ma solo persone interessate a una giustizia penale che sappia davvero indagare con scrupolo ed efficienza, e sappia evitare (per quanto umanamente possibile) gli errori giudiziari, e punire con la giusta severità i veri colpevoli di gravi reati, evitando però di incriminare persone innocenti.

Ogni caso è diverso dall’altro e non si dovrebbe generalizzare: una persona può essere ragionevolmente certa della colpevolezza di un imputato in un processo, e altrettanto certa dell’innocenza di un altro imputato in diverso processo, senza venire etichettato come colpevolista o innocentista.

 

Non di rado si pensa che chi fa notare gli errori giudiziari, e il sospetto che un innocente abbia pagato ingiustamente, sia un “buonista”, uno smidollato azzeccagarbugli che non farebbe mai incriminare nessuno, e permetterebbe con mille cavilli ai delinquenti di farla franca.

 

 

Non è così, ma questo pregiudizio è ormai tanto radicato che vale la pena di chiarirlo subito.

 

Qualche mese fa, la giornalista dell’”Espresso” Stefania Rossini, rispondeva a un lettore che faceva presente di avere grossi dubbi sulla colpevolezza di Annamaria Franzoni, sostenendo che, in base al ragionamento del lettore, in carcere ci starebbero solo i rei confessi, quindi solo una piccola minoranza di detenuti.

 

Il ragionamento di Stefania Rossini è talmente diffuso (ed errato) in quanto figlio della dilagante perdita di una vera cultura del diritto, e del prevalere della c.d. “giustizia-spettacolo” mediatica di questi ultimi tempi, quella che esige vicende morbose e sempre nuovi colpevoli da dare in pasto per mesi o addirittura per anni all’opinione pubblica.

 

Non è affatto vero, cara Rossini, che non si possa condannare con certezza anche chi non è reo confesso, evitando però l’abominio di condannare un innocente.

 

Il diritto italiano prevede la possibilità del giudice di condannare – in base al suo libero convincimento - anche in mancanza di prove evidenti (o della confessione del reo), purché sussistano indizi “gravi, precisi, concordanti”.

 

Facciamo un esempio da manuale di indizi gravi, precisi, concordanti, pur in mancanza di prove, perché l’argomento è troppo importante, e va chiarito, dal momento che molti neppure sanno di che si tratta.

 

Lorenzo Bozano e gli indizi “gravi, precisi, concordanti”

 

Chi ha più di 40-50 anni ricorderà certamente il caso Sutter, il brutale omicidio di una ragazzina 13enne, Milena Sutter, a Genova nel 1971, strangolata e poi gettata in mare dopo essere stata rapita per estorsione (il padre era un noto industriale).

Per questo omicidio venne condannato all’ergastolo Lorenzo Bozano, che dapprima fu assolto in 1° grado, poi condannato in appello nel 1975 (condanna confermata in Cassazione).

 

Nel caso di Bozano fu notato che non vi erano prove evidenti di colpevolezza a suo carico.

Ma vi erano però molti indizi davvero gravi, precisi e concordanti, sì che a mio (e non solo mio) modesto avviso i giudici agirono correttamente condannandolo al massimo della pena per quell’omicidio. Vediamoli.

 

Prima del rapimento Bozano aveva parlato con amici della possibilità di rapire un minorenne e di ucciderlo, per poi chiedere il riscatto ai familiari (proprio come avvenne a Milena). Gli furono trovati in tasca di un abito appunti su un piano di sequestro dettagliato e sulle modalità di occultamento del cadavere, proprio in un luogo a breve distanza dal punto della costa in cui trovarono il cadavere di Milena Sutter.  Bozano aveva sul corpo segni di colluttazione e graffi. Fu visto più volte con la sua auto nei pressi della scuola svizzera dove studiava la ragazza, e nei pressi della sua abitazione. Bozano era un sub e la cintura piombata usata per appesantire il cadavere della ragazza era uguale a quella che aveva posseduto e che asseriva di aver venduto (ma non seppe poi spiegare a chi). Inoltre indicò un alibi falso per le ore del sequestro della ragazza, e c’erano tracce di orina (reazione neuro-fisiologica allo strangolamento) sul sedile accanto a quello del conducente della sua auto, ecc., ecc.

 

Tutti questi indizi, valutati globalmente e organicamente nel complessivo quadro probatorio raccolto dagli inquirenti, orientavano in modo chiaro e univoco a ritenere che l’autore del delitto fosse proprio lui: Lorenzo Bozano.

 

Non è quindi vero che non vi siano i mezzi per potere condannare i veri colpevoli di un delitto pur in assenza di prove evidenti.

Ma è possibile farlo SOLO se gli indizi sono davvero concreti e convergenti!

 

Questo è il primo dei capisaldi del diritto che dovrebbe costituire la “religione” di ogni inquirente e magistrato, e dovrebbe venire insegnato (e non lo si fa!) nelle università, nelle scuole di polizia, nelle scuole di preparazione e perfezionamento per magistrati, avvocati, periti, ecc., ecc.: avviare azioni penali SOLO in presenza di vere prove, o veri indizi!

 

 

Aggiungo poi una considerazione.

 

In quest’epoca, con i mezzi tecnologici di cui disponiamo, è vieppiù difficile commettere impunemente un delitto grave, come ad esempio un omicidio.

 

Rispetto al passato è sempre più difficile evitare di lasciare tracce organiche minuscole (capelli, sudore, sangue, ecc.), o riuscire a evitare telecamere cittadine, o evitare di lasciare tracce su computers, telefonini, carte di credito,  ecc.

 

I bravi inquirenti (e ce ne sono!) lo sanno benissimo, e sanno che  indagini tempestive e professionali, portano nella maggioranza dei casi a individuare gli autori di gravi reati.

 

Quindi sono infondate le preoccupazioni di quanti temono che magistrati rigorosi, ma garantisti, finiscano per lasciare impuniti i colpevoli di reati gravi.

 

Va però combattuta un’altra pericolosissima tentazione (purtroppo frequente). Quella che porta –a volte inconsciamente - gli inquirenti a voler perseguire un innocente sospettato senza vere prove o veri indizi, solo per “accontentare” l’opinione pubblica, o i media, o le forze dell’ordine, nell’ansia di dimostrare che comunque “il caso è risolto”, o semplicemente per riluttanza ad ammettere di aver lavorato per nulla indagando a lungo un innocente, o infine per l’orgoglio di non voler ammettere di aver seguito una pista sbagliata.

Prima di tutto perché se in carcere finisce un innocente, il caso non è affatto risolto, anzi, ci sarà un colpevole vero che se la ride e forse continuerà a delinquere, e ci sarà un innocente con la vita distrutta.

Due ingiustizie in un colpo solo!

Mentre se gli inquirenti avessero il coraggio di ammettere di non avere sufficienti indizi contro il sospettato, il rischio più grave, se sbagliassero, sarebbe quello di lasciare libero un solo colpevole, quindi una sola ingiustizia.

Senza considerare il costo economico per la collettività di indagini che seguono ad ogni costo false piste, in termini di tempo e risorse sprecate, processi inutili, ecc.

 

Io posso riferire, a questo proposito, un colloquio di alcuni anni fa con un validissimo magistrato, il dott. Ugo Paolillo, oggi procuratore della repubblica di Rieti.

 

Paolillo mi diede una grande lezione di civiltà giuridica.

Stavamo discutendo di un clamoroso delitto di cui lui ebbe a occuparsi (come giovane sostituto procuratore) a Milano nel 1971, la brutale uccisione a coltellate di una giovane laureata nei bagni dell’università cattolica.

 

Il dott. Paolillo mi disse di avere sospettato diverse persone, che si trovavano sui luoghi del delitto quando era avvenuto.

Ma indizi veri non ne aveva trovati, e alla fine si era rassegnato, dopo aver svolto molte indagini meticolose, ad archiviare il caso come insoluto.

 

Mi disse che quello era in pratica l’unico rimasto insoluto, tra i vari delitti di cui si era occupato a Milano.

 

Ma lui seppe resistere al clamore mediatico (all’epoca molto minore di oggi) – che voleva un colpevole dietro le sbarre – per applicare un grande principio di civiltà giuridica: “in dubio pro reo”, se ci sono dubbi e carenza di indizi, inutile perdere tempo ad accanirsi contro un sospettato.

 

Sempre ricordando che umanamente ogni tanto può anche capitare che un delitto grave, nonostante le indagini accurate, rimanga insoluto.

Purtroppo può accadere.

 

Perché Annamaria Franzoni doveva (e deve) essere assolta.

 

Alla luce del principio sopra ricordato (incriminare solo se ci sono prove, o almeno indizi gravi), è facile capire perché, nonostante in tutti e tre i gradi di giudizio sia stata ritenuta colpevole dell’omicidio del figlio Samuele, Annamaria Franzoni avrebbe dovuto essere non solo assolta, ma addirittura neppure rinviata a giudizio.

 

Anche qui, sgombriamo subito il campo da un altro equivoco.

Non ha senso affermare (come fanno in molti): “Se l’hanno sempre giudicata colpevole, in tutti e 3 i gradi di giudizio, vuol dire che lo era davvero!”

 

Si potrebbero ricordare casi clamorosi di persone che, come Salvatore Gallo negli anni ’50, furono condannate in tutti i gradi di giudizio, fino in Cassazione, per l’assassinio del congiunto (in questo caso il fratello).

 

Nel caso di Salvatore Gallo il clamoroso errore giudiziario fu riconosciuto solo quando il fratello ricomparve vivo e vegeto (e dovettero addirittura cambiare il codice di procedura penale, per concedere al condannato la revisione del processo!).

 

Oppure, più di recente, il caso di Daniele Barillà, quell’imprenditore milanese che passò 7 anni in carcere (condannato a 15 anni di reclusione), dal 1992, con l’accusa di essere uno spacciatore di droga e associato a delinquere, avendo avuto la sfortuna, nel corso di un’indagine,  di avere l’auto dello stesso colore e modello (perfino le prime cifre della targa erano simili!) di quella di un grosso spacciatore, e di essere finito nel bel mezzo di un pedinamento dei carabinieri al posto del vero spacciatore!

Anche lui fu condannato in tutti e tre i gradi di giudizio, e solo dopo anni, ottenuta la revisione del processo, poté dimostrare la sua innocenza (ottenendo anche un maxi risarcimento di 4 milioni di euro, per ora pagato solo per metà dallo Stato italiano).

 

E casi simili accadono, quindi purtroppo è del tutto possibile che un innocente venga condannato in tutti i gradi di giudizio, dal 1° grado alla Cassazione.

 

Ma nel caso di Annamaria Franzoni, qualcuno – e lo ha fatto – potrebbe obiettare: “Va bene, ma quella donna ha avuto i migliori avvocati, ha ottenuto l’attenzione dei media, che possiamo farci se l’hanno sempre condannata?”

 

Il problema è che anche i migliori avvocati possono sbagliare insieme ai magistrati.

 

La dr.ssa Pozzi, che ospita questo mio parere nel suo sito è, come noto, una dei 4 (almeno) medici italiani (insieme ai dottori: Migliaccio, Pasquin e  Sauro) che affermano, sia pure con posizioni diversificate e articolate, ma con dovizia di argomenti tecnici e solida esperienza professionale, che la morte di Samuele Lorenzi non fu dovuta a un’aggressione, ma a cause patologiche e/o accidentali (emorragia cerebrale e crisi epilettica con emissione di vomito ematico).

Nota di Agnesina Pozzi: non ho mai condiviso l'ipotesi di aneurisma  sebbene abbia sempre sostenuto che Viglino avrebbe dovuto considerarla, confermarla o escluderla, insieme alle altre cause di emorragia subaracnoidea. Personalmente ho analizzato la dinamica fratturativa e le contraddizioni della perizia Viglino: completamente inficiata la tesi di "aggressione frontale" in quanto c'era su Samuele  una frattura occipitale "a mappamondo"..che non torna...e forse proprio perchè non torna... ai conti dell'aggressione frontale..Viglino  OMETTE di citarla nelle conclusioni che offre al giudice(per saperne di più leggere i primi post di questo blog). Tale frattura, non solo poteva essersi prodotta per una crisi epilettica post emorragica (come sostiene il Neurochirurgo del Fatebenefratelli) , per una crisi convusiva febbrile, per un capriccio  dellostesso piccolo, ma anche del tutto accidentalmente per il maldestro tentativo del bimbo di scendere  dal letto precipitosamente per  raggiungere mamma e fratellino.

 

Il punto fondamentale è che Annamaria Franzoni non avrebbe neppure dovuto essere rinviata a giudizio, quella morte del figlioletto poteva in breve essere ricondotta nell’alveo delle casistiche mediche della morte naturale, come subito intuito dalla stessa Franzoni e dalla dr.ssa Satragni, che per prima aveva visto il piccolo agonizzante.

 

Già nel corso delle indagini preliminari sarebbe stato possibile accertare che (in sintesi):

 

1)      La perizia necroscopica del dott. Viglino, a Torino, era errata e lacunosa in diversi punti, avendo egli omesso di notare la frattura occipitale sulla parte posteriore del cranio del piccolo (ciò che escludeva l’aggressione frontale con oggetto contundente, ed era invece compatibile con l’urto accidentale del capo del bimbo contro la spalliera del letto, o contro il muro), come rilevato dalla dott.ssa Pozzi.

2)     Le lesioni sul cuoio capelluto del bimbo erano piccole, superficiali e incompatibili con l’aggressione violenta da parte di un adulto, e non vi era traccia alcuna di ecchimosi sulle braccia del piccolo (se fosse stato colpito avrebbe dovuto essere afferrato e tenuto fermo) né in altre parti del corpo.

3)     Un bimbo di 3 anni colpito da un adulto con violenza al capo 17 volte (e anche meno) sarebbe morto nel giro di pochi minuti, e non dopo un paio d’ore in ospedale, come rilevato giustamente dal dr. Migliaccio.

Nota di Agnesina Pozzi: Bruno Vespa, detentore assoluto della trattazione macabra  in RAI del caso Cogne/subito definito da tutti i cialtrogiornalisti (e prima che fossero concluse le indagini) "delitto"/, plastico compreso, ebbe la spudoratezza di citare i 17 colpi...perchè  perfino Viglino, afferma che non è possibile  "contare" il numero preciso di colpi sul cranio di un bambino...

4)      Se Samuele fosse morto per un’aggressione con colpi al capo (di mestolo o sabot), non si sarebbe trovato tutto quel sangue “sparato” su muri e soffitto. Sarebbe stramazzato sul letto privo di sensi dopo i primi colpi, e il sangue sarebbe poi colato lentamente da naso e bocca, come avviene tipicamente negli omicidi per bastonatura e trauma cranico. La presenza di quel sangue scagliato a grande distanza è un chiaro elemento a favore della crisi epilettico-convulsiva seguita all’emorragia cerebrale, e della conseguente espulsione patologica del vomito ematico ipertensivo, e del piccolo frammento d’osso della volta cranica

Nota di Agnesina Pozzi: il materiale gastrico, espulso ad alta velocità, si è inevitabilmente mescolato al sangue che copioso colava sul volto, dando l'impressione che gli spruzzi fossero costituiti di solo sangue: in realtà nessuno  ha mai cercato negli spruzzi sia materiale gastrico, sia ad esempio cellule ossee, se non altro per avvalorare le fallaci ipotesi formulate..

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5)      Non era stata trovata sulla scena dell’evento luttuoso, sul letto, sulla trapunta, sul cuscino, sulle lenzuola, ecc., traccia alcuna di impronta di mano, o dita, di strusciature, pulitura di oggetti insanguinati, ecc., né traccia di capelli, sudore, ecc. Tutto ciò è palesemente in contraddizione con l’ipotetica aggressione da parte di un individuo (madre o estraneo che fosse) squilibrato che - da un lato - avrebbe perso il controllo completo delle facoltà mentali (fino al punto di “rimuovere” poi il delitto: presunto stato “crepuscolare”), e dall’altro sarebbe stato nel contempo così attento, freddo e meticoloso, da evitare di lasciare qualsiasi traccia, anche minuscola, della sua violenta aggressione, e della sua fuga. L’ipotesi è evidentemente inverosimile.

6)      Il fratellino di Samuele, Davide, che pure dormiva con la porta aperta, quella mattina non riferì alcun fatto anomalo (urla, lamenti, rumori, colpi, ecc.) che pure avrebbero dovuto essere uditi se la madre avesse perso improvvisamente la testa uccidendo Samuele, né ricordava comportamenti strani della madre, o un suo stato mentale alterato nel percorso da casa alla fermata del pullmino dello scuolabus.

7)      Non erano state rilevate tracce di lavature di sangue, sugli abiti della Franzoni, sul suo corpo, tra i capelli, nel bagno, sugli asciugamani, (ove vi fossero state davvero, le tracce, anche minime, e anche se ripulite con lavaggi accurati, sarebbero ugualmente state rilevate nei successivi sopralluoghi dei RIS nei locali della casa)

8)      Non è mai stata individuata alcuna arma dell’ipotetico delitto

 

9)      Le perizie sul pigiama della Franzoni e la BPA (Bloodstain Pattern Analysis, la tecnica di analisi delle macchie ematiche e della loro provenienza e direzionalità) effettuate dai RIS sono in contraddizione con la medesima tecnica applicata dal perito della procura di Aosta (dott. Schmitter). I primi affermano che l’aggressore avrebbe indossato sicuramente la casacca del pigiama, il secondo che avrebbe indossato sicuramente i pantaloni. E una terza perizia di quelle macchie (del dott. Carmelo Lavorino) smentisce le prime due, affermando che quel sangue sul pigiama è in quantità troppo modesta per essere compatibile con un’aggressione. Quindi le perizie su quel pigiama (che tanto ha pesato per la condanna della Franzoni!) forniscono in realtà un esito ambiguo e contraddittorio.

 

 

Alla luce di quanto sopra, già nel corso delle indagini preliminari, il magistrato inquirente avrebbe potuto accertare che la morte di Samuele era con elevata probabilità da attribuire a un evento accidentale e/o patologico, ma non certo a un'aggressione.

E preso atto delle varie contraddizioni delle perizie, avrebbe dovuto trarne una sola conclusione: assolvere Annamaria Franzoni perché il fatto (omicidio) non sussisteva, e suo figlio era con ogni probabilità morto per una disgrazia.

 

Ancor più intollerabile, nel “caso Cogne”, il fatto che tanto la dr.ssa Pozzi quanto il dr. Migliaccio abbiano in ripetute occasioni espresso le loro convinzioni di medici esperti, con numerosi esposti alle autorità competenti, ma nessuno si sia degnato di prenderle in considerazione e di rispondere, anche solo per smentirle.

E poco importa che anche gli avvocati della Franzoni fossero convinti si fosse trattato di omicidio (compiuto da un fantomatico estraneo in 8 minuti).

 

Va ricordato infatti che, col nuovo codice di procedura penale del 1989, il pubblico ministero non è solo un rappresentante dell’accusa, ma ha il DOVERE, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., di svolgere “…altresì accertamenti su fatti e circostanze A FAVORE della persona sottoposta a indagini”.

 

Al di là della possibilità di ottenere la revisione del processo ad Annamaria Franzoni in Italia, ritengo che il comportamento delle autorità competenti, che hanno omesso del tutto di svolgere accertamenti su quanto segnalato da medici esperti come la dr.ssa Pozzi e il dr. Migliaccio, legittimi la possibilità di adire la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che potrebbe condannare l’Italia per grave violazione delle regole processuali.

 

Bruno Contrada

 

A favore del dott. Bruno Contrada, alto funzionario di polizia e capo della Criminalpol di Palermo, stretto collaboratore (e amico fraterno) di Boris Giuliano, hanno parlato molte persone di altissimo livello morale e professionale: magistrati integerrimi, alti ufficiali di Polizia e Carabinieri con anni di validissima esperienza professionale, e anche parenti stretti e congiunti di funzionari uccisi dalla mafia (come l’avv. Costa, figlio del giudice ucciso dalla mafia nel 1980, come Maria Falcone, sorella del dott. Giovanni Falcone, come la moglie di Boris Giuliano, ecc., ecc.).

Trentadue encomi solenni a riprova della professionalità di anni e anni spesi rischiando la vita contro la criminalità organizzata e della più totale estraneità di Bruno Contrada ad ambienti mafiosi, e tra  questi encomi spicca proprio quello dell’uomo assurto per tutti a simbolo stesso della lotta alla mafia, il dott. Giovanni Falcone.

 

Eppure tutto ciò non è bastato ai giudici, che hanno condannato Contrada per un reato infamante (in particolare per un funzionario di Polizia), basandosi soprattutto su propalazioni di “pentiti” prive di riscontro o del tutto generiche, o su testimonianze “de relato” (presunte confidenze di persone ormai defunte) vaghe e fragili di presunte “diffidenze” verso Bruno Contrada.

 

Anche qui, sono state sovvertite le regole basilari che dovrebbero presiedere alla valutazione degli indizi da parte dei giudici.

La Corte di Cassazione stessa ha statuito infatti che:

 

“…Secondo i rigorosi criteri legali dettati dall’art. 192 comma 2, cod. proc. pen. gli indizi devono essere, infatti, prima vagliati singolarmente, verificandone la valenza qualitativa individuale il grado di inferenza derivante dalla loro gravità e precisione, per poi essere esaminati in una prospettiva globale unitaria, tendente a porne in luce i collegamenti e la confluenza in un medesimo, univoco e pregnante contesto dimostrativo: sicché ogni “episodio” va dapprima considerato di per sé come oggetto di prova autonomo onde poter poi ricostruire organicamente il tessuto  della “Storia”  racchiusa  nell’imputazione (da ultimo, per un’analoga fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa, v. Cass., Sez. VI, 6.4.2005, P.G. in proc. Maras).

Ma tutto ciò non pare affatto essere stato il criterio seguito nel processo Contrada, dove invece ha prevalso la c.d. “atomizzazione” e “frammentazione” dell’analisi delle fonti di prova, un metodo del tutto illogico e arbitrario nella valutazione di prove e indizi.

In sostanza, se per i giudici il pentito A riferiva un episodio del passato accusando Contrada, e se in seguito un altro pentito B ripeteva e confermava quel racconto, tutto ciò secondo loro era sufficiente per ritenere che l’accusa fosse fondata, se il contesto storico-ambientale in cui i fatti sarebbero avvenuti era verosimile.

 

Ora, è ben evidente quanto questo criterio sia del tutto arbitrario, grossolano e pericoloso, e lasci spazio al rischio di errori clamorosi.

 

Il pentito B potrebbe infatti essersi accordato col pentito A, per inventare un’accusa calunniosa per odio personale, o per ottenere vantaggi.

Ma soprattutto, come stabiliva giustamente la sentenza sopra riportata, ogni dichiarazione deve essere rigorosamente riscontrata, occorre indagare scrupolosamente per stabilire se i fatti e le circostanze riferite dal collaboratore siano veri e plausibili.

 

Per cui è evidente che, quando un pentito riferisce di un incontro riservato con Bruno Contrada in una saletta di un ristorante, e poi si accerta che quella saletta non era mai esistita, che il titolare del ristorante esclude di aver visto Contrada e il pentito nel suo locale, che il pentito in questione era latitante all’epoca del presunto incontro (e quindi non sta né in cielo né in terra che il capo della Criminalpol di Palermo fosse tanto stupido e sprovveduto da andarlo ad incontrare in pubblico in un ristorante!), ecc., ci vuole poco a concludere che quel racconto è falso, e poco importa se in seguito spuntino altri “pentiti” che lo confermino.

 

Ma anche talune testimonianze contro il dott. Contrada da parte di persone senz’altro autorevoli e rispettabili, come la dott.ssa Carla  Del Ponte, oggi magistrato della Corte dell’Aja contro i crimini di guerra, e all’epoca procuratore pubblico a Lugano, avrebbero dovuto essere valutate in modo ben più rigoroso: di talchè quella testimonianza, ben lungi dal rappresentare una solida prova per l’accusa, avrebbe dovuto essere ridimensionata al rango di semplice pettegolezzo da pausa-pranzo.

 

Carla Del Ponte riferisce di un “sorriso” da parte dell’industriale Tognoli, alla domanda di Falcone circa un presunto coinvolgimento di Contrada in attività di intralcio alle indagini.

 

Sennonché il dott. Giuseppe Ayala, che faceva parte del pool antimafia ed era presente a quell’interrogatorio, interrogato in proposito non ricordò assolutamente la circostanza riferita da Del Ponte.

 

La Del Ponte fu smentita anche quando affermò che Falcone in seguito le aveva detto che stava indagando su quelle “affermazioni” (se tale può definirsi un sorriso ammiccante!).

Non vi è alcun verbale redatto dal dott. Falcone di apertura di fascicoli d’indagine a seguito di quelle presunte rivelazioni di Tognoli, sicché o l’episodio non è avvenuto, oppure se è avvenuto davvero, Giovanni Falcone medesimo non vi attribuì alcuna importanza, e correttamente non diede alcun credito a Tognoli, e non diede alcun seguito alla sua allusione contro Contrada.

 

Conclusioni

 

Mi pare quindi si possa concludere, dall’analisi dei casi giudiziari sopra riportati, che il deterioramento della cultura del diritto, e la mancanza di attenzione e scrupolosità nel valutare il peso e il valore delle prove e degli indizi (e ho voluto prendere ad esempio un caso giudiziario famoso come quello di Lorenzo Bozano per esemplificare cosa si intenda per veri indizi gravi, precisi e concordanti), sia alla base degli errori giudiziari più clamorosi.

 

Sono assolutamente convinto che la cultura del diritto andrebbe insegnata come materia autonoma nelle università, nelle facoltà di giurisprudenza, e nelle scuole di specializzazione per operatori del diritto.

 

Ritengo infine che al deterioramento della cultura del diritto, negli ultimi tempi, abbiano contribuito vari fattori:

 

1)      Dilagare della “giustizia” c.dd. mediatica: quando i processi penali vengono fatti in TV più che nelle aule giudiziarie, e quando non pochi inquirenti e magistrati assecondano questa tendenza dei media nel cercare morbosamente sempre nuovi casi e colpevoli da dare in pasto all’opinione pubblica e su cui costruire mesi o addirittura anni di talk-show spazzatura, si può ben dire che è la fine della vera giustizia.

 

 

2)      Orgoglio e chiusura mentale di molti magistrati e inquirenti: tra i concetti che dovrebbero venire scolpiti nel bagaglio culturale e professionale degli inquirenti e dei magistrati nel penale, vi dovrebbe essere quello della flessibilità e disponibilità a modificare sempre la propria opinione, qualora sopravvengano nuovi fatti in contrasto con le prime ipotesi. In sostanza, i magistrati dovrebbero accettare come un fatto normale, nella loro attività professionale, la possibilità che le ipotesi accusatorie vengano contraddette da nuovi fatti. Succede invece, come ha sottolineato anche l’avv. Della Valle, il difensore di Enzo Tortora, che non pochi magistrati (per fortuna non tutti!) per arroganza, presunzione e orgoglio personale non accettino mai l’idea che l’accertamento della verità nel processo penale è un’attività complessa e in continuo divenire, per cui è normale che col tempo emergano fatti nuovi, che obbligano e rivedere – magari più volte – e se necessario a modificare le proprie convinzioni. Ma tutto ciò non significa affatto che il magistrato sia poco efficiente o poco capace. Lo è invece quando rifiuta ostinatamente di rivedere le proprie posizioni, anche a fronte di nuovi fatti importanti, e preferisce che un probabile innocente venga condannato!

 

 

3)      Mancata comprensione dei concetti di vere prove e veri indizi e del principio: “in dubio pro reo”:

 

 Mi pare evidente come negli ultimi anni i concetti-cardine di tutto il diritto processuale penale, la prova e l’indizio, siano stati interpretati in maniera arbitraria e ondivaga da numerose corti. Imprimere nella mente e nel bagaglio culturale e professionale degli inquirenti e dei magistrati, e degli studenti di legge, il significato corretto di cosa è veramente una prova e cosa sono i veri indizi, e del principio supremo a garanzia dei diritti delle persone: “in dubio pro reo”, mi sembrano le cose più urgenti da fare.

 

 

Alberto Miatello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Postato da: AgnesePozzi a 18:00 | link | commenti (3)
tortora, franzoni, contrada

martedì, 02 settembre 2008
LETTERA A CONTRADA da un Avvocato..

Caro Dott. Contrada, una cara amica che l'assiste, la dr.ssa Agnesina Pozzi, mi ha più volte fatto presente la sua sofferenza, ma nel contempo la sua determinazione nel cercare fino all´ultimo giustizia, che dal 2006 le è stata negata, pur dopo un'assoluzione che la scagionava completamente da quella cloaca che le era stata per anni rovesciata addosso. Sono un legale di Como, e anche se non svolgo attività forense, mi sono spesso interessato a casi ed errori giudiziari clamorosi (purtroppo non rari in Italia). Ci tenevo intanto a invitarla a continuare la sua battaglia: coraggio, non si arrenda, non ceda allo sconforto. Per quel poco che possono servirle la mie parole, spero solo che anche il sapere che a oltre 1000 km. di distanza ci sono persone che non dimenticano la sua vicenda, e le sono vicine, sia un piccolo, ma spero importante stimolo a non cedere alla rassegnazione. Io vorrei dirle anche questo: Agnesina mi ha scritto ultimamente che Lei ha un archivio dettagliatissimo, di migliaia di pagine, nel quale ha confutato parola per parola, deposizione per deposizione, tutte le falsità che i vari pentiti (Marino Mannoia, Buscetta, Mutolo, ecc.) e i vari "testimoni" hanno riferito sul suo conto. Riflettevo e mi chiedevo: perché?

Perché in Italia il diritto e la giustizia sono imputriditi al punto da costringere un uomo onesto a dover dedicare anni e anni a confutare parola per parola migliaia e migliaia di pagine di ARIA FRITTA, in base alla quale hanno rovinato la sua vita?

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Perché il punto è un altro:semmai non doveva essere Lei a confutare quella roba, dovevano essere i magistrati giudicanti, dopo un paio d´ore di lettura di quel "materiale probatorio" a dire: "Ma che ce ne facciamo di questa roba? Ma dove sono le prove, o gli indizi gravi, precisi, concordanti per condannare Contrada? Questa è aria fritta, non c´è niente!!" Allora, mi ascolti bene: io ci ho messo 3-4 ore a leggere (nei punti più importanti) il ricorso dell´avv. Sbacchi che la difendeva, e le motivazioni della sentenza della Cassazione che confermava la sua condanna. Io sono laureato in legge a pieni voti, (mi ero laureato in 3 anni e mezzo, sono abituato ad andare al sodo nelle questioni) credo di masticarlo abbastanza il diritto, e ci ho messo poche ore per capire quanto segue.

Non c´è nulla, in tutta quella mole di documenti, che dimostri il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, per cui Lei è stato condannato.

 

Le accuse contro di Lei vengono formalizzate a fine 1992, quando Boris Giuliano, Cassarà e Falcone, sono già morti (e quindi non possono più raccontare quale fossero le loro vere opinioni verso di Lei, come collega, uomo e amico). Eppure, secondo l'accusa, sia Giuliano, che Cassarà, che Falcone, sarebbero stati fortemente diffidenti verso di Lei.

 Ma riflettiamo un attimo, per capire quali fossero le vere convinzioni dei tre alti funzionari sopra citati, e si capisce subito che l'accusa non sta in piedi.

 Un funzionario di polizia, dall'ispettore al prefetto, NON ha garanzie costituzionali di inamovibilità (a differenza di un magistrato che, come noto, deve essere indagato da altro distretto di corte d'appello, vicino a quello in cui svolge le funzioni, e disciplinarmente risponde solo al Csm). Quindi non è affatto difficile far trasferire (almeno) un poliziotto che abbia perduto credito nel suo ambiente.

 

Ora, davvero vogliamo credere che uomini come Giuliano, o Cassarà, o Falcone, si sarebbero tenuti accanto un funzionario di polizia su cui avevano dubbi di lealtà così gravi, e il cui comportamento avrebbe potuto esporli alla morte per mano della mafia?

 

E' evidente che se avessero avuti dubbi sulla sua lealtà, avrebbero convocato riunioni ufficiali per valutare il parere degli altri colleghi, e poi, se fosse emerso che Lei aveva perduto credito nell'ambiente, sarebbe stata subito avviata una procedura di trasferimento d'ufficio.

 

E' talmente evidente che - se ciò non è avvenuto - e non risultano riunioni in cui erano emersi dubbi su Bruno Contrada, ciò può spiegarsi solo in due modi:

 

a) Giuliano, Cassarà e Falcone erano dei masochisti che preferivano tacere e tenersi accanto un "traditore" che distruggeva il loro lavoro, e addirittura poteva farli uccidere dalla mafia

 

b) (la spiegazione più logica): Giuliano, Cassarà e Falcone avevano piena fiducia di Bruno Contrada e (al di là delle normali discussioni e divergenze di lavoro), mai e poi mai lo hanno sospettato di aver fatto il doppio gioco.

 

Ecco perché la logica, prima di tutto, porta a concludere che lo sforzo dell'accusa di far parlare i morti contro Contrada non sta in piedi e non è credibile che i compianti alti funzionari citati abbiano mai sospettato della lealtà di Bruno Contrada.

 

Alcuni esempi della infondatezza delle accuse a Lei rivolte: Leggo di operazioni di polizia contro le famiglie mafiose Spatola - Gambino - Inzerillo (legate a Michele Sindona) del 1980 cui Lei aveva attivamente e operosamente lavorato (meritando l´encomio scritto di Falcone) e incredibilmente i giudici l´accusano di avere "espunto" il nome di Michele Sindona da un rapporto, e il suo coinvolgimento nell´indagine, e valutano ciò come indizio di colpevolezza (???). Quando in realtà è documentato che Lei fece indagare e poi incriminare tutte le persone del clan Sindona (Magnoni, Guzzi, ecc.), e l´unico motivo per cui quel nome era stato espunto era - come spiegò lo stesso Falcone - la necessità di raccogliere ulteriori prove a suo carico, per non compromettere prematuramente tutta l´indagine, rendendo pubblico troppo presto il nome dell´avv. Sindona.

 

Leggo di dichiarazioni di "pentiti", tardive, false, sovente non spontanee e più volte aggiustate e ritrattate, quasi sempre generiche e, quando riferite a episodi precisi, smentite poi documentalmente. Un pentito l´accusa di aver fatto saltare un´operazione di polizia, ma si accerta poi che Lei di quella pratica manco se ne era mai occupato, era in mano ad altri suoi colleghi. Un pentito (allora ricercato) l´accusa di averlo incontrato in una saletta riservata di un ristorante, ma quella saletta si accerta poi non essere mai esistita, e quindi rimane solo la risibile e incredibile accusa secondo cui un alto funzionario di polizia come Lei avrebbe incontrato in pubblico davanti a dozzine di persone in un ristorante un mafioso ricercato. I giudici scambiano le illazioni, le congetture, le supposizioni ("ma lui non poteva non sapere", "ma lui era comunque un funzionario influente e poteva avere accesso a molte informazioni in questura"...ecc.) per prove ed indizi.

Pur di costruire un´accusa, vengono ritenuti veritieri episodi mai avvenuti o dimostrati, come il presunto incontro tra Boris Giuliano e l´avvocato Ambrosoli che seguiva il crack Sindona (n.b.: gran parte delle dichiarazioni provenivano dall´avv. Melzi, che a inizio 2008 è stato poi arrestato a Milano dal giudice Salvini con l´accusa di aver riciclato in banche svizzere flussi di capitali della `ndrangheta), e in cui poi si costruisce sul nulla l´accusa a suo carico di aver voluto far fallire quel lavoro di Ambrosoli contro Sindona.

 Pur di accusarla, in mancanza di vere prove o veri indizi, i giudici si arrampicano sugli specchi, arrivano a ricamare pagine e pagine su testimonianze di parenti di suoi colleghi defunti (come la moglie di Cassarà) che riferiscono una presunta "diffidenza" dei colleghi nei suoi confronti. I giudici omettono di considerare le decine di encomi di colleghi, magistrati, alti funzionari, e le molte operazioni di polizia da Lei felicemente portate a compimento contro la criminalità organizzata, nel corso di parecchi anni, e pur in carenza di mezzi, personale, e strutture.

Vengono invece ricamate quintali di pagine su una inconsistente testimonianza "accusatoria" del procuratore svizzero Carla Dal Ponte, che tra il rumore di una sala di un aeroporto, nel corso di un interrogatorio e una verbalizzazione da parte del giudice Falcone, avrebbe riferito una frase - alquanto criptica! - di sfiducia di quest´ultimo nei suoi confronti. Viene perfino scomodata un´esperta del dialetto palermitano, per interpretare ai suoi danni una frase intercettata del colloquio telefonico di alcuni mafiosi, dove poi i giudici si dilungano per pagine e pagine per capire se quella frase era o no di stima dei mafiosi nei suoi confronti (e giustamente l´avv. Sbacchi fa notare che un mafioso può anche avere stima di un nemico acerrimo, se lo ritiene un avversario valoroso, ma ciò non significa affatto che lo ritenga "alleato". Basta leggere "Il giorno della civetta" di Sciascia per capirlo! ). E si potrebbe andare avanti ore, giorni e settimane (ma non ne ho il tempo).  Ma la domanda che qualsiasi studente di giurisprudenza al 3° anno si porrebbe è: "Sì, ma dove sono le prove o gli indizi gravi, precisi, concordanti contro questo signore?". La risposta è semplice: in quei faldoni, in quelle tonnellate di pagine, non esistono né prove, né indizi veri contro Bruno Contrada. Al più si possono trovare dubbi, diffidenze, critiche, ecc., che chiunque (lo stesso Falcone era stato accusato ripetutamente e ferocemente da San Leoluca Orlando di aver "ammorbidito" la sua lotta alla mafia andando a lavorare a Roma col ministro Martelli, addirittura Orlando era giunto al punto di accusarlo di essersi organizzato un falso attentato all´Addaura!) può esprimere verso un collega, più o meno fondatamente. Ma queste diffidenze, congetture, dubbi, ecc., a suo sfavore, sono poi soverchiati da attestazioni concrete di stima di funzionari e magistrati integerrimi, e soprattutto da anni e anni di carriera e operazioni portate a termine con successo, e criminali arrestati!

Non c´è una sola prova di arricchimento suo in modo sospetto (risulta anzi lei abbia vissuto modestamente in una casa popolare), non un solo conto estero a lei intestato su cui fossero affluite somme di incerta provenienza, non una sola intercettazione di lei che parla al telefono con un mafioso e dica cose compromettenti, non una sola foto che la ritragga con individui sospetti in circostanze non chiare, ecco quelle sarebbero state prove o indizi gravi a suo carico! E allora, io giungo a una sola conclusione.  La "giustizia" italiana non è solo malata, è ormai putrescente.

Solo l´Italia, tra i Paesi UE, ha il record di condanne alla Corte di Giustizia di Strasburgo per violazioni sostanziali del diritto, per violazioni dei diritti umani nei processi, per durata abnorme dei processi. Solo in Italia può accadere che i magistrati incriminino per omicidio volontario onesti cittadini che si alzano alle 6 di mattina per andare a lavorare e si difendono da rapine di criminali incalliti, mentre siano "buonisti" e comprensivi verso camorristi con 15 omicidi alle spalle (cui viene concessa addirittura la gestione di un parco giochi per bambini), o verso criminali che fanno stragi con l´auto guidando all´impazzata in stato di ubriachezza o drogati (e gli contestano solo l´omicidio colposo). Oppure (come a Sanremo) incarcerino per giorni una vecchia colta a nascondere al supermarket una barretta di cioccolato da 2 euro, mentre si disinteressino delle disperate denunce di una ragazza sottoposta a continue vessazioni e violenze da un individuo (Delfino) già sotto indagine per aver ucciso la precedente fidanzata. Solo in Italia può accadere - se ne lamentava anche un amico ex commissario di polizia in pensione - che non vi sia alcuna procedura standard consolidata di conservazione della scena del crimine, per cui non di rado si costruiscono indagini (come a Cogne, Garlasco, e in dozzine di altri eventi criminosi) e perizie su scene del crimine inquinate e irrimediabilmente modificate. Solo in Italia i magistrati vanno avanti per anzianità, e non per merito, per cui può accadere che gli accusatori di Enzo Tortora (vicenda che fa il paio con la sua, un´altra cloaca di "pentiti"), dopo l´errore giudiziario che ha portato alla tomba il noto giornalista, non solo non vengano sanzionati, ma facciano addirittura carriera ai vertici, fino in Cassazione o in una Procura generale. Solo in Italia può accadere che la Cassazione emetta sentenze grottesche come quella secondo cui una donna che indossa jeans attillati non potrebbe "ipso facto" subire uno stupro. E solo in Italia potrebbe accadere il "caso Contrada": un brillante alto funzionario di polizia trascinato nel fango e condannato senza prove e senza indizi, sulla base di dichiarazioni e accuse fantomatiche che valgono meno della carta su cui erano scritte.  Io mi sono fatto un´idea (sbaglierò, ma il sospetto è forte) del perché ci sia stato tutto questo accanimento nei suoi confronti, anche dopo l'assoluzione.

 

Io credo che dopo l´altro "grande" processo degli anni ´90 contro Andreotti, finito nel nulla (anche se Caselli afferma il contrario, secondo lui sarebbe provato che Andreotti conosceva i Salvo, beh contento lui!) con milioni di inutili pagine, e "baci" a Riina, ecc., la magistratura palermitana non potesse permettersi che anche il suo finisse in niente, e per questo hanno fatto di tutto per condannarla. Se anche il suo processo fosse finito nel nulla, sarebbe saltata tutta la (o buona parte della) credibilità della gestione di quell´ufficio giudiziario negli anni ´90, con le ovvie conseguenze sugli assetti e gli equilibri all´interno della magistratura.  Ripeto, non ne ho la certezza, ma il sospetto è forte.

 Alla luce di tutto ciò, che può fare?

Intanto continuare a lottare, e per oggi sappia che anche a 1000 km. ha amici che la ritengono innocente e la stimano.

Un cordialissimo saluto. Con grande stima

Alberto Miatello

 

 

 

 

 

 

Postato da: AgnesePozzi a 05:56 | link | commenti (1)
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