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Nome: Agnese Pozzi
un medico, un'illusa, un'utopista, un'idealista, una deficiente alla fine... in questo mondo di "furbi"
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L’ex-esattore Nino Salvo, potente personaggio legato a Cosa Nostra, fa al capo di gabinetto dell’Alto Commissario Bruno Contrada una telefonata che viene filtrata dal centralino della Prefettura di Palermo (dove l’Alto Commissariato ha sede): Salvo compone, dunque, il numero del centralino della Prefettura anziché chiamare Contrada al suo numero diretto d’ufficio o a casa, e già questo dovrebbe bastare a sgombrare il campo da sospetti.
Nel contempo la telefonata viene intercettata, poiché il telefono di Salvo era sotto controllo. Dalla trascrizione dell’intercettazione risultano due particolari importanti:
il colloquio ha un tono meramente ufficiale: non v’è traccia di familiarità alcuna, già dall’incipit:
Salvo chiede di incontrare Contrada all’Alto Commissariato per ragioni da lui definite “istituzionali”. In pratica, ritenendosi ingiustamente perseguito dalla Polizia con la “regìa dei comunisti”, voleva denunciare la cosa all’Alto Commissario Antimafia e incontrare gli investigatori che stavano indagando su di lui, ossia Antonio De Luca e il capitano dei Carabinieri Pellegrini. Se avesse dovuto interloquire con Contrada su qualcosa di scottante, avrebbe chiesto un incontro in una sede istituzionale? Se avesse voluto sfruttare un canale privilegiato con Contrada, si sarebbe rivolto, come ha fatto in seguito, anche al capitano Pellegrini (che ha confermato tutto)? Se Contrada avesse avuto qualcosa da nascondere sui suoi presunti rapporti con Nino Salvo, avrebbe immediatamente informato (come fece) il prefetto e Alto Commissario De Francesco? E quest’ultimo, se si fosse insospettito, avrebbe autorizzato (come fece) l’incontro tra Contrada e Salvo? E lo stesso Contrada, in prossimità, avrebbe sùbito richiesto (come fece) un dispositivo di registrazione (che non fu possibile avere in tempo, ma Contrada lo richiese)? E ancora Contrada avrebbe riferito per filo e per segno (come fece) il contenuto del colloquio con Salvo al prefetto De Francesco? Il fatto che Contrada non riferì del colloquio al giudice istruttore Giovanni Falcone (che stava istruendo un procedimento contro Nino Salvo) è, invece, spiegato da due semplici circostanze: Contrada non era più ufficiale di polizia giudiziaria e non aveva pertanto il dovere di riferire nulla all’autorità giudiziaria, ma, soprattutto, in quel caso non aveva davvero nulla da riferire, perché da quel colloquio non era emerso alcun elemento utile a livello investigativo.
Dov’è il reato?
E poi, nel corso degli anni, Nino Salvo, personaggio notissimo e abituale frequentatore di tanti salotti, avrà telefonato a dir poco a qualche migliaio di persone
2. TESTIMONIANZE DI POLIZIOTTI E GIUDICI...
questo ragazzo non ha mai letto la sentenza di condanna di Contrada, perchè se l'avesse letta avrebbe scoperto che:
1.
a.
Un fatto su tutti? E' proprio Falcone, giudice istruttore, che, insieme al consigliere istruttore Antonino Caponnetto, archivia la prima accusa di Buscetta a Contrada nel 1984 (sentenza ordinanza del 7 marzo 1985). Caponnetto verrà poi in aula a dire che Falcone si sarebbe pulito la mano dopo averla stretta a Contrada, dopo un interrogatorio che è stato provato che non ci fu perchè non risulta che Contrada sia mai stato interrogato (in qualità di investigatore, non di imputato) da Falcone e Caponnetto insieme. Inoltre, Caponnetto non ricordava neppure la già citata sentenza del 7 marzo 1985 da lui redatta... Gli avvocati di Contrada l'hanno prodotta in aula, rivelando che all'interno del fascicolo esisteva anche un biglietto di rinnovata stima a Contrada vergato e firmato di proprio pugno dallo stesso Caponnetto. Proprio un bel modo di accusare Contrada...
b.
Un altro fatto? L’encomio sollecitato dallo stesso Falcone a favore di Bruno Contrada nel 1983 dopo una serie di operazioni di polizia che avevano sgominato un pericoloso traffico di stupefacenti in Sicilia.
c.
Per quanto riguarda Borsellino, è proprio lui, in qualità di giudice istruttore, che il 27 giugno 1981, basandosi sulle denunce fatte dal del capo della Criminalpol palermitana Bruno Contrada e consacrate nel rapporto del 7 febbraio 1981 da quest’ultimo redatto e firmato, spiccherà quindici mandati di cattura, tra i quali quelli a carico di Vincenzo, Pietro e Filippo Marchese per associazione a delinquere, omicidio e altro ancora. Nel provvedimento il giudice Borsellino elogia senza mezzi termini il lavoro di Contrada: ”Avuto riguardo alle risultanze delle laboriose indagini di polizia giudiziaria espletate, tenuto altresì conto dell'accertata esistenza di idonea causale per la consumazione degli omicidi Giuliano e Basile e della particolare posizione, nell'àmbito dell'associazione e nelle circostanze di tempo in cui essi furono commessi, di coloro ai quali gli omicidi medesimi ed i reati connessi vengono contestati...” e così via, confermando l'eccezionale mole di elementi forniti da Bruno Contrada.
Per quanto riguarda la farneticante accusa di Gaspare Mutolo (Borsellino, tornando ad interrogarlo a Roma dopo una visita al ministro degli Interni Mancino, gli avrebbe confidato di essere nervoso perché al Ministero aveva trovato Contrada e il capo della Polizia Parisi: è immaginabile un giudice del calibro di Borsellino, per di più in pericolo dopo la morte di Falcone, che si confida in tal maniera con un pentito appena conosciuto?...) ecco che cosa ne è sortito. Borsellino lasciò la sede dell’interrogatorio a Mutolo perché doveva effettivamente recarsi al Ministero degli Interni, ma poi non tornò ad interrogare Mutolo: un biglietto aereo prova con precisione e in modo ineluttabile che Borsellino, dopo aver lasciato il Viminale, si recò a prendere l’aereo che lo doveva riportare a Palermo, dove effettivamente atterrò (e ci sono molti testimoni di ciò) proprio nell’ora, ossia intorno alle otto di sera, in cui, secondo Mutolo, stava facendo quella confidenza allo stesso Mutolo…
I poliziotti che avrebbero accusato Contrada sono, nell'ordine:
l'allora maresciallo dei Carabinieri Carmelo Canale, finito poi sotto accusa per concorso esterno in associazione mafiosa e in seguito assolto. Le sue dichiarazioni non sono mai state riscontrate.
Il commissario Renato Gentile, che in realtà si è rimangiato tutto. Contrada lo aveva semplicemente esortato a non esagerare nei modi durante le perquisizioni per non provocare ulteriormente mafiosi che avevano già alzato il tiro uccidendo Boris Giuliano e il giudice Terranova. Questo è stato confermato da tutti i colleghi, dipendenti e superiori dello stesso Contrada, i quali hanno, inoltre, confermato in massa che i modi bruschi e da sceriffo del commissario Gentile (non semper nomen est omen...) erano invisi a tutta
Il questore Immordino, morto all'epoca del processo Contrada, aveva, insieme al capo della Squadra Mobile Impallomeni, rivoluzionato l'intero ufficio di polizia nel 1980. Ma non perchè non si fidasse di Contrada (sul quale non ebbe nulla di che lamentarsi quando l'ispettore ministeriale Guido Zecca fu inviato a Palermo per chiarire la situazione: Zecca lo ha confermato al processo). Immordino e Impallomeni avevano semplicemente l'abitudine di rivoluzionare gli uffici che dirigevano, come avevano fatto in precedenza presso
d.
Tom Tripodi.
Tutto parte dalle dichiarazioni di Thomas Tripodi.
Ovvero l’agente della DEA (Drugs Enforcement Administration, l’agenzia antidroga statunitense) che, tra il settembre 1978 e il maggio 1979, si era recato più volte a Palermo per collaborare con
Ma Tripodi è anche il poliziotto che, nel 1979, poco dopo la morte di Boris Giuliano, così rispose al telefono ad Ines Maria Leotta, vedova Giuliano, che lo pregava di dare un aiuto alle indagini qualora avesse avuto in mano qualche elemento utile: “l’Italia non è il mio Paese e non mi si può chiedere di morire per un Paese non mio” (se non ci credete, andate a controllare a pagina 20 del verbale dell’udienza del 17 marzo 1995).
Complimenti.
Un coraggio da leone, quello di Tripodi, non c’è che dire.
Un “coraggio” che ha costituito persino oggetto della breve nota scritta da Gianni De Gennaro (ex-direttore della DIA ed ex-capo della Polizia) a margine del libro autobiografico pubblicato da Tripodi negli Stati Uniti nel 1993: “Ho lavorato con Tom Tripodi contro la mafia in Sicilia” – scrive De Gennaro – “e ho avuto l’opportunità di apprezzare il suo coraggio”.
Sic.
Un coraggio che Tripodi avrà pure dimostrato in varie operazioni di polizia, ma che non ha certamente avuto nel 1979 davanti alla preghiera della vedova di Boris Giuliano. Ritrovandolo, però, come d’incanto, nel 1993, dopo ben quattordici anni, quando è entrato nel processo Contrada come grande accusatore.
L’ex-agente della DEA depone nell’udienza del 12 luglio 1994:
Ma un fatto così grave come la sfiducia nei confronti del suo “gemello” Contrada, per di più sopraggiunta in un periodo di delicatissime operazioni che mettono in gioco la vita di tante persone, Boris Giuliano lo nasconde ai colleghi della Squadra Mobile o ad altri investigatori palermitani coi quali lavorava da anni per confidarlo soltanto all’ultimo arrivato, ad un poliziotto straniero conosciuto da poco e col quale ha svolto solo un’attività investigativa sporadica?
Perché, in realtà, ciò che è risultato dal processo è che la collaborazione tra Giuliano e Tripodi fu limitata nel tempo, ancorché i giudici, a pagina 1365 delle motivazioni della sentenza di condanna in primo grado, parlino di Tripodi come di “uno stretto collaboratore ed amico” di Giuliano.
Tripodi sostiene, poi, che Giuliano gli confidò per telefono di star seguendo, personalmente e di nascosto, un’indagine sul crac della Banca Privata Italiana di Michele Sindona e di essersi per questo motivo incontrato a Milano con l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che della banca di Sindona era il commissario liquidatore.
Un incontro, questo, che appare assolutamente improbabile, come vedremo fra poco.
Frattanto, sentite come risponde Tripodi al controinterrogatorio della difesa:
Tu, poliziotto impegnato in delicate indagini, vieni a sapere da una fonte che ritieni certa che un collega è colluso con i delinquenti che stai braccando e “non ritieni importante” non solo farlo sapere ai tuoi superiori ma neppure approfondire la cosa.
Per di più, non lo ritieni importante “in quel momento”. Un momento che non era certo calmo e tranquillo, come le vicende imminenti (in primis gli assassinii di Ambrosoli e Giuliano) dimostreranno tragicamente da lì ad un battito di ciglia.
Proseguiamo.
Inoltre, la voce di Tripodi è l’unica voce discorde che esce dal coro unanime di poliziotti, carabinieri e prefetti che hanno sempre giurato su un non comune rapporto di assoluta collaborazione fra Contrada e Giuliano senza il minimo accenno di incrinature.
Se Tripodi è l’unico ad aver inteso l’esistenza di una sfiducia di Giuliano nei confronti di Contrada, visto che nessun altro ne ha mai parlato, è lecito domandarsi se questa sua affermazione possa essere frutto di un fraintendimento?
A meno di non voler sospettare, come fanno gli avvocati nel ricorso in appello, che “l’affermazione ‘Giuliano mi ha detto che non si fidava di Contrada’ è stata inventata o è stata suggerita a Tripodi da qualcuno”.
Tripodi, inoltre, per sua stessa ammissione, non ritenne importante informare nessun altro del fatto che di Bruno Contrada non ci si poteva fidare.
Lo ribadiamo.
E’ concepibile?
Scopri un buchino che potrebbe diventare una falla che rischia di far affondare la nave e, non solo non avverti il Capitano, ma non ritieni importante nemmeno darti da fare per turarlo.
Tripodi, poi, si riferisce soltanto ad un episodio legato all’Operazione Caesar, praticamente l’operazione che sfocerà nella denuncia del gruppo mafioso facente capo a Giuseppe Savoca e Matteo Sollena. Ma i rapporti di polizia derivanti da quell’operazione e firmati da Giuliano in qualità di dirigente della Mobile (il rapporto “Categoria E/79 Squadra Mobile Sezione Antidroga” del 3 maggio 1979 ed il rapporto “Categoria E/79 Squadra Mobile Sezione Antimafia” del 7 maggio 1979) testimoniano della piena collaborazione fra
4.3. L’avvocato Ambrosoli.
I ripples che ne derivano sono non certo quei bei cerchi concentrici (cantati anche dai Genesis) che scaturiscono naturalmente dal moto acquatico.
Sono, al contrario, un vero e proprio circolo vizioso.
Giuliano, alla fine del 1978, non si fidava più di Contrada?
La polizia palermitana si trova ad indagare a fondo su Michele Sindona e sul crac della sua Banca?
Ecco che il risultato, complice un’ennesima, sibillina affermazione di Tripodi, una strana campagna di stampa e una semplice annotazione su un’agenda, dev’essere per forza che Giuliano stia indagando in materia nascondendo tutto al “cattivone” Contrada.
E’ proprio a questo punto che salta fuori l’agenda dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.
Andiamo con ordine.
Sull’agenda di Ambrosoli del
Gli inquirenti si mostrano certi che quella sigla “G.B.” si riferisca a “Giuliano Boris” o a “Giorgio Boris” (Giorgio era, in effetti, il primo nome di Giuliano).
Giorgio Ambrosoli viene assassinato l’11 luglio 1979.
Dieci giorni dopo sarà Boris Giuliano a cadere vittima del piombo mafioso.
Mentre il signor Rossi scatena in campo aperto tutte le leve del suo Orrido Esercito della Dietrologia, il 7 agosto 1979, L’Ora, il Giornale di Sicilia e Il Diario pubblicano una notizia secondo la quale Boris Giuliano si sarebbe incontrato con Ambrosoli, a Milano o altrove, perché stava indagando su Michele Sindona e sul crac della Banca Privata Italiana.
La notizia scaturirebbe da un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dall’avvocato Giuseppe Melzi, legale di parte civile dei piccoli azionisti della Banca Privata Italiana, che sostiene di essere stato informato dell’incontro tra Giuliano ed Ambrosoli dal maresciallo della Guardia di Finanza Orlando Gotelli, collaboratore di Ambrosoli nell’espletamento dell’incarico di quest’ultimo come commissario liquidatore della banca di Sindona.
Quello stesso 7 agosto
Il 14 agosto 1979, poi, Bruno Contrada invia al sostituto procuratore della Repubblica di Palermo Vincenzo Geraci un altro rapporto di “Categoria M1/79 Squadra Mobile”, nel quale riferisce di aver rintracciato sia l’avvocato Melzi che il maresciallo Gotelli e di aver fatto loro notificare l’ordine di comparizione davanti al magistrato palermitano.
4.3.2. Il maresciallo Orlando Gotelli.
Vediamo.
Dapprima il maresciallo sostiene che, quel 29 luglio 1979, nello studio dell’avvocato Melzi, non si ricordava di alcun incontro tra Giuliano ed Ambrosoli e fece soltanto credere a Melzi di saperne qualcosa per vedere se lui gli “diceva qualcos’altro”.
Poi Gotelli si è ricordato di aver assistito ad un incontro avvenuto tra Giuliano e Ambrosoli nello studio milanese di quest’ultimo, ma lo ha negato al giudice Geraci nell’interrogatorio palermitano del 17 agosto 1979.
Nell’udienza del 14 giugno 1994 spiega perché:
E poi, è attendibile un testimone che afferma “anche se avessi assistito al colloquio, in quel momento avrei detto che non era vero…”?
O che avanza tutte le riserve di cui sopra?
Ha assistito ad un incontro o no?
Oppure possiamo argomentare che il 17 agosto 1979 Gotelli non parlò a Geraci di nessun incontro Giuliano-Ambrosoli proprio perché quell’incontro non c’era mai stato?
Il che collimerebbe con l’atteggiamento ambiguo tenuto da Gotelli con l’avvocato Melzi, al quale “fece soltanto credere di sapere” dell’incontro per vedere se lui gli “diceva qualcos’altro”.
4.3.3. Gerardo Brogini.
Dal quale non si riesce a sapere qualcosa di realmente definitivo su cui basare alcuna accusa.
Anche perché emergono presto elementi nuovi, tutti a favore dell’imputato Bruno Contrada.
Sentite, infatti, cosa dichiara a proposito della sigla “G.B.” Silvio Novembre, maresciallo della Guardia di Finanza in servizio dal 1953 al 1982, che fu strettissimo collaboratore di Giorgio Ambrosoli (“Novembre era l’ombra di Ambrosoli”, dirà l’avvocato Melzi nell’udienza del 7 luglio 1995). Il maresciallo Novembre, tra l’altro, era anche il diretto superiore di Orlando Gotelli. L’udienza è quella del 27 giugno 1995:
PM INGROIA – “Senta, lei poc’anzi, in ordine all’annotazione dell’agenda dell’11 aprile 1979, cioè ‘G.B.’, lei ha detto di essere certo che fosse Gerardo Brogini. Sulla base di quali dati lei può essere certo che fosse Gerardo Brogini?”
NOVEMBRE – “Mi è venuta in mano tante volte quell’agenda dopo la morte di Giorgio Ambrosoli e la prova che quel ‘G.B.’ vuol dire Gerardo Brogini sta nelle ultime annotazioni, credo proprio lo stesso giorno in cui Giorgio Ambrosoli venne ucciso, perché aveva un appuntamento sicuro, certo, accertato dopo, con Gerardo Brogini ed è annotato alla stessa maniera cioè ‘G.B.’. Ecco perché dico Gerardo Brogini.”
La stessa cosa la ricorderà la vedova di Ambrosoli, Anna Lorenza Gorla, detta Anna Lory, nell’udienza del 6 giugno 1995:
ANNA LORY GORLA – “Immagino che la sigla ‘G.B.’si riferisca al professor Gerardo Brogini, con il quale mio marito aveva sovente incontri di carattere professionale, occupandosi il professor Brogini di tutte le cause all’estero riguardanti
Ma potrebbe trattarsi anche di Balzaretti: infatti sul quaderno delle telefonate di Ambrosoli ne risulta annotata una a Balzaretti datata proprio 11 aprile 1979.
Ma, Balzaretti o Brogini che sia, sull’inafferrabile “G.B.” ci sarebbe da chiedersi un paio di cose.
Anzitutto, se il fantomatico incontro Ambrosoli-Giuliano viene piazzato dall’accusa negli ultimi giorni di vita dell’avvocato, dunque a luglio, come mai l’annotazione “G.B.” si trova alla pagina dell’11 aprile?
E poi, se Ambrosoli avesse voluto davvero scrivere le iniziali di Giuliano avrebbe potuto scrivere “B.G.” (Boris Giuliano) o “G.B.G.” (Giorgio Boris Giuliano) o, magari, “G.G.” (Giorgio Giuliano). Difficilmente avrebbe scritto prima l’iniziale del cognome e poi quella del nome.
Ma torniamo al maresciallo Novembre. Interrogato dalla difesa, sentite cosa aggiunge:
AVVOCATO SBACCHI – “L’avvocato Ambrosoli ha preso mai contatti con
NOVEMBRE – “No, mai.”
AVVOCATO SBACCHI – “Senta, nelle vostre conversazioni, lei ha mai saputo dall’avvocato Ambrosoli che conoscesse il dottor Giuliano?”
NOVEMBRE – “No, mai.”
AVVOCATO SBACCHI – “Ha mai saputo se l’avvocato Ambrosoli si è incontrato col dottor Giuliano nell’immediatezza dell’assassinio dell’avvocato Ambrosoli medesimo?”
NOVEMBRE – “No, non l’ho mai saputo.”
AVVOCATO SBACCHI – “Lei ha mai sentito dire qualcosa che attiene a questo presunto incontro dell’avvocato Ambrosoli col dottor Giuliano?”
NOVEMBRE – “La prima volta che io ne ho sentito parlare, ne ho sentito parlare, come dire, leggendolo sui giornali. Cioè a dire, nel mese di agosto, se non ricordo male, di quello stesso anno 1979. Lessi qualcosa, adesso non ricordo su quale giornale, di un’intervista, mi pare, dell’avvocato Giuseppe Melzi, in cui sentii parlare per la prima volta di un incontro tra l’avvocato Ambrosoli e il dottor Giuliano. E mi pare che fece il nome, disse di averlo saputo dal maresciallo Gotelli, che era un mio sottoposto. Lessi queste cose sui giornali. E chiesi al mio sottoposto Gotelli: ‘Ma che cosa è successo? Che succede?’. E allora lui mi rispose che era tutto un equivoco, nel senso che una sera si incontrarono con l’avvocato Melzi, l’avvocato Melzi buttò lì una domanda, il maresciallo Gotelli fece un sorriso (il maresciallo Gotelli è sempre un po’ enigmatico) e l’avvocato Melzi sembra che abbia inteso che, in effetti, questo incontro ci fosse stato (ancora un “sorriso accusatorio”: non bastava Oliviero Tognoli…, nda). Il maresciallo Gotelli mi disse: ‘Fraintese, non intese bene’, e basta. La cosa finì lì.”
AVVOCATO SBACCHI – “Il maresciallo Gotelli le ha detto che gli risultava un incontro tra il dottor Giuliano e l’avvocato Ambrosoli?”
NOVEMBRE – “No!”
AVVOCATO SBACCHI – “Indipendentemente dal colloquio con Melzi.”
NOVEMBRE – “No, affatto. No, no.”
AVVOCATO SBACCHI – “L’avvocato Melzi le ha mai detto che gli risultava che il dottor Giuliano avesse incontrato l’avvocato Ambrosoli?”
NOVEMBRE – “No.”
AVVOCATO SBACCHI – “La signora Ambrosoli le ha mai parlato di rapporti tra l’avvocato Ambrosoli e il dottor Giuliano?”
NOVEMBRE – “No, mai.”
Novembre, dunque, smentisce Gotelli su tutta la linea.
E che non ci sia mai stato un incontro Giuliano-Ambrosoli viene confermato sia dalla vedova di Boris Giuliano, Ines Maria Leotta, sia dalla vedova di Giorgio Ambrosoli, Anna Lory Gorla, sia dall’avvocato Giuseppe Melzi. Il quale, nell’udienza del 7 luglio 1995, ribadisce di aver parlato con la stampa dell’incontro Giuliano-Ambrosoli solo perché ne era venuto a conoscenza tramite il maresciallo Gotelli e nessun altro.
Ma aggiunge anche qualcos’altro che non torna certo a vantaggio dell’attendibilità dello stesso Gotelli:
MELZI – “Ho saputo, dopo, che questo Gotelli, nel frattempo, poverino, aveva avuto dei problemi veramente di… se mi passa la parola, Presidente… di testa. Poverino, era un po’ svanito questo maresciallo Gotelli. Lo seppi dopo perché debbo dire che, di ritorno, poi, il maresciallo Novembre, che era responsabile, mi telefonò e mi disse: ‘Ma scusa, non ti sei accorto che Gotelli è un po’ svanito?’ (…) Dopodichè, successivamente, questo Gotelli si è dimesso, lo hanno fatto dimettere. Purtroppo credo che fosse animato da un po’ di protagonismo, che collegasse le notizie non so su quale base, notizie che sono risultate, mi sembra, del tutto infondate, a quanto ho saputo.”
E, in effetti, nell’udienza del 14 giugno 1994, Gotelli in persona aveva dichiarato di essersi congedato dalla Guardia di Finanza l’1 ottobre
Tutto ciò che è emerso dal processo conduce, dunque, oggettivamente ad una sola conclusione: Giuliano non incontrò
Ciò in base al risultato degli esami testimoniali.
Ma il lettore valuti anche un’altra considerazione.
Un incontro segretissimo che sarebbe avvenuto nella stanza che Ambrosoli, come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, aveva scelto come suo ufficio nella sede della medesima banca.
Un luogo aperto a molti ed affollatissimo, frequentato com’era dai vari collaboratori dell’avvocato, ma anche da ex-dipendenti della banca e, certamente, dalla Guardia di Finanza.
C’è da pensare che per lo meno il maresciallo Gotelli potesse essere spesso presente in quell’ufficio. E Giuliano, che avrebbe dimostrato di non fidarsi di poliziotti e carabinieri che avevano lavorato con lui per anni, avrebbe rischiato di farsi scoprire da un maresciallo della Guardia di Finanza che aveva appena conosciuto.
Inoltre, che quell’incontro non sia mai avvenuto è provato da varie dichiarazioni di funzionari di polizia all’epoca in servizio a Palermo, i quali hanno ribadito a gran voce il fatto che Giuliano non si occupò mai in nessuna veste del caso Sindona:
nell’udienza del 13 gennaio 1995 Giuseppe Crimi (che dal 1969 al 1980 fu funzionario presso
AVVOCATO SBACCHI – “Le risulta che il dottore Giuliano conoscesse l’avvocato Ambrosoli o si fosse in qualche modo occupato della vicenda Sindona?”
CRIMI – “No, no! E quando i giornali all’epoca fecero un gran baccano su questo argomento, ci ha molto meravigliato perché sapevamo che il dottor Giuliano non si era occupato mai né di Ambrosoli né di altre cose che riguardavano le vicende di Milano. Noi lo sapevamo per certo, quindi fummo molto meravigliati di questa cosa qua.”
AVVOCATO SBACCHI – “Mi scusi, della vicenda Sindona lei sa nulla, cioè, delle indagini fatte dal dottor Contrada?”
CRIMI – “Sì, furono sviluppate. Io non me ne occupai direttamente. So, però, che se ne sono occupati il dottor De Luca, il dottor Vasquez e il dottor Contrada sicuramente. E tutto questo lavoro investigativo, assieme ad altro al quale sicuramente abbiamo partecipato anche altri funzionari, aveva praticamente portato ad un certo coagulo e si doveva… si era pervenuti alla bozza di un rapporto giudiziario di denunzia nei confronti di un gruppo notevole di criminali e, proprio nel periodo in cui io stavo per andar via dalla Mobile.”
Crimi, dunque, conferma non solo che Contrada si occupò personalmente delle indagini su Sindona (altro che cancellare nomi dai rapporti), ma anche che Giuliano non si interessò mai né di Sindona né “di altre cose che riguardavano le vicende di Milano”, dunque neppure di Ambrosoli.
E Crimi era il dirigente della Sezione Antimafia della Squadra Mobile di Palermo, non l’ultimo poliziotto appena arrivato.
Perché mettere in dubbio le sue parole?
A meno di non pensare che Giuliano non si fidasse neppure del collega Giuseppe Crimi.
Il questore Vittorio Vasquez fu in servizio alla Squadra Mobile di Palermo come dirigente della Sezione Antirapine dal 1971 al 1973 e come dirigente della Sezione Investigativa dal 1973 al 1979, quindi passò alla Criminalpol della Sicilia Occidentale fino al 1980: all’epoca del processo Contrada era questore di Messina.
Nell’udienza del 10 gennaio 1995 Vasquez, citato da Crimi come uno dei funzionari che, insieme a Contrada e De Luca, indagò su Sindona, conferma quanto sostenuto dallo stesso Crimi:
AVVOCATO MILIO – “Lei è a conoscenza se il dottor Boris Giuliano a sua volta conoscesse o avesso conosciuto, per ragioni ovviamente investigative, l’avvocato Giorgio Ambrosoli?”
VASQUEZ – “No, non mi risulta.”
AVVOCATO MILIO – “Lei è a conoscenza se il dottor Giuliano e l’avvocato Ambrosoli, poco prima dell’uccisione di Boris Giuliano e di Ambrosoli che fu nello stesso arco di tempo, si siano incontrati in qualche posto, a Milano o altrove, insomma, si siano incontrati?”
VASQUEZ – “No, non mi risulta. Non lo so. Anche perché io ero in ferie dal 20 giugno e dovevo rientrare il 22 luglio. Ma l’avrei saputo.”
AVVOCATO MILIO – “L’avrebbe saputo, quindi lo può escludere. (…)”
PRESIDENTE INGARGIOLA – “Il dottor Giuliano le ha mai parlato di incontri con Ambrosoli ad aprile del 1979?”
VASQUEZ – “No!”
AVVOCATO SBACCHI – “Prima del 9 ottobre 1979, ossia il giorno dell’arresto di Vincenzo Spatola, si era mai parlato di Sindona alla Squadra Mobile? Alla presenza di Giuliano si era parlato mai di Sindona?”
VASQUEZ – “Con me no, mai.”
E allora? Boris Giuliano diffidava anche di Vittorio Vasquez?
3.
Antonio De Luca dichiara nell’udienza del 28 ottobre 1994:
DE LUCA – “Bruno Contrada e Boris Giuliano per me furono due modelli. (...) I rapporti tra Contrada e Giuliano furono sempre ottimi. Entrambi hanno sempre lavorato in perfetta sinergia. (...) C’era collaborazione continua. Non c’erano cose che si tenessero nascoste.”
AVVOCATO SBACCHI – “Il dottore Giuliano aveva la massima fiducia nel dottore Contrada o no?”
DE LUCA – “Sissignore!”
Qualcuno è venuto, forse, a dire che Boris Giuliano non si fidava neppure di Tonino De Luca?
4.
L’assistente di Polizia Guido Paolilli (in servizio alla Squadra Mobile di Palermo dal 1971 al 1975 presso
Un poliziotto di comprovata efficienza e integrità, dunque, che, nell’udienza del 20 gennaio
AVVOCATO MILIO – “Ma lei seppe qualche volta che il dottor Giuliano nascondesse la sua attività investigativa al dottor Contrada?”
PAOLILLI – “Lo escludo nel modo più categorico! Lo escludo!”
AVVOCATO MILIO – “Ma nessuno le ha detto mai che il dottor Giuliano non riteneva affidabile il dottor Contrada?”
PAOLILLI – “Assolutamente! Erano entrambi tutta una persona. Era un’accoppiata vincente. Ripeto, era la migliore dirigenza della Squadra Mobile di Palermo. Il mio miglior periodo, il periodo in cui c’erano il dottor Contrada ed il dottor Giuliano. Era un ufficio favoloso. Eravamo tutti una famiglia.”
D’accordo.
Anche sul conto di Paolilli, allora, Giuliano non doveva nutrire alcun affidamento.
L’ispettore Luigi Siracusa, in servizio alla Criminalpol della Sicilia Occidentale dal 1970 al 1993 ed in seguito passato alla Squadra Mobile di Palermo, ha ricordato nell’udienza del 7 marzo 1995:
SIRACUSA – “Proprio quando Giuliano era dirigente della Squadra Mobile è nato il rapporto di collaborazione con la polizia americana, con
Assieme al dottor Contrada.
Non all’oscuro di quest’ultimo.
Il prefetto Emanuele De Francesco ricorda nell’udienza del 31 maggio 1994:
DE FRANCESCO – “Il dottor Contrada non è stato mai escluso, è stato sempre in prima fila in tutte le operazioni di Polizia che ci sono state. Mai escluso! E’ stato sempre punto di riferimento!”
Stessa considerazione.
Questo Boris Giuliano, allora, non si fidava proprio di nessuno.
Neppure del prefetto De Francesco.
Alessandro Guadalupi, all’epoca in servizio alla Squadra Mobile presso
GUADALUPI – “Tra
8.
Vincenzo Boncoraglio, all’epoca dirigente della Sezione Volanti della Squadra Mobile di Palermo, ricorda nell’udienza del 10 gennaio 1995:
BONCORAGLIO – “
9.
Il prefetto Ferdinando Pachino, in quel tempo vicequestore vicario di Palermo, precisa nell’udienza del 5 settembre 1994:
PACHINO – “Il dottor Contrada è sempre stato il punto di riferimento di TUTTE LE INDAGINI DI MAFIA. (…) E’ stato sempre il perno di tutta l’attività investigativa e il punto di riferimento di tutti i colleghi che trattavano di mafia. Era l’archivio storico, essendo stato a suo tempo dirigente della Sezione Investigativa, era quello che conosceva più di tutti le situazioni più o meno delicate della Palermo dell’epoca.”
10.
Salvatore Agrifoglio, agente di polizia e autista di Boris Giuliano, ha ricordato nell’udienza del 22 luglio 1994:
AGRIFOGLIO – “Non ho mai assistito a nessun battibecco, a nessun contrasto fra il dottor Giuliano ed il dottor Contrada.”
11.
Luigi Alfieri, maresciallo in servizio alla Squadra Mobile di Palermo dal 1966 al 1970 alla Sezione Catturandi e dal 1970 al 1984 alla Sezione Antimafia e alla Sezione Investigativa, sottolinea nell’udienza del 9 febbraio 1995:
ALFIERI – “Il dottor Giuliano ed il dottor Contrada erano fraterni amici.”
AVVOCATO SBACCHI – “Collaboravano il dottor Giuliano ed il dottor Contrada nelle indagini, anche quando il dottor Contrada era alla Criminalpol?”
ALFIERI – “Sì, sì, senz’altro!”
12.
Francesco Belcamino, sottufficiale in servizio alla Squadra Mobile di Palermo dal 1972 al 1976 alle Volanti e dal 1976 al 1984 alla Sezione Omicidi e alla Sezione Investigativa, ricorda nell’udienza del 20 gennaio 1995:
BELCAMINO – “I rapporti fra il dottor Contrada e il dottor Giuliano erano buoni e andavano al di là dell’amicizia professionale. Il dottor Giuliano si è sempre fidato del dottor Contrada.”
13.
Il questore Ignazio D’Antone, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo dal 1971 al 1985, ricoprì in seguito altri incarichi nevralgici nell’àmbito delle forze dell’ordine ma, alla fine della sua carriera, ha condiviso il destino di Bruno Contrada: una serie di accuse infamanti e mai del tutto provate lo hanno condotto dentro una cella del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, dove, al momento in cui scriviamo, sta ancora scontando una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nell’udienza del 14 luglio 1994 D’Antone così parla:
AVVOCATO MILIO – “Le risulta se Boris Giuliano ha svolto indagini sulla vicenda Sindona e se ha indagato sulla Banca Privata Italiana di Michele Sindona?”
D’ANTONE – “No, no, questo no. Giuliano non ebbe il tempo, probabilmente, perché se fosse vissuto…”
AVVOCATO MILIO – “Le risulta che, poco prima di essere ucciso, Boris Giuliano si sia recato a Milano per incontrare l’avvocato Giorgio Ambrosoli?”
D’ANTONE – “Assolutamente no! Noi l’avremmo saputo perché eravamo a stretto contatto di gomito tutti i giorni, signor Presidente. Lui a Milano non c’è mai andato…”
D’accordo ancora una volta, allora.
Anche se questo fatto non è mai venuto fuori, neppure nel corso del processo D’Antone, evidentemente Giuliano non si fidava neppure di Ignazio D’Antone.
4.4. Epilogo.
O, forse, Boris Giuliano non si fidava di nessuno.
Fino al punto di non lasciare alcuna traccia di questo viaggio a Milano.
Scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza di condanna in primo grado, alle pagine 1364-1365: “E certamente la circostanza che il Giuliano non ha lasciato traccia di alcuna richiesta per una formale autorizzazione ad effettuare tale missione agli atti del proprio fascicolo personale, non può essere ritenuta decisiva ai fini della sua esclusione, attesa l’assoluta discrezione che a tale incontro doveva necessariamente riservarsi, tanto più, come egli stesso aveva confidato ad un suo stretto collaboratore ed amico, Thomas Tripodi, aveva iniziato a diffidare del suo stesso ambiente ed in particolare del dottor Contrada”.
Ma è davvero plausibile pensare che Giuliano non si fidasse di nessuno di coloro con cui aveva lavorato per anni, ritenendoli tutti degli infidi o dei traditori?
Che non abbia informato di nulla neppure il suo superiore diretto, ossia il questore di Palermo o l’Autorità Giudiziaria?
Che abbia rischiato di incorrere, in caso di imprevisti, in severe sanzioni disciplinari per l’inosservanza delle norme stabilite per le missioni fuori sede?
Che sia stato a conoscenza di fatti gravissimi come l’inaffidabilità di un poliziotto del rango di Bruno Contrada e l’abbia confidata soltanto a Tom Tripodi, l’ultimo arrivato?
Che non abbia preso altre precauzioni in materia, visto che il presunto passaggio al nemico di un uomo importante come Contrada era un fatto che oggettivamente rischiava di mettere in pericolo la vita di tanti poliziotti e carabinieri impegnati in delicate indagini?
Perché, in questo processo, oltre a mettere in dubbio l’onestà e l’intelligenza dell’imputato (che, ad esempio, in un momento in cui i mitra cantavano fin troppo sarebbe stato tanto stupido da fare a dei mafiosi “soffiate” su operazioni di polizia che nessuno aveva pensato di organizzare), si è dovuta di fatto mettere in discussione anche la correttezza e la scrupolosità di uomini e poliziotti eccezionali come Boris Giuliano? O, come vedremo più sotto, l’agire di uomini e magistrati altrettanto eccezionali come Giovanni Falcone, che non si sarebbe fidato di Contrada ma non avrebbe approfittato né delle prime dichiarazioni di Tommaso Buscetta nel 1984 nè del famoso sorriso di Oliviero Tognoli? Anzi avrebbe anche scritto un encomio di proprio pugno a favore di Bruno Contrada?
Non che questa sia stata l’intenzione dei giudici che si sono trovati a decidere della sorte di Bruno Contrada, per carità!
Ma dar credito a dichiarazioni come quelle di Tom Tripodi o a vicende come quella di Tognoli significa automaticamente sminuire l’accortezza e la preparazione di uomini che, come Giuliano e Falcone, hanno dimostrato ben altro nel corso della loro vita e della loro brillante carriera.
Falcone che difenderebbe una persona di cui sospetta?
E perché non il conte Vlad a capo di una confraternita della buona morte?
O magari Landru che lotta accanto alle suffragette per i diritti delle donne.
Un’altra cosa.
E, perdonateci, ci ripetiamo ancora.
Perché, di fronte ad affermazioni come quelle di De Sena, i giudici hanno preferito credere alle accuse (da altre parti provenienti e non provate) circa una presunta diffidenza di Falcone nei confronti di Contrada?
In questo contesto di informazione e disinformazione rientrano gli articoli de L'Espresso del 23 luglio e del 13 agosto 1989 (ovvero i già citati articoli di Sandro Acciari e Roberto Chiodi che sono entrati a far parte del voluminoso fascicolo del processo Contrada, nda).”
4. LANDOLINA, GOTTUSO
E ALTRI TIPI RACCOMANDABILI...
Gaetano Costa, solo accidentalmente omonimo del coraggioso magistrato assassinato dalla mafia nel 1980, è un esponente della ‘ndrangheta calabrese che si “pente” nel 1994. Non può non narrare anch’egli qualcosa sul conto di Bruno Contrada, e così rivela ai giudici che, un giorno della fine del 1992, mentre si trovava detenuto in una cella del carcere dell’Asinara in compagnia di Vincenzo Spadaro detto Cecè, Cosimo Vernengo e Pietro Scarpisi, nell’apprendere dalla televisione dell’arresto di Bruno Contrada, vede Spadaro mettersi la mani ai capelli e lo ode esclamare: “nnu cunsumaru!”. Nell’udienza dell’1 giugno 1995 reitera il racconto e il PM Ingroia gli chiede:
E’ strano che la reazione di Spadaro rimanga senza conseguenze, soprattutto se la notizia dell’arresto di Contrada costituiva davvero una cattiva novella per Cosa Nostra. Basterebbe questo per non degnare neppure di attenzione il racconto del “pentito”, ma sentite cosa dichiarano i suoi compagni di cella dell’epoca nell’udienza dell’11 luglio 1995:
Ma il Tribunale ha sostenuto in sentenza la “genuinità” dello stesso Costa sostenendo, a pagina 1108 delle motivazioni, che “Spadaro è stato reticente perché consapevole della gravità di quella estemporanea reazione pòsta in essere in presenza di altri soggetti”. Ma i giudici non dicono nulla circa le dichiarazioni di Vernengo e Scarpisi “attribuendo alle loro testimonianze” – come scrivono gli avvocati Sbacchi e Milio nel ricorso in appello – “un valore probatorio nullo a priori”.
Insomma, lo abbiamo già detto e siamo, purtroppo, costretti a ripeterlo.
Sembra che ogni volta che un mafioso parli contro Contrada sia credibile ma se, al contrario, lo scagiona, allora non possa essere degno di fiducia.
Citiamo, al proposito, una circostanza extraprocessuale.
Ecco quanto Giacomo Riina, zio del più celebre Totò, dichiara in un’intervista a Cristiano Lovatelli Ravarino: "
Questa dichiarazione è stata fatta al di fuori del processo, dunque i giudici non potevano tenerne conto.
Ma l’opinione pubblica sì.
Tirando le somme, la conclusione sembra essere la seguente: il “pentito” Costa parla e, anche se smentito, “deve” aver ragione. Chi lo smentisce (non una ma tre persone) o ha torto perché è reticente oppure non ha alcun valore di testimone.
A saperlo prima, si poteva risparmiare a Spadaro, Scarpisi e Vernengo la fatica di venire in aula.
b.
Sentite, infatti, cosa risponde Pirrone ad una domanda del Presidente:
Naturalmente, senza alcuna indicazione da parte di Maurizio Pirrone su queste operazioni, su quali fossero e a carico di chi.
Lui fatti specifici non ne sa.
Tocca, quindi, alla difesa. Davanti alla quale Pirrone inizia praticamente a balbettare:
Pirrone non ha saputo riferire fatti specifici, ma basta la semplice ombra di sospetto che ha gettato.
Un’ombra che è sufficiente per creare una “convergenza del molteplice” con i semplici sospetti mai riscontrati provenienti da altri “pentiti”.
Rispondono gli avvocati nel ricorso in appello: “la propalazione di Pirrone, tardiva, imprevedibile, generica, infondata, incontrollabile, caratterizzata dal tipico e classico sistema della costruzione della calunnia, consistente nell’inserimeno o innesto dell’elemento falso (le “soffiate” di Contrada ai mafiosi, nda) sull’elemento vero (Contrada si recò a vedere spettacoli al Madison e fruì come tantissimi funzionari pubblici di biglietti omaggio, nda), con parvenza di verità per l’assenza di qualsiasi rapporto personale tra il calunniatore e il calunniato che possa far obiettare la sussistenza di motivi di rancore, rappresaglie o vendetta, è, e tale è rimasta, menzogna e calunnia, nonostante ogni artifizio logico, induttivo o deduttivo. (…) Che Pirrone abbia mentito non c’è dubbio; dubbio sussiste sul motivo che lo ha determinato alla menzogna”.
4. VIA D’AMELIO
Inoltre che nel Castello Utveggio, sul Monte Pellegrino, da dove sarebbe stato premuto il telecomando che avrebbe azionato l’ordigno di Via D’Amelio, ci fossero degli uffici segreti del SISDE non è mai stato accertato. Sul punto, inoltre, come lo stesso Contrada ha più volte lamentato, non sono mai stati interrogati i capi del centro SISDE di Palermo che si sono avvicendati in quella carica nei primi anni ’90.
Contrada non è neppure coinvolto nella sparizione della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino sùbito dopo l’attentato di Via D’Amelio. Bruno Contrada non ha nulla a che fare con questa vicenda. Nel febbraio 2006, infatti, stampa e televisione riportano la notizia secondo la quale a prendere la la borsa del giudice con l’agenda sarebbe stato il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli. Il 7 febbraio 2006 il TG1 delle 20,00 trasmette addirittura un filmato in cui appare l’ufficiale dei Carabinieri con in mano la borsa. Il Corriere della Sera dell’8 febbraio cita anche il giudice Giuseppe Ayala: “Ayala: diedi a un colonnello la valigetta di Borsellino – Il contenitore di pelle venne rimesso nell’auto, ma sparì l’agenda. Oggi l’ex-PM sarà interrogato – Il caso riaperto grazie ad un video”. L’Unità del 9 febbraio riporta: “Agenda di Borsellino: scontro tra comandante dei Carabinieri e Ayala”.
Il capitano Arcangioli, divenuto nel frattempo colonnello, verrà processato e assolto nel 2007.
E da nessun grado di quel processo era mai emersa alcuna responsabilità dell’ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo.
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Quelle che seguono sono le propalazioni, le domande, le conclusioni " a pappardella" che tutti i detrattori di Contrada hanno imparato a memoria, leggendo i libri all'incontrario alla solita scuola dei professori del cavolo! Tutto ciò che avete letto fin qui è la risposta a quello che leggerete qui sotto:
"Ciò mi dimostra che non hai letto la sentenza di condanna di Bruno Contrada, perchè se l'avessi letta avresti scoperto che non è vero che è stato condannato per le accuse di qualche pentito, ma anche per le testimonianze di giudici, poliziotti, uomini delle istituzioni, persino quelle di Falcone e Borsellino, che non fidavano per niente di Contrada. Poi i magistrati non si bevono tutte le cose che i pentiti dicono senza accertare la verità con riscontri oggettivi; tant'è vero che una decina di pentiti che accusavano Contrada sono stati giudicati inattendibili.
Le domande di questo signorino sono lecite e rispettabili ma senza un reale interesse a voler conoscere; riporto quanto scrittomi da Salvo Giorgio, al quale ho chiesto aiuto per dare risposte esaustive. Tempo sprecato per queste teste di rapa che non vogliono sapere un bel nulla;
In allegato la storia del fermo di John Gambino come è emersa dagli atti del processo e dalle varie testimonianze di tutti coloro che hanno avuto un ruolo in quella vicenda. La cosa triste è che troppa gente VUOLE credere che i giudici non possano sbagliare. La sentenza è lapidaria, ma non è assolutamente conforme sul piano logico a ciò che è emerso dal processo: di conseguenza, chiunque legga solo la sentenza (ammesso che la legga veramente e non si limiti a dei semplici "reportage" su di essa fatti da un Travaglio o affini) non è in grado di capire quanto i giudici, in maniera assurda, si siano discostati da ciò che è emerso dal processo. Un pentito che dichiara di non aver detto nulla su Contrada il 3 aprile 1993 perchè in quel momento "era stanco" e voleva "far cessare l'interrogatorio", e poi rilascia un'altra pagina e mezzo di risposte messe a verbale (circa un'altra ora e un quarto) viene creduto dai giudici, i quali in sentenza scrivono che il pentito non parlò di Contrada solo perchè era stanco! Stranamente, poi, dopo la sentenza Contrada di primo grado, viene fuori un altro verbale di interrogatorio di quel pentito, rilasciato il giorno prima, ossia il 2 aprile 1993, in cui allo stesso modo il pentito risponde di non sapere nulla su Contrada: era stanco anche il giorno prima? Oppure si "stancava" sempre appena sentiva il nome di Contrada? Eppure i giudici hanno creduto alla sua stanchezza... E chi, come il signore che ti ha scritto, legge solo la sentenza, non sa che dal processo è emerso spesso tutto il contrario! Assurdo!
Salvo Giorgio
.1. Il fermo di John Gambino.
Tutto parte dal falso sequestro di Michele Sindona, avvenuto il 2 agosto 1979, quando il banchiere siciliano sparisce improvvisamente e misteriosamente da New York.
Il 9 ottobre 1979, proprio durante la presunta prigionia di Sindona, viene arrestato a Roma, nello studio dell’avvocato Rodolfo Guzzi (legale di Sindona), il mafioso Vincenzo Spatola, fratello del boss Rosario e coinvolto nel finto sequestro del banchiere: Vincenzo Spatola stava consegnando una lettera all'avvocato Guzzi, già destinatario di numerose minacce.
Ricorda lo stesso Contrada nell’udienza del 16 dicembre 1994:
CONTRADA – “Sulla mia agenda da tavolo, il giorno 8 ottobre 1979, trovo un'annotazione: ‘dottor Ciccone, Squadra Mobile, Roma’ (il dottor Ciccone era il vicedirigente della Squadra Mobile di Roma, in quel periodo; il dirigente era il dottor Masone) e poi un'altra annotazione sotto: ’questione Sindona - perquisizione Spatola’, perchè, evidentemente, ci dicono di andare a perquisire l'abitazione di Vincenzo Spatola. Il giorno successivo non c'è nulla di relativo a questa vicenda; noto soltanto che c'è nel pomeriggio una riunione in Prefettura, un vertice per l'ordine pubblico, ma non credo che sia per Spatola, credo che sia, se ben ricordo, per il delitto Terranova, che era avvenuto il 25 settembre precedente. L'11 ottobre trovo un'annotazione che dice: 'telefonato dottor Ciccone, dottor Vasquez, Roma'. Quindi, evidentemente, ho telefonato alla Squadra Mobile di Roma al dottor Ciccone, che si occupava delle indagini su Spatola, e ho parlato anche con Vasquez, perchè, dopo l'arresto di Vincenzo Spatola, avevo mandato proprio il dottor Vittorio Vasquez a Roma a seguire le indagini, mentre a Palermo le indagini le seguiva il dottor Antonio De Luca. Lo stesso giovedì 11 ottobre io ho un incontro con il tenente colonnello dei Carabinieri Antonio Subranni, che era allora il comandante del Reparto Operativo dei Carabinieri, perchè anche i Carabinieri si interessavano con noi di questa vicenda Spatola. I primi mesi le indagini le facemmo assieme. Questo stesso giorno, ed è importante, perchè spiega poi la successione degli eventi. Io ricevo una telefonata dal maresciallo Crofa, che era il comandante della matricola del carcere di Spoleto, siamo a giovedì 11 ottobre, e Crofa mi dice che c'è un detenuto, Vincenzo De Caro, che vuole parlarmi. Lo stesso 11 ottobre, e questo lo ricordo bene perchè ho trovato copia del mio appunto, io faccio un appunto al questore Epifanio, dicendo che ho ricevuto questa telefonata e questo maresciallo mi ha detto che un detenuto voleva parlarmi, un detenuto in espiazione di pena, per dirmi delle cose che potevano interessare le indagini e che io ritenevo opportuno avere questo colloquio.”
Previa autorizzazione del questore, dunque, il 12 ottobre, con un telex al Ministero degli Interni, viene chiesta l'autorizzazione per la trasferta di Contrada a Spoleto.
Ma quel giorno avviene qualcosa di importante ed inaspettato.
Il 12 ottobre, infatti, il boss italo-americano John Gambino, cugino di Rosario e Vincenzo Spatola, anch'egli coinvolto nel falso sequestro di Sindona, viene sorpreso al Motel Agip di Palermo dal maresciallo Curcio della Sezione Antimafia della Squadra Mobile.
Curcio informa immediatamente Contrada, suo diretto superiore, il quale gli invia rinforzi, si reca personalmente sul luogo, partecipa al pedinamento, insomma segue e coordina scrupolosamente tutta l'operazione che conduce John Gambino a sedersi direttamente di fronte ad una delle scrivanie della Questura di Palermo.
Ricostruiamo tutta l’operazione con l’ausilio delle testimonianze dei poliziotti che vi parteciparono.
La fattiva presenza e la precisa supervisione di Bruno Contrada, nonché la sua correttezza assoluta, nel corso del fermo di John Gambino, sono state confermate dal maresciallo Curcio nell'udienza del 7 febbraio 1995:
AVVOCATO MILIO – “E che le disse il dottor Contrada?”
CURCIO – “Il dottore Contrada mi disse: ‘Va bene, guardi, non lo fermi. Veda un pochettino se vengono persone a parlare con lui’. E anzi mi mandò il maresciallo Sorce della Criminalpol, col quale siamo stati. Ad un dato momento, il Gambino chiama un taxi e va all'Alitalia per confermare la sua partenza, poi va in barberia, là all'albergo, per farsi la barba, poi chiama un'altra macchina con la quale si porta verso Passo di Rigano, dove scende dalla macchina e sale su un'altra macchina per andare verso Bellolampo. Saranno state le due, vedo il dottore Contrada, ero in macchina. Il dottore Contrada mi disse: ‘Guardi, non si preoccupi, probabilmente sta andando a Torretta’. A fare il ‘consolato’ (praticamente un omaggio funebre, nda) dove c'era il morto, dato che si vede che avevano rapporti.”
PRESIDENTE INGARGIOLA – “Chi è che era morto?”
CURCIO – “Era morto Di Maggio, Saro Di Maggio, una persona molto, insomma...”
PRESIDENTE INGARGIOLA – “Era parente di questo Di Maggio?”
CURCIO – “Ah, non lo so, guardi, non lo so. Tra di loro, poi, anche se non erano parenti, comunque uno...”
AVVOCATO MILIO – “Quindi, diciamo, quello che lei ha saputo lo ha saputo dopo. Specificamente, che incarico le diede il dottor Contrada? Proprio, che le disse a proposito di Gambino?”
CURCIO – “Mi disse di non fermarlo, di vedere...”
AVVOCATO MILIO – “Di seguirlo?”
CURCIO – “Di seguirlo. E certo, l'ho seguito fino a Passo di Rigano, per vedere se veniva avvicinato da qualcuno da potere identificare, eventualmente. Questo...”
AVVOCATO MILIO – “Quindi, diciamo, c'era l'incarico di seguirlo, vedere tutto quello che faceva. Quindi, controllarne i movimenti.”
CURCIO – “Certo. Tanto che l'ho seguito fino a quel posto.”
Il pedinamento, disposto e coordinato da Contrada, prosegue anche con l'apporto del maresciallo Salvatore Urso, ex-sottufficiale in servizio alla Criminalpol di Palermo dal 1965 al 1984, che, sempre nell'udienza del 7 febbraio 1995, ricorda:
URSO – “Un giorno, non mi ricordo quando è stato, l'ho pedinato (John Gambino, nda) fino nei pressi di Torretta e dopo, di mia iniziativa, informando la sala operativa, non l'ho pedinato più perchè ho ritenuto opportuno così, temendo che nel centro abitato sarei stato scoperto.”
AVVOCATO SBACCHI – “Sì.”
URSO – “E così, l'ho abbandonato. Poi, in seguito, si è saputo che era andato, non so, da parenti, un funerale, una cosa del genere.”
AVVOCATO SBACCHI – “Cioè, lei l'ha seguito con una certa discrezione... Ho capito bene?”
URSO – “Sì. Poi Gambino venne fermato perchè lui doveva chiarire.”
Il maresciallo Urso conferma dunque tre cose importanti: il pedinamento di John Gambino predisposto da Bruno Contrada; la visita di lutto effettuata da Gambino; la sua desistenza dal pedinamento per paura di essere scoperto, non certo per ordine di Contrada, tant'è vero che lo stesso Urso ricorda che poi Gambino venne fermato.
Gambino rimane negli uffici della Questura di Palermo per circa un giorno e mezzo.
Il fatto che egli sia un nome importante di quelle famiglie mafiose americane sui cui rapporti con le famiglie mafiose siciliane
3.1.1. La telefonata di Bruno Contrada al giudice Imposimato.
Sull'agenda di Bruno Contrada, alla pagina del 12 ottobre 1979, appare il numero telefonico dell'abitazione privata del giudice Imposimato.
Questo prova che Contrada, che in più occasioni ha dimostrato precisione e accuratezza quasi pedante nelle annotazioni sulle sue agende (senza sapere che poi, in alcuni casi, alcune di queste annotazioni gliele avrebbero inopinatamente ritorte contro), telefonò effettivamente al giudice Imposimato.
Perché usare le agende di Bruno Contrada soltanto contro di lui?
3.1.2. L’incontro tra Bruno Contrada e il giudice Imposimato a Roma il 13 ottobre 1979.
Il 13 ottobre 1979, ossia il giorno dopo il fermo di John Gambino, Contrada, come risulta anche dalla sua agenda, si reca a Roma insieme al tenente colonnello dei Carabinieri Subranni per partecipare ad una riunione presso la Criminalpol Centrale.
La riunione, fissata per mezzogiorno, è presieduta proprio dal giudice Imposimato. Quest'ultimo, presa visione del verbale dell'interrogatorio di John Gambino, avvenuto la sera precedente nella sede della Squadra Mobile di Palermo, dà a Contrada precise disposizioni di non trattenere oltre lo stesso Gambino, non emergendo alcun motivo che possa giustificare un provvedimento cautelativo e tenuto conto che la situazione investigativa è ancora molto confusa.
E' stato lo stesso giudice Imposimato, nell'udienza del 31 marzo
IMPOSIMATO – “All'epoca in cui istruii il processo Sindona non si era ancora stabilito se la scomparsa del banchiere fosse dovuta a sequestro di persona oppure fosse un fatto volontario, quindi eravamo nella fase delle indagini e quindi della ricerca di prove obiettive che, diciamo, facessero capire a me e al pubblico ministero Domenico Sica quali erano le circostanze della scomparsa e se Michele Sindona si trovasse negli Stati Uniti o in Sicilia. Insomma, era una fase molto fluida, molto incerta delle indagini istruttorie, comunque ricordo abbastanza bene questa fase, tenuto conto che sono passati, credo, sedici anni dal momento dei fatti. (…) Diciamo che quello che ricordo è che, dopo che abbiamo ricevuto gli atti, non sapevamo quale fosse l'imputazione da elevare e quindi non c'era altro...”
PRESIDENTE INGARGIOLA – “L'imputazione da elevare a chi?”
IMPOSIMATO – “Appunto perchè era stato arrestato a Roma Vincenzo Spatola, per estorsione, credo, e quindi era un'imputazione un po' isolata perchè Vincenzo Spatola, fratello di Rosario Spatola, era andato dall'avvocato Rodolfo Guzzi a portare quella famosa lettera, però era un episodio limitato. Tutte le indagini collegate erano indagini nelle quali non si sapeva quale ruolo dare ai vari protagonisti che di volta in volta venivano alla luce nel corso di queste stesse indagini collegate rispetto all'arresto di Vincenzo Spatola. Quindi, diciamo, in quel momento, ripeto, la nostra prima preoccupazione fu quella di capire se si trattava di un sequestro di persona o di una scomparsa volontaria che potesse portare al ricatto, cioè capimmo che ci trovavamo di fronte ad un ricatto consumato da Sindona, perchè c'erano già state molte lettere.”
Il 13 ottobre 1979, sùbito dopo la già menzionata riunione con Imposimato presso la sede della Criminalpol Centrale a Roma, Contrada, seguendo l'indicazione di Imposimato, dà ad Antonio De Luca, il funzionario della Squadra Mobile di Palermo che, come abbiamo visto, seguiva le indagini sul caso Sindona nel capoluogo siciliano, disposizione di rilasciare John Gambino.
E' Vittorio Vasquez, il funzionario che, come già detto, fu mandato da Contrada a Roma per collaborare con
Nell'udienza del 10 gennaio 1995 Vasquez afferma, infatti, quanto segue:
VASQUEZ – “In quel periodo, attorno all'ottobre del 1979, fu riscontrata qui a Palermo la presenza di parecchi italo-americani, fra cui John Gambino, che prese alloggio in alberghi diversi. Poi, quando fu individuato mentre andava all'aeroporto, fu portato in ufficio.”
AVVOCATO SBACCHI – “Cioè, in sostanza, c'era stato un servizio che riguardava John Gambino?”
VASQUEZ – “John Gambino, sì.”
AVVOCATO SBACCHI – “Cioè che cosa? C'era un'attività di polizia?”
VASQUEZ – “Un'attività di polizia.”
AVVOCATO SBACCHI – “Controllo? Che cosa era?”
VASQUEZ – “Un'attività di controllo con chi si incontrava, con quale macchina viaggiava, quando poi stava per portarsi in aeroporto, se non sbaglio, fu bloccato e portato in ufficio. Però io quella sera non c'ero perchè ero a Roma.”
AVVOCATO SBACCHI – “Lei era a Roma per quali ragioni?”
VASQUEZ – “Per incontrarmi col dottor Imposimato per la questione Sindona.”
AVVOCATO SBACCHI – “Sempre per la questione Sindona?”
VASQUEZ – “Sì, e l'indomani mattina sono venuti pure il dottore Contrada ed il colonnello Subranni, se non sbaglio, e si è discusso con Imposimato della posizione di John Gambino. E lui, Imposimato, disse di lasciarlo andare perchè non c'erano elementi per poterlo fermare.”
Vasquez conferma la cosa, ovviamente, anche nel controinterrogatorio condotto dal pubblico ministero:
PM INGROIA – “In quella circostanza (sempre la riunione cui parteciparono Contrada ed Imposimato negli uffici della Criminalpol Centrale di Roma, nda) si parlò anche della presenza di John Gambino negli uffici della Mobile di Palermo?”
VASQUEZ – “Si parlò di che cosa dovevamo farne di John Gambino, se gli elementi che il dottor Imposimato aveva in suo possesso li ritenesse insufficienti per poterlo arrestare. E l'ho detto, no?”
INGROIA – “Sì. Mi scusi, in quella circostanza voi analizzaste il problema sul presupposto che John Gambino era in Questura a Palermo, se si poteva lasciarlo andare via o no? Ho capito bene?”
VASQUEZ – “Almeno che mi ricordo, sì.”
3.1.3. L’amnesia del giudice Imposimato.
Imposimato dice a Contrada che non ci sono elementi sufficienti a carico di Gambino perché l’Autorità Giudiziaria possa convalidare il fermo come la legge richiede, e così, dopo circa un giorno e mezzo, Gambino lascia
Non certo per iniziativa di Bruno Contrada bensì su precisa direttiva del giudice Imposimato.
Tutto ciò viene ricordato, sempre nell’udienza del 7 febbraio 1995, dal maresciallo Calogero Salamone, che così risponde alla domanda del Presidente della Corte:
PRESIDENTE INGARGIOLA – “E quanto durò la custodia di Gambino in ufficio?”
SALAMONE – “Durò circa un giorno e mezzo, comunque fino alla sera, quando io, poi, sono andato via, a sera tardi era ancora lì, nel nostro ufficio. Poi, l'indomani, ho saputo che era stato rilasciato su disposizione del magistrato che dirigeva le indagini.”
Occorre rilevare anche che Salamone, nel riferire di una custodia durata “un giorno e mezzo”, intende precisare che tale custodia si protrasse dal 12 al 13 ottobre 1979.
Ciò è stato confermato anche dal maresciallo Urso e dall'avvocato Cristoforo Fileccia, legale di Gambino, nell'udienza dell'11 aprile 1995:
CRISTOFORO FILECCIA – “Gambino si recò nel mio studio quasi contestualmente al suo rilascio, e cioè nel tardo pomeriggio o in prima serata, non oltre le 21-21,15, perchè io tutte le mattine son qua (a Palazzo di Giustizia, nda), questa è la mia seconda casa.”
Visto che Gambino fu fermato il 12 ottobre ed interrogato nella tarda serata dello stesso giorno (ben oltre le “21-
Il ricordo di Fileccia smentisce quanto affermato nella sentenza, cioè che, risultando che Gambino aveva pagato il conto dell'albergo anche per la notte del 12 ottobre, questo avrebbe dovuto significare che aveva trascorso la notte in albergo.
Una deduzione che appare alquanto forzata.
Gambino può aver pagato in anticipo, e, inoltre, il solo fatto di aver pagato per un servizio non vuol dire necessariamente che si è usufruito di quel servizio, soprattutto se è intervenuto un fatto imprevisto come un fermo di polizia.
Commentando l'affermazione contenuta nella sentenza sul pernottamento di Gambino in albergo, gli avvocati Sbacchi e Milio scrivono nell'atto di impugnazione della sentenza medesima: “Rimane risibile l'affermazione contenuta in sentenza secondo cui, avendo il Gambino pagato il conto dell'albergo anche per la notte del 12 ottobre, ciò significherebbe che ivi vi ha trascorso la notte: ogni commento è superfluo e sarebbe offensivo per chi legge”.
Perché, nonostante quanto affermato dal maresciallo Salamone e da Vittorio Vasquez, non ricorda di essere stato lui a dire che John Gambino poteva essere rilasciato perché non c’erano elementi sufficienti per convalidare il fermo?
PM INGROIA – “Sì, mi scusi se la interrompo, poi magari ci ritorniamo su questo punto, abbiamo un attimo divagato dalla domanda. La domanda in termini precisi è questa, la ripeto: lei ha mai saputo che John Gambino, in un certo momento, e precisamente, ripeto, il giorno dopo la formalizzazione del processo, fu accompagnato presso gli uffici della Questura di Palermo e i funzionari, a prescindere da chi, la contattarono chiedendole istruzioni sul da farsi? Lei ha mai saputo che John Gambino fu alla Questura di Palermo, sì o no?”
IMPOSIMATO – “No.”
PM INGROIA – “Non l'ha mai saputo.”
IMPOSIMATO – “L'ho saputo dopo, ovviamente, dopo la perquisizione.”
PM INGROIA – “Quale perquisizione?”
IMPOSIMATO – “Dopo la perquisizione che fu fatta, perchè la figura di John Gambino è legata ad un episodio importante che credo non risulti dagli atti del processo, cioè al fatto che fu trovato in suo possesso un documento. Questo poi venne fuori quando ricevemmo il rapporto, un documento in cui era scritto ‘Frank Food, New York, tva
Il giudice Imposimato, dunque, dice di non ricordarsi della telefonata di Bruno Contrada ma ribadisce di continuo quella che, in quel momento, era la totale incertezza dell'attività investigativa da parte della polizia giudiziaria e dell'attività istruttoria da parte della magistratura: con la logica conseguenza, testualmente ricordata dallo stesso Imposimato, che “non si sapeva quale ruolo dare ai vari protagonisti che di volta in volta venivano alla luce”. Dunque, nulla si sapeva di preciso neppure intorno al ruolo di John Gambino.
E nulla era a disposizione dei magistrati inquirenti per poter convalidare il fermo dello stesso Gambino.
E se non c'era alcun elemento contro Gambino in mano alla magistratura romana, che si stava occupando da tempo del caso Sindona, che elementi avrebbe dovuto avere in mano Bruno Contrada per trattenere l'italo-americano, considerando, fra l'altro, che era soltanto da pochissimi giorni che
NOTA di Agnesina----ma i tabulati telefonici non esistono se a favore di Contrada?
Proviamo a mettere un po’ d’ordine.
Un mafioso (John Gambino) fermato ma rilasciato perchè in quel momento non imputabile.
E rilasciato non su iniziativa del poliziotto che lo ha fatto pedinare e ha coordinato l'intera operazione per fermarlo (Bruno Contrada), ma su autorizzazione del magistrato inquirente (Ferdinando Imposimato).
Un magistrato che poi, però, non ricorda di aver dato questo avallo.
Lo ricordano bene, però, un altro poliziotto, Vittorio Vasquez, presente all'incontro fra il collega Contrada ed il giudice Imposimato, ed un altro poliziotto ancora, il maresciallo Calogero Salamone, non presente all'incontro ma informato dei suoi esiti.
E' la parola di tre poliziotti (uno imputato, gli altri due testimoni) contro quella del magistrato.
I giudici hanno creduto alla seconda, definendo uno dei due poliziotti testimoni, il dottor Vittorio Vasquez, “uno stretto collaboratore ed amico del dottor Contrada, rivelatosi particolarmente sensibile alla sua posizione” (pagina 1303 della sentenza di condanna di primo grado) e non tenendo in alcuna considerazione le affermazioni convergenti dell'altro poliziotto testimone, il maresciallo Salamone.
Viene ancora una volta fatto di pensare a che cosa serva difendersi in un processo se i testimoni che sostengono le tesi dell'imputato (e che sono essi stessi alti esponenti delle Istituzioni) non debbano essere creduti, venendo addirittura tacciati di aver detto il falso per una questione di amicizia con l'imputato medesimo.
E se Vasquez ha veramente detto il falso, come mai nessuno lo ha denunciato per questo? Stessa domanda circa il maresciallo Salamone.
“Presumibilmente” – scrivono gli avvocati nell'atto di impugnazione in appello della sentenza di primo grado – “in questo processo
Non solum, sed etiam i giudici stigmatizzano come “tortuosa” l'intera linea difensiva sul punto dello stesso poliziotto imputato, Bruno Contrada.
Una linea che risulta da atti e testimonianze ben precise, ma che i giudici definiscono tortuosa forse per via della faticosa ricostruzione che lo stesso imputato, peraltro già provato da una lunga detenzione in regime di carcerazione preventiva, ha fatto circa avvenimenti accaduti ben quindici anni prima.
“Io, per riferire in maniera molto precisa, dettagliata” – ha dichiarato lo stesso Contrada nella già ricordata udienza del 16 dicembre 1994 – “avrei bisogno della consultazione di tutta la documentazione, perchè è pressocchè impossiubile ricostruire nei minimi passaggi fatti di quindici anni fa (...) E si corre il rischio di dire cose inesatte non volendo, perchè sono migliaia i dati, signor Presidente, migliaia gli avvenimenti, gli episodi, le storie in cui io sono stato dentro, migliaia le carte scritte, le relazioni, gli appunti, i rapporti, non si può avere tutto in testa. Quando io sono stato sottoposto ad esame da parte della Pubblica Accusa su questo argomento, non avevo visto le pagine della mia agenda da tavolo, quella che era sulla mia scrivania, dove segnavo le telefonate del mese di ottobre del 1979, poi, dopo aver avuto queste pagine, da semplicissime annotazioni ho ricostruito tutta la vicenda del fermo di John Gambino e dell'interrogatorio”.
E' normale che possa volerci del tempo per ricostruire fatti antichi, soprattutto quando nel corso degli anni si è svolta un'attività, come quella di Bruno Contrada, che definire a tratti frenetica sarebbe soltanto riduttivo.
E quando ci si è occupati di centinaia di casi, si è avuto a che fare con centinaia e centinaia di nomi, si sono ricevute o stilate migliaia di relazioni, note e carte varie.
3.2. Il rapporto giudiziario firmato da Bruno Contrada il 21 ottobre 1979.
Fu, dunque, il giudice Imposimato a dire a Contrada che poteva lasciar andare John Gambino.
Secondo l'accusa, invece, Contrada avrebbe lasciato andare Gambino per rendere il “solito” favore alla mafia.
Se così fosse, come mai lo stesso Contrada si diede da fare per coordinare tutta l'operazione che ha portato al fermo dello stesso Gambino?
Forse che, agli occhi dei mafiosi, è più significativo e costituisce una prova di “fedeltà” maggiore arrestare uno di loro e poi rilasciarlo che non lasciarlo andare direttamente senza fermarlo?
Non sarebbe stato più semplice depistare con un pretesto qualunque il maresciallo che aveva individuato Gambino al Motel Agip (e Contrada godeva certamente del prestigio e della stima dei suoi dipendenti per poter fare una cosa del genere senza che gli venissero chieste spiegazioni)?
Se davvero Contrada voleva aiutare Gambino, non avrebbe spedito immediatamente un altro uomo a dare man forte al maresciallo che si trovava al Motel Agip.
Non si sarebbe mosso dal suo ufficio per coordinare direttamente in prima persona l'operazione.
Non avrebbe neppure fatto fermare in seguito lo stesso Gambino.
Non avrebbe rischiato, come poi accadde effettivamente dopo il fermo, di coinvolgere nella cosa tutta
Non avrebbe certamente coinvolto neppure il magistrato inquirente, potendo approfittare soprattutto del fatto che costui, ossia il giudice Imposimato, aveva la sua sede in un’altra città, ovvero Roma.
Poniamoci tali domande.
1.
Come mai nessuno pensò di censurare ufficialmente il comportamento di Contrada (anzi, al contrario, come vedremo fra breve, Imposimato propose Contrada per un encomio ufficiale)?
2.
Come avrebbe potuto o dovuto Contrada giustificare il proprio atto, ossia la sua presunta decisione autonoma di rilasciare John Gambino, davanti ai suoi colleghi, coinvolti a pieno titolo nello svolgimento delle indagini e nel fermo dello stesso Gambino?
3.
Come avrebbe dovuto giustificarsi anche di fronte alla Squadra Mobile di Roma?
Domande importanti, alle quali, però, non è stata data risposta.
I giudici che hanno accolto la tesi di Imposimato e dell'accusa, nel farlo, avrebbero dovuto rispondere anche a queste domande, che costituiscono una diretta e logica conseguenza delle accuse formulate sul punto.
Invece, nessuna risposta in sentenza nè altrove.
E il cittadino Amleto continua ad accarezzare il suo teschio...
Dal quale, a mo’ di novella lampada di Aladino, esce fuori un nuovo atto a favore dell’imputato.
Secondo l'accusa e secondo i giudici Bruno Contrada avrebbe voluto aiutare John Gambino?
E come mai il 21 ottobre
Scrive, infatti, Contrada nel rapporto che Gambino era risultato presente a Palermo sin dal 6 settembre precedente e aveva alloggiato dapprima presso l'Hotel Villa Igiea e poi presso il Motel Agip, dal quale l'8 ottobre si era allontanato, verosimilmente lasciando la città, per poi farvi ritorno il 10 ottobre. Nonostante il giudice Imposimato gli avesse reso noto che non c'erano elementi per trattenere Gambino, Contrada, nel presupposto che Gambino potesse comunque essere coinvolto nel caso Sindona, scrive ancora nel rapporto: “si è ritenuto opportuno effettuare sul conto di Gambino accertamenti allo scopo di rilevare eventuali elementi utili alle indagini in corso ed in particolare alla sua possibile partecipazione al fatto delittuoso”. Nel rapporto si evidenzia ancora che Gambino, in quel periodo, era stato in contatto con Rosario Spatola, Rosario Fazzino ed altri soggetti collegati alla vicenda Sindona e che “le motivazioni dal Gambino addotte in ordine alla sua presenza in Sicilia sono apparse pretestuose”.
In buona sostanza, se vuoi davvero “coprire” o agevolare un indagato, in primo luogo non lo fai neppure fermare, coinvolgendo un intero ufficio in una vicenda che poteva essere limitata al solo maresciallo Curcio (il quale non avrebbe verosimilmente opinato nulla se Contrada gli avesse detto di desistere dal pedinamento di Gambino: era comunque più facile, per un Contrada eventualmente “colluso”, giocarsi le sue carte col solo Curcio che non con l'intera Squadra Mobile di Palermo, con
In secondo luogo, sempre se vuoi favorire l'indagato medesimo, non stili un rapporto in cui:
1) dài conto di tutte le sue mosse in maniera dettagliata;
2) contesti i motivi da costui addotti per giustificare la sua presenza a Palermo;
3) nonostante il magistrato titolare delle indagini ti renda noto che non ci sono elementi per trattenere l'indagato, tu ti dài addirittura da fare per cercarli, questi elementi, per dar corpo alle indagini che in quel momento apparivano “nebulose” (come ha ricordato lo stesso giudice Imposimato);
4) rendi noto un fatto determinante e certamente nocivo per l'indagato, e cioè che costui si è incontrato con soggetti che appaiono collegati al fatto sul quale si indaga, mettendo vieppiù in discussione i motivi addotti dallo stesso indagato per giustificare la sua presenza in città. Se vuoi davvero proteggere l'indagato, ti accontenti dei motivi da quest’ultimo offerti, per quanto “deboli” essi possano apparire;
5) fornisci al magistrato tutte le carte in regola per poter emettere un mandato di cattura nei confronti dell'indagato, cosa puntualmente fatta dal giudice Imposimato proprio sulla base degli inputs forniti da Bruno Contrada col rapporto del 21 ottobre 1979.
L'attività investigativa di Contrada sul caso Sindona e sui soggetti in questo coinvolti traspare con palmare evidenza anche da alcune annotazioni scritte sull'agenda dello stesso Bruno Contrada.
Scrivono, infatti, gli stessi giudici alle pagine 1312 e 1313 delle motivazioni della sentenza di condanna di primo grado: “dalle annotazioni presenti nell'agenda dell'imputato è possibile evincere che lo stesso 9 ottobre 1979 (giorno dell'arresto di Vincenzo Spatola a Roma e dies a quo dell'interessamento della Squadra Mobile di Palermo al caso Sindona, nda) il dottor Contrada era stato incaricato di eseguire alcuni atti di indagine nell'àmbito dell'inchiesta Sindona ed infatti, in esecuzione di decreto di perquisizione e sequestro emesso dal Procuratore della Repubblica di Roma in data 9 ottobre 1979, erano stati rinvenuti nelle abitazioni palermitane di Vincenzo Spatola e Rosario Spatola documenti utili ai fini delle indagini sul sequestro Sindona; nelle dichiarazioni rese alla polizia di Palermo, il Gambino aveva ammesso non soltanto i rapporti di parentela con gli Spatola ma anche i suoi contatti con gli stessi nel capoluogo siciliano sin dai primi giorni del settembre 1979, ammettendo altresì i suoi collegamenti con la famiglia mafiosa dei Sollena, peraltro già noti all'ufficio, avendo il dottor Giuliano redatto, nel periodo della propria dirigenza della Squadra Mobile, un rapporto datato 7 maggio 1979, inviato alla Procura della Repubblica e successivamente riutilizzato nell'àmbito della descritta operazione di polizia del maggio 1980, nel quale si evidenziava la pericolosità del gruppo mafioso siculo-americano dei Gambino ed i suoi collegamenti con i Sollena nell'àmbito degli accertamenti concernenti attività illecite del crimine organizzato attraverso operazioni bancarie tra l'Italia e gli Stati Uniti”.
E di questa attività investigativa di Boris Giuliano lo stesso Bruno Contrada parla e dà conto nel rapporto del 21 ottobre 1979, smentendo ulteriormente coloro che favoleggiano circa la presunta volontà di Giuliano di tenere Contrada all'oscuro delle proprie indagini e che accusano Contrada di aver subdolamente “smontato” il lavoro di Giuliano dopo la morte di quest'ultimo.
Del rapporto di Bruno Contrada del 21 ottobre 1979 la sentenza di condanna di primo grado parla alle pagine 1292 e 1293 delle motivazioni; alle pagine 1312 e 1313, invece, come abbiamo rilevato, dà conto delle sopra richiamate annotazioni sull'agenda dello stesso Contrada, confermando che quest'ultimo indagò, senza dubbio con celerità e in maniera particolareggiata, sul caso Sindona.
La sentenza parla di queste cose, sì, ma dimostra di non tenerne conto.
3.3. Elogi.
C’è un altro particolare che aggiunge all’intera vicenda un tocco, se vogliamo, grottesco.
Quasi paradossale.
Lo stesso magistrato che non ricorda di aver dato l'autorizzazione al rilascio di John Gambino e condanna, di fatto, in udienza, l'operato di Bruno Contrada, pochi mesi dopo il famoso rilascio propone un encomio per lo stesso Contrada (imputato) e per il suo collega Vittorio Vasquez (teste della difesa che non viene creduto).
I destinatari dell’encomio di Imposimato sono l’uno l’odierno imputato in persona, il poliziotto fedifrago, non altri; l'altro, il poliziotto reticente o mendace, non altri.
Il 16 luglio 1980, infatti, il giudice istruttore Ferdinando Imposimato invia al Capo della Polizia e al Capo della Criminalpol Centrale di Roma una richiesta di encomio per il dottor Bruno Contrada ed il dottor Vittorio Vasquez della Questura di Palermo. Nella lettera di Imposimato si legge:
“Sento il dovere di esprimere Loro il mio vivo compiacimento per l’attività investigativa svolta dal dottor Bruno Contrada e dal dottor Vittorio Vasquez della Criminalpol di Palermo nel corso di complesse e delicate indagini relative alle attività criminose svolte a Roma, Milano, Palermo e negli Stati Uniti da pericolosi elementi appartenenti al crimine organizzato italo–americano, dediti al traffico di stupefacenti, all’esportazione di valuta e ad attività delittuose collegate…”.
“Il dottor Contrada e il dottor Vasquez hanno raccolto, pur tra notevoli difficoltà dell’ambiente dominato dalla paura e dall’omertà, una serie di precisi elementi comprovanti le attività illecite…”.
“Le precise e circostanziate risultanze delle indagini di polizia giudiziaria, apprezzate anche dagli investigatori dell'FBI, hanno consentito l’emissione da parte del Giudice di 8 mandati di cattura nei confronti di persone implicati in gravissimi delitti in Italia e negli Stati Uniti”.
Le parole del giudice Imposimato sono chiarissime.
Inequivocabili.
E ricordiamo, come per l'encomio chiesto per Contrada da Giovanni Falcone, che un giudice non è obbligato ad elogiare formalmente un poliziotto o a chiedere per lui un encomio ufficiale.
Si tratta di un atto assolutamente discrezionale.
Se vuoi farlo, lo fai.
Altrimenti non ti costringe nessuno.
Anzi, come ricorda l’allora capo della Polizia Giovanni Rinaldo Coronas (destinatario istituzionale della richiesta di encomio fatta da Imposimato per Contrada) nell’udienza del 21 marzo 1995:
AVVOCATO MILIO – “Lei ricorda, nella sua carica, di avere ricevuto spesso, frequentemente, lettere di questo genere, cioè di elogio incondizionato per l’attività dei funzionari di polizia da parte di magistrati?”
CORONAS – “Beh, non è frequente, insomma. Sono segnalazioni particolari.”
Perchè Imposimato chiese quell'encomio per Bruno Contrada?
Perchè, in particolare, lo chiese nel 1980, cioè pochi mesi dopo la vicenda di John Gambino, sulla quale, in udienza, lo stesso Imposimato ha fornito una versione dei fatti diversa da quella fornita da Contrada e ha sollevato sospetti su quest’ultimo?
In altre parole, se, come ha dichiarato in udienza Imposimato, l'operato di Contrada circa il rilascio di Gambino fu criticabile, se Contrada aveva agito di sua iniziativa senza alcuna autorizzazione giudiziaria, se, insomma, Contrada si era davvero “comportato male”, come
Un giudice che dice di ricordare un atto abnorme commesso da un poliziotto (che rilascia senza motivo e senza autorizzazione ufficiale un indagato), un atto gravissimo, dunque, cosa fa poco tempo dopo quell'atto?
Chiede addirittura un elogio per il poliziotto?
Non siamo forse autorizzati a pensare che, in realtà, quel poliziotto non avesse mai dato motivo di dubitare della propria condotta?
Che avesse rilasciato John Gambino proprio perchè il giudice Imposimato medesimo aveva reso noto che non c'erano elementi sufficienti per trattenerlo?
Che il giudice Imposimato abbia ricordato male in udienza quando ha sostenuto di non aver mai autorizzato il rilascio di Gambino?
Ma, di fronte alla carta (dell’elogio) che canta, Imposimato ha cercato di rifugiarsi in calcio d'angolo sostenendo che fu lo stesso Contrada a sollecitargli quell'encomio!
Come se un poliziotto che ha ricevuto nella sua carriera circa un centinaio di encomi, onorificenze e attestati ufficiali, avesse bisogno di chiedere l'ennesimo elogio per incrementare la sua collezione.
Non solo.
Imposimato sostiene anche di aver cambiato opinione su Contrada in epoca successiva. Ma non specifica quando esattamente mutò la sua considerazione nei confronti del poliziotto.
E quando sarebbe dovuto avvenire il cambiamento?
Non bastava (se è vero quello che Imposimato sostiene) che Contrada se ne fosse infischiato della sua mancata autorizzazione e avesse comunque commesso un atto grave come il rilascio non autorizzato di un indagato?
Non è dato saperlo.
Certamente, però, se questo mutamento di opinione è avvenuto, è avvenuto dopo la richiesta di encomio. O dobbiamo credere che un magistrato compia un atto assolutamente discrezionale e non dovuto, come una richiesta di encomio, nei confronti di un poliziotto sul conto del quale la sua opinione è diventata di segno negativo? Per di più, su sollecitazione del medesimo poliziotto sul quale ormai lui nutrirebbe dei dubbi?
Allora è così?
Sarebbe stato lo stesso Contrada a stimolare Imposimato perchè facesse quella richiesta di encomio.
“Bravo, sette più!” direbbero Cochi e Renato.
Complimenti!
Che personalità!
Un magistrato, un alto esponente delle Istituzioni, chiede un encomio sol perchè lo hanno spinto a farlo. Non curandosi, peraltro, che il destinatario principale dell'encomio possa aver commesso (e, a detta del magistrato, lo ha fatto) una grave irregolarità.
”Stamme tutte quante sutt'o cielo”, chiosava il grande Eduardo a conclusione del suo immortale capolavoro Ditegli sempre di sì.
Con il giudice Ferdinando Imposimato (non ce ne voglia, per carità, nulla di personale: è solo una questione di dubbi ed equivoci da commedia napoletana) nella parte di Michele Murri.
I giudici non hanno fatto nulla per mostrare di non credere alle giustificazioni di Imposimato.
Scrivono gli avvocati Sbacchi e Milio nell'atto di impugnazione in appello della sentenza di primo grado: “Nessuna considerazione merita la ritrattazione sul contenuto dell'elogio del dottor Contrada inviato all'allora Capo della Polizia dal teste Imposimato, che si copre di non credibilità quando afferma che forse quella lettera gli era stata sollecitata dal dottor Contrada medesimo, sul quale, comunque, in tempi successivi (quando?) aveva cambiato opinione!!”.
3.4. Un ricordo personale.
Chiudo la trattazione della vicenda Imposimato-Gambino con un ricordo personale.
Quel giorno, quel 12 ottobre
Qualche anno dopo, Zucchetto verrà assassinato dalla mafia in Via Notarbartolo, a Palermo.
Se il Lettore mi consente una parentesi, non posso fare a meno di ricordare che, poche ore dopo l'omicidio di Zucchetto, io mi trovai per caso a passare proprio da Via Notarbartolo. Avevo diciannove anni, mi stavo recando ad una festa in compagnia di alcuni amici e tutti insieme notammo una gran confusione proprio all'altezza della piazzetta dove si trova il cinema Fiamma, a poche decine di metri dal punto in cui Via Notarbartolo incrocia Viale della Libertà.
Non ci rendemmo conto di quello che era successo.
Lo avremmo scoperto l'indomani leggendo i giornali.
Ma Palermo è una città dove l’Atroce è sempre in agguato, anche dietro un bel cannolo alla ricotta o ad una delle incomparabili bellezze artistiche che ne adornano il (peraltro martoriato) centro storico.
Salvo Giorgio



Abbaiava a qualche vicino ma non al punto da farsi odiare fino ad ucciderlo. Perciò siamo fiduciosi; lo sentiamo ancora vivo. Ci siamo anche rivolti a Luciano Muti ma credo che siano chiacchiere le sue. Ha risposto frettolosamente dicendo che si trovava in una casa con un bambino ed era meglio lasciare le cose così... (sarebbe un veggente dalle soluzioni troppo facili sto Muti! Scusa ma DOVE? Nessuna risposta). Certo è che la sua padroncina sta soffrendo e con lei quanti erano amici di Chicco e avevano giocato con lui.
Se qualcuno l'ha preso credendo che fosse abbandonato ha solo commesso un errore non un furto e lo preghiamo di avvisare i carabinieri locali essendo un cane microchippato e regolarmente denunciato nel possesso e nella scomparsa.
Mi chiedo se non sia più logico ACCERTARSI della veridicità ed attendibilità delle dichiarazioni dei collaboranti, dichiaranti, pentiti, impenitenti, PRIMA di sottoporre a processo il malcapitato CALUNNIATO. E' vero che tante rivelazioni hanno condotto a risultati ma è altrettanto vero che questo strumento è diventata un'arma terribile contro innocenti. Dell'Utri e Berlusconi scagionati da Filippo Graviano, bene!

Ma Bruno Contrada e Ignazio D'Antone? Sommersi dalla merda delle merde
Per lui sono state accettate e non confermate le CALUNNIE di pentiti che hanno offerto i "de relato" di morti, i quali, a differenza di Graviano non potranno né smentire né confermare. La ferocia giustizialista nei confronti di Contrada, CHE DETIENE ANCORA IL RECORD DEGLI ARRESTI DI MAFIOSI, si è chiaramente dimostrata nelle ASSURDE AFFERMAZIONI della sentenza di condanna in primo grado, che è una CONTRADDIZIONE sfacciata ed un oltraggio alla Giustizia e alla verità: i nuovi Carneade hanno avuto il coraggio, la sfacciataggine, l'arroganza di affermare che se Bruno Contrada combatteva così efficacemente la mafia arrestando tanti mafiosi, era solo per non dare nell'occhio e continuare a trafficare con loro dietro le quinte.
QUESTA E' FOLLIA! FATELI RICOVERARE QUESTI MAGISTRATI, qualcosa nella loro testa confligge con la logica. Ecco la citazione della condanna in primo grado in spregio di ogni buon senso e di ogni salute mentale, anche di quanti, leggendola, tentano di capire dove sia la COERENZA DI TALI AFFERMAZIONI a pagina 745 delle motivazioni della sentenza:
"D'altra parte deve considerarsi che, per il ruolo di grande prestigio ricoperto, il dottore Contrada, all'epoca dirigente della Squadra Mobile, non solo non poteva rischiare di ingenerare sospetti presso i suoi superiori e i propri collaboratori, ma doveva mantenere un'immagine di funzionario impegnato nella lotta ai mafiosi anche per conservare un ruolo di centralità che gli consentisse di rimanere al centro del flusso delle informazioni 'importanti'. Certo è impensabile che un dirigente di tale livello potesse omettere rapporti di denuncia per favorire i mafiosi, tanto più se necessitati da spunti investigativi e da operazioni condotte personalmente da altri funzionari, perchè un tale atteggiamento avrebbe immediatamente svelato il proprio doppio ruolo; ciò che l'organizzazione criminale poteva pretendere era, piuttosto, una 'copertura' delle latitanze dei personaggi più importanti... Il passaggio di notizie funzionali a limitare i danni".
I Carneade psicopatici, hanno affermato una cosa (che Contrada COMBATTEVA EFFICACEMENTE LA MAFIA) e contemporaneamente il suo esatto contrario (che la combatteva affinchè poi di nascosto potesse continuare ad essere colluso con questa, senza destare sospetti). Altro che comiche, altro che Dell'Utri e Berlusconi, un povero Cristo 80enne, gravemente malato, che ha il record degli arresti di mafiosi, ed il suo stretto collaboratore Ignazio D'Antone SONO PRIGIONIERI SI STATO, OSTAGGI DI UNA SEDICENTE GIUSTIZIA DI MERDA; scontano una pena infame e il disonore, dopo anni di ONORATA CARRIERA e dedizione allo Stato, non perché colpevoli ma perché hanno efficacemente combattuto la mafia con innumerevoli successi professionali. NESSUNA PROVA CONTRO DI LORO, NESSUN RISCONTRO, NESSUNA CONFERMA, ma dato che le affermazioni calunniose ed infamanti le hanno fatte tanti pentiti la MERDA ha avuto conferma di essere MERDA da un'altra MERDA, e siccome ognuno vede ciò che sa, la MERDA è stata considerata buona da ALTRETTANTA MERDA GIUSTIZIALISTA. Quella che anche in internet si permette di definire Bruno Contrada, ONORATO POLIZIOTTO CHE HA IL RECORD DI ARRESTI DI MAFIOSI e sul petto numerose medaglie di grandi operazioni antimafiose, il Dottor Morte!!
Che schifo! A chi dobbiamo appellarci per RESTITUIRE ONORE A QUESTI DUE MARTIRI? Perché i legali non ricorrono ALLA CORTE EUROPEA? Ma è ancora possibile tollerare questi orrori giudiziari? Ancora dunque mi rivolgo AI MAFIOSI VERI, quelli che ancora hanno nel sangue la loro strana e contorta morale e che MAI si sarebbero abbassati a calunnie verso un loro degno nemico.
CARI MAFIOSI VERI, vi prego col cuore, per la salvezza delle vostre anime di perdonare i vostri nemici storici, quelli che, come disse Riina, vi hanno scassato la minchia come non mai e vi scongiuro di RESTITUIRE LORO L'ONORE CHE IN MODO VERGOGNOSO questo Stato e certa specie di giustizia ha tolto loro, esattamente come voi ha tolto la libertà! VOI E SOLO VOI potete affermare, perchè siete ancora vivi, CHE BRUNO CONTRADA E IGNAZIO D'ANTONE SONO INNOCENTI, che mai hanno contrattato nulla, mai vi hanno concesso qualcosa, mai sono stati collusi con la vostra congrega. A quanto pare non sono valse le testimonianze a loro favore di persone integerrime, uomini dello Stato, Ministri, Poliziotti, gente comune. Ad uno Stato mafioso servono le dichiarazioni di mafiosi veri come voi. Hanno dato credito a morti e pentiti infangando anche il vostro potere, ossia quello di commettere tutti i crimini possibili senza aver bisogno di contrattare nulla con nessuno e senza cercare impossibili amici in mezzo ai vostri nemici storici, CHE SONO SEMPRE STATI BRUNO CONTRADA E IGNAZIO D'ANTONE.
Mi appello a voi, GRANDI E VERI MAFIOSI contro i FALSI PENTITI e contro i CALUNNIATORI di mafiosi veri e di grandi uomini. Siete nella stessa barca, VOI e I VOSTRI NEMICI STORICI e potete ancora fare un gesto nobile che almeno vi RISCATTERA' AGLI OCCHI DI DIO: restituite a Bruno Contrada e ad Ignazio D'Antone la loro VERA IDENTITA' di grandi COMBATTENTI CONTROI LA MAFIA E DI VOSTRI GRANDISSIMI NEMICI. Siete stati entrambi grandi anche se voi per il male e loro per il bene. Restituite il bene al bene (Contrada e D'Antone alla società civile che conosce il loro valore) e il male al male (la spremuta di merda di pentiti falsi e calunniatori alla merda che ha voluto dar loro importanza, sconti, privilegi e credibilità). Filippo Graviano è stato infatti un grande mafioso e l'ho apprezzato e stimato quando ha smentito Sputazza-Spatuzza. In fondo Graviano poteva benissimo confermare dato che il Governo Berlusconi ha messo in atto misure durissime verso la mafia; Filippo Graviano poteva confermare Spatuzza per VENDETTA. Ma ai veri grandi si addice il perdono e la VERITA'. La menzogna, la vendetta, la meschinità, lasciatela a quei miserabili di falsi pentiti che hanno infangato tutti, mafiosi veri e uomini delle istituzioni, solo per avere i loro squallidi tornaconti. Grazie Graviano, sei stato grande, ti auguro Buon Natale e pregherò per te!

Natività di Caravaggio trafugata dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo
fatta marcire negli escrementi di maiali, fatta rosicchiare dai topi
e distrutta DA SPATUZZA E MERDA SIMILE
Vi scongiuro, CARI GRANDI MAFIOSI VERI, in questo periodo santo di Natale, per il ristoro delle anime che avete strappato alla loro vita terrena e per la vostra, se ancora ne avete una, DI FAR SI CHE AI VOSTRI NEMICI CONTRADA E D'ANTONE SIA RESTITUITO L'ONORE E LA LIBERTA'. Ciò garantirà un pò di onore anche a voi, detestati dalla società, e senz'altro il mio imperituro affetto e riconoscenza spirituale.
Agnesina Pozzi
Tempo fa ho ricevuto da parte di Gioacchino Basile una mail, indirizzata anche ai destinatari della presente, contenente una sua intervista al direttore del sito Cuntrastamu , pubblicata in data 19 novembre 2009. Ho pertanto ritenuto opportuno spedire le mie precisazioni agli stessi destinatari della mail spedita da Gioacchino Basile.
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Cuntrastamu
Una lettera di Enzo Guidotto sull’intervista a Gioacchino Basile
Enzo Guidotto, consulente della Commissione parlamentare antimafia nelle due passate legislature e Presidente dell’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso,
replica all’intervista a Gioacchino Basile pubblicata il 19 novembre scorso
sul sito Cuntrastamu diretto da Enrico Natoli
http://www.cuntrastamu.org/cuntrastamu/?p=536%20target='_self' - Pubblicato il 09/12/2009
Caro Direttore,
dopo attente riflessioni sul contenuto dell’intervista a Gioacchino Basile pubblicata il 19 novembre scorso nel sito “Cuntrastamu” da Lei diretto, ritengo opportuno e doveroso esporre delle precisazioni. In un primo momento avevo pensato di non intervenire nella convinzione che certe affermazioni squalificano soltanto chi le fa, ma poi mi sono reso conto che è meglio chiarire certe cose perché chi non conosce i fatti che ha raccontato e dei quali sono stato testimone potrebbe essere portato a pensare che rispondano a verità e che io sia d’accordo con le sue opinioni.
Si, certe affermazioni squalificano solo chi le fa, quindi meglio uscire allo scoperto per squalificare ulteriormente una categoria, quella dei sedicenti antimafiosi di professione; che con attitudini mafieggianti silenziano il dissenso, manipolano la verità, ragionano a senso unico e possibilmente nella direzione che a loro fa più comodo. Il Prof.Guidotto, laureato in economia e commercio con particolari attitudini didattiche e con chiare appartenenze di filosofia comune (Salvo Borsellino, Benny Calasanzio, Sonia Alfano ecc, sedicenti antimafiosi) e referente dell'associazione LIBERA in Veneto, ha partecipato a numerosi incontri didattici (per questo è Professore?) al Sud ha collaborato durante il suo soggiorno a Trapani nel 2004 con la commissione parlamentare d'inchiesta, nella scorsa legislatura dal 2001 al 2006 e fu riconfermato nel 2007. Avrà avuto senz'altro dei meriti, speriamo non solo quelli di una tessera in tasca.
E’ vero che l’incontro, da me promosso, con Salvatore Borsellino ci fu. E’ pure vero che si svolse a Milano, ma l’impostazione dell’impegno comune che ne scaturì non fu quella indicata da Basile, una persona che ha lottato e sofferto ma che non può pretendere che tutti, attraverso forzature spesso eccessive, condividano fino in fondo e nei minimi particolari ogni sua asserzione. Avendo manifestato questa tendenza per l’ennesima volta e con singolare cattiveria nell’intervista, sono arrivato a una semplice conclusione: ho sbagliato a presentare Salvatore Borsellino a Gioacchino Basile.
Conosco Salvatore dall’autunno del 1992, ci siamo sempre tenuti in contatto e non mi sono accorto che abbia mai perso, come dice Basile, quella «speranza di ottenere Verità e Giustizia per suo fratello» che si sarebbe riaccesa soltanto quando conobbe lui nel luglio del 2007. In realtà era sì deluso ed amareggiato perché insoddisfatto dell’azione dello Stato nella lotta alla mafia, al punto che da qualche tempo la sua partecipazione a manifestazioni pubbliche era diventata meno frequente; ma era tutt’altro che rassegnato ad accettare passivamente quanto gli inquirenti si erano limitati ad accertare sulla “Strage di Via D’Amelio”. Questo mai! Anzi! Una cosa erano infatti l’amarezza e la delusione avvertiti davanti ai tentativi di chiudere la vicenda del fratello alla chetichella, ben altra cosa la rassegnazione, sentimento che denota rinuncia definitiva ad esigere piena verità su quel triste evento e sul contesto nel quale maturò.
La posizione di Salvatore Borsellino, assunta sia prima che durante e dopo quell’incontro è sempre stata la stessa. Ricordo ad esempio che nella primavera del 2001, quando con una lettera, poi pubblicata su Antimafiaduemila (allegata), rinunciò a partecipare a un incontro programmato per il 23 maggio, anniversario della “Strage di Capaci”, sottolineò: oggi «ricordare non basta più. Adesso è tempo di Resistenza». “Resistenza” è la parola che ha continuato e continua a pronunciare ancor oggi. E la Resistenza, si sa, non fu e non è cosa da rassegnati.
Se la resistenza è non essere rassegnati, come mai Salvatore Borsellino non ha risposto alla lettera di Basile? Come mai non gli è stato a fianco per far si che fosse audito dalla Commissione Antimafia? Come mai non si è precipitato a firmare la petizione per Basile. Salvo Borsellino è uno che resiste si, ma a se stesso; senza combattere per la verità, verità che non è solo la sua ma è una verità oggettiva che deve ancora emergere; resiste alla verità dialettica, censura, ignora e, a voler essere intellettualmente onesti, questo non significa affatto combattere.
Essendo queste verità di pubblico dominio, Basile, per sostenere la sua versione, si vede costretto ad attribuire a Salvatore frasi non pronunciate e per dare ad intendere che siano testuali, di ricordarle a memoria o di averle registrate, le presenta tra virgolette: a Milano, ha sostenuto, «Salvatore deridendomi, mi disse: ”Ma ancora non ti basta quello che hai subito per aver creduto di poter sconfiggere la mafiosità dello Stato?!!”. Poi, come a volermi fare un favore, dopo 10 anni di silenzio, il 16 luglio del 2007 ”tornò in trincea” con una lettera aperta che citava lo scrivente. Quando gli feci rilevare che tutta la stampa – dal livello locale a quello nazionale – in quella lettera aperta eliminò la parte in cui mi citava, mi rispose: “Questa è la conferma che tu sei troppo pericoloso per questo sistema, ma non preoccuparti io sono con te, anche se lotteremo contro i mulini a vento!!!”».
Chissà come mai TUTTA la stampa locale e nazionale eliminò la parte che lo citava..
A volte l'ironia è solo una pietosa maschera al proprio pensiero serpeggiante, alla propria ambiguità. Chi è chiaro e leale non ha bisogno di ironia per farsi intendere, specialmente se si devono condividere delle battaglie che NON HANNO appartenenza politica nè colore di bandiera..Basile ha una memoria di ferro ed è nella storia che si sia voluto più volte farlo passare per visionario. Vecchia strategia per delegittimare chi la testa, l'ha sempre avuta sulle spalle e non l'ha mai piegata neppure di fronte alla minaccia di perdere il lavoro, la carica nel sindacato, l'iscrizione al PCI. Infatti ha perso tutto Basile, tranne che la dignità; e la memoria. Ritengo che Salvatore Borsellino abbia trovato in Guidotto un pessimo "avvocato" delle cause perse. L'ennesimo "Piemontese" infido e con violenza ideologica inaudita; da voler screditare un eroe solitario come Basile. Caro Guidotto, essendo laureato in economia e commercio dovresti conoscere la partita doppia, il bilancio, i pro e i contro di una situazione che ha dei costi per alcuni e degli introiti per altri, te compreso, che della mafia e sulla mafia fai libri e didattica e teoria. Basile la mafia l'ha studiata sulla sua pelle, sul suo lavoro, sulla sua famiglia, sulla sua vita e proprio per questo ricorda benissimo e, a ragione, punta il dito e accusa.
Ricordo invece benissimo che in quella occasione Salvatore Borsellino fu contento di aver conosciuto Gioacchino Basile ed ebbe modo di approfondire la situazione nella quale si era trovato alla Fincantieri di Palermo. Infatti convenne di lanciare insieme una serie di iniziative per scuotere l’opinione pubblica dal torpore generato in buona misura anche dalla mancanza, su certi temi, di stimoli da parte di associazioni sedicenti antimafia. Ma precisò e sottolineò subito quanto alcuni giorni dopo scrisse nella lettera aperta, citata da Basile, dal titolo “19 luglio 1992 : una strage di Stato”. E il contrasto, che divenne sempre più acuto fino alla rottura di qualsiasi rapporto, si verificò proprio su questo punto.
Fino a questo rigo NULLA SMENTISCE BASILE, perchè lui i problemi in Fincantieri li ha avuti proprio per non essersene stato buono e omertoso, a far finta di nulla come tanti altri;forse avrebbe fatto carriera e sarebbe diventato professore dell'antimafia anche lui se non avesse avuto l'occhio acuto verso ciò che accadeva in Fincantieri con gli uomini dello Stato, Ministero della Marina Mercantile e delle Partecipazioni Statali, Galatolo, dirigenza e accoliti, e subornati. Questa era la pista di Basile, in aggiunta all'indignazione per l'archiviazione dell'inchiesta di Falcone, esattamente il 20 luglio 1992 ossia a cadavere di Paolo ancora nell'obitorio. Queste sono le vergogne che Basile urla e che sono incontestabili, come tutti gli atti omissivi della Procura.
Nostante ciò, Gioacchino continuò a percorrere con insistenza ed a spada tratta la sua pista scontrandosi, anche in pubblico, con Salvatore e con me che lo invitavo a ridimensionare il peso che attribuiva a quella ipotesi. Ipotesi non unica che, comunque, personalmente ritenevo e ritengo ancora sia giusto far vagliare. Altri, non condividendo quell’accanimento ad oltranza, hanno preso le distanze da Gioacchino. Per cui ci sarebbe da chiedersi se sono gli altri che lo isolano o è lui a creare le condizioni dell’isolamento del quale parla.
Chi è contrario "all'accanimento" di Gioacchino Basile (ma quale ACCANIMENTO?) è contrario all'emersione della verità sulle stragi. Perchè non lo aiutate a parlare nelle sedi opportune invece di criticarlo o ignorarlo SE RITENEVETE E RITENETE CHE SIA GIUSTO VAGLIARE LA SUA IPOTESI!!!
Salvatore ha continuato come sempre a sostenere sua tesi – frutto di quelle intuizioni che solo i parenti delle vittime riescono ad avere – in incontri pubblici, interviste sui giornali e trasmissioni televisive alimentando un movimento di opinione sempre più vasto a livello nazionale (e germogliato anche all’estero) che è andato via via irrobustendosi alla luce delle clamorose conferme provenienti sia da collaboratori di giustizia e dichiaranti, sia da personaggi delle Istituzioni alcuni dei quali, pressati dai suoi “lampi nel buio” balzati ai loro occhi come provocazioni, non hanno potuto fare a meno di ammettere di aver saputo cose importanti e taciuto per ben 17 anni.
Basta pensare al dibattito, tuttora in corso, proprio sulla “trattativa” e sul “papello”; alle versioni contraddittorie sulla scomparsa dell’agenda rossa; alla scoperta dell’errata e scandalosa impostazione del fondamentale procedimento penale sulla “Strage di Via D’Amelio”, contestata sul nascere da magistrati competenti, uno dei quali è stato oggetto di inquietanti ritorsioni anche per avere sventato un’altra trattativa ben camuffata;
Noto che Guidotto NON FA NOMI; Basile invece FA NOMI E COGNOMI!!Chi è stato oggetto di ritorsioni e perchè? Misero questo dire-non dire caro prof!
alle oscure vicende che hanno caratterizzato in un certo periodo i rapporti tra il DAP e il SISDE finalizzati alla “conversione “ di “pentiti” detenuti; ai fatti e alle situazioni illustrate da Massimo Ciancimino, che va incoraggiato anche se rimane comunque imputato per altre vicende.
Peccato che il Capitano "Ultimo", in occasione della trasmissione di Annozero con Ciancimino, Travaglio, Santoro & Co abbia fatto un comunicato stampa durissimo dicendo che i nuovi corleonesi si stavano riorganizzando!!! Come al solito si dà credito ad un Ciancimino ma non ad un Colonnello dei Carabinieri e ad un ex Ministro (Martelli) che hanno asserito non esserci stata alcuna trattativa. E se trattativa ci fu, non fu certo Berlusconi o Dell'Utri (fango di Sputazza) a trattare, visto che ancora non era un soggetto politico. In quel periodo il capo dello Stato era Scalfaro, il ministro dell'Interno era Mancino e poi ce n'erano altri di politici. In Fincantieri c'erano Le Partecipazioni Statali, e quelle allora erano in mano all'IRI e l'Iri era in mano a Prodi. Sbaglio?
Basile definisce invece Massimo Ciancimino «professionista di teorie» e sostiene che Salvatore «dà patenti d’eroismo a Magistrati che s’avvitano su comiche teorie dettate dai soliti noti, o forse suggerite da eminenze grigie, pur avendo avuto conferma che il mio movente non è mai stato smentito da quei “suoi eroi” che hanno il potere ed il dovere di sbattere in galera i calunniatori».
Non entro nel merito di queste ed altre invettive sia perché sono convinto che certe affermazioni, come scrivevo prima, non rendono onore a chi le fa, sia perché oggi nessuno può mettere in dubbio la situazione che è sotto gli occhi di tutti: se negli ultimi due anni sono stati accesi i fari della società civile e della magistratura sui “buchi neri” della “Strage di Via D’Amelio” il merito va, in notevole misura, a Salvatore Borsellino che ha smosso le acque putride della “palude”, stagnanti da tempo, ed è riuscito a creare nel Paese, coinvolgendo e mobilitando tante associazioni, un nuovo clima che fa sentire la gente e soprattutto tantissimi giovani protagonisti della vita democratica. E questa è vera Resistenza, richiamata alla memoria collettiva proprio nel 1992, prima e dopo le stragi, da fonti molto autorevoli: il presidente dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) Arrigo Boldrini (25 aprile) e dal neoeletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfato.
Eh..fa piacere ci sia anche Scalfaro, che allora era Presidente della Repubblica!! Che bel coraggio! Ma se avete condiviso l'ipotesi di Basile (lo si afferma nella prima parte di questa replica) perchè NESSUNO si è preoccupato di far EMERGERE ANCHE LE SUE IPOTESI? Che ipotesi NON SONO perchè sono conclusioni basate SU FATTI E DOCUMENTI E DATE! Non ipotesi fantasiose quindi, ma degnissime di considerazione!! Quella considerazione che voi sedicenti antimafiosi RINNEGATE!
Nel corso dell’intervista per La Repubblica dell’agosto dell’82 – ha ricordato Giorgio Bocca – «Dalla Chiesa mi prospettò, come unico sistema per contenere il fenomeno mafioso, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, per creare una coscienza collettiva antimafia». Nell’agosto dell’86, Paolo Borsellino sottolineò in un discorso: «Si deve rifiutare il concetto di emergenza nella lotta alla criminalità mafiosa e vanno ritenuti privi di significato valido i costanti richiami alla normalizzazione». E «gli enti, le associazioni ed i comitati che si sono dati come finalità nobilissima quella della lotta alla criminalità hanno il gravoso e meritorio compito di tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione” dell’apparato antimafia e coloro che, doverosamente e dolorosamente, hanno ritenuto in questa lotta di trovarsi in prima fila non vengano addirittura additati, come recentemente è avvenuto, alla pubblica esecrazione».
Ecco, contro Basile si sta manifestando esattamente quello che ha paventato Paolo Borsellino. Voi stravolgete la verità, applicate la menzogna e con la vostra ambiguità espositiva dei fatti, senza entrare nel merito della vicenda umana, professionale e politica di Basile, lo state liquidando come un ciarlatano, uno smemorato, uno che non si sa quali rancori poi dovrebbe avere verso Salvatore e altri, se non nell'accusarli di averlo isolato, come hanno fatto, avete fatto. Prova ne è la MANCATA FIRMA per consentire a Basile di essere audito dalla commissione antimafia. Sta facendo forse un crimine Basile oppure chiede solo di fare il suo dovere di cittadino colpito sia dalla mafia che dalla sedicente antimafia (come dimostrate con questa replica che rappresenta una excusatio non petita; e come avvocato delle cause perse dovresti sapere che in questo caso la colpa è certa!).
Chiedete ai vostri magistrati impegnati "in prima linea" chi furono i magistrati in ultima linea che archiviarono l'inchiesta di Falcone il 20 luglio del 1992, a cadavere di Borsellino ancora caldo!!
Le Associazioni antimafiose si sono scannate per dividersi i contributi statali, come scrisse anche Roberto Galullo in un suo articolo. Su cos'altro si può essere divisi se gli ideali sono condivisibili come le lotte da fare?
Se le varie componenti che rivestono ruoli diversi all’interno della società non si appoggiano tra loro non rendono un servizio utile alla causa della lotta alla mafia. Io, ad esempio, ho delle posizioni molto aggressive sul tema dell’antimafia e pertanto non vengo quasi mai invitato da Libera se non da qualche componente a titolo personale. All’ultima manifestazione tenutasi a Bari non si sono sognati di invitarmi».
E' grave che un Referente regionale non venga invitato..
Si vede che in certi ambienti, per essere invitati, bisogna seguire la linea di un certo colore, essere … “ubbidienti” e quindi non oltrepassare certi limiti: un ritornello che ho sentito cantare in Sicilia, ma anche in Lombardia e che ha provocato la presa di distanza da Libera anche di parenti di vittime della mafia: un segnale gravissimo sul quale i massimi organi dell’associazione non si pronunciano.
Non risulta però che Gioacchino Basile, nel portare avanti la sua causa, abbia mai inveìto contro questa associazione – che critica perchè lo snobba – con la stessa grinta con la quale si è scagliato contro Salvatore Borsellino.
E come mai risponde " l'Avvocato Guidotto" per Salvatore Borsellino? Basile non ha niente da invidiare a nessuno perché per lottare contro la mafia, il silenzio mafioso di CGIL e PCI, oscuramento delle associazioni sedicenti antimafiose con a capo il fratello sbiadito di un vero eroe, ha perso tutto, tranne la dignità. Non è stato invitato a fare da consulente a nessuno (pur avendo un ottimo curriculum da sindacalista di Fincantieri nel periodo caldo, invece che da Commercialista veneto in missione a Trapani!!)
Forse, in fondo in fondo, la motivazione psicologica del suo comportamento è una sola: ne invidia la visibilità, indice di autorevolezza, e non ne apprezza l’umiltà che lo ha sempre caratterizzato. «Io – ha scritto recentemente nel suo sito – non sono e non mi sono mai sentito un “personaggio”, non ho mai considerato il palco come un palcoscenico e avrei preferito avere un fratello ancora vivo, non aver mai dovuto salire su un palco e avere potuto continuare a parlare solo ai miei computer come ho fatto fino a cinquanta anni, fino al 19 luglio del 1992». Non essendo io esperto di psicanalisi o scienze affini, non riesco a trovare altre ipotesi per spiegare il comportamento di Gioacchino Basile. Forse potrebbe identificarne altre uno dei soci fondatori dell’associazione “Astrea” di Monfalcone, da lui promossa: lo conosce di più e meglio di me e di certe cose se ne intende.
Ma chi è costui e perchè non ne fa il nome? Cosa sono queste mezze indicazioni che suonano come illazioni se non come larvate "minacce" di sputtanamento? I nomi, Prof. Guidotto, e i cognomi, se tutto ciò che lei dice è attendibile e se non ha paura, come Basile di ricevere querele per calunnia! Fai i nomi, caro mio perchè con questo comportamento ci dai solo contezza che Basile ha fatto proprio "scacco al Re"..
L’intervista pubblicata su “Cuntrastamu” il 19 novembre prendeva le mosse dalla petizione in appoggio alla richiesta di Gioacchino Basile di essere ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia.
Quando mi parlò della sua intenzione di chiedere l’audizione gli dissi che faceva bene a far sapere all’organismo parlamentare – ma anche a qualsiasi altra Autorità – tutto ciò che sa, purché si tratti di elementi di conoscenza che si riferiscono a situazioni concrete, a fatti o episodi ben precisi, indicando consistenti possibilità di riscontro. Lo avevo anche incoraggiato in tal senso raccomandandogli però di rivolgersi alla Presidenza della Commissione senza forzature e con il dovuto rispetto. Lui, dopo avere scritto al Presidente «Le chiedo rispettosamente di ascoltarmi insieme alla Sua commissione», assume invece un tono che a me sembra talmente provocatorio che potrebbe indisporre il destinatario: «Nella malaugurata ipotesi che Lei sfuggisse al suo giuramento di lealtà alla nostra Costituzione, escludendomi dalle audizioni di merito, costringendomi a rivolgermi all’alta Corte di Giustizia Europea dei diritti dell’uomo per per un reato così infamante l’ennesima volta al nostro Paese ed alla sua storia l’infamia del disonore di coloro che, pur sapendo, tacciono…».
Eccolo l'ennesimo moralizzatore... (e si dice indispettire e non "indisporre"). Ma chi è poi questo Guidotto che fa il Professore anche con Basile, e invece di firmare la petizione gira intorno al problema di fondo che è questo: CONTINUANO A SCAPPARE DA BASILE QUELLI CHE HANNO PAURA DELLA VERITA' E CHE NON VOGLIONO FARSI CARICO DEL LORO DISINTERESSE verso uno che sta lottando da solo da anni, non sostenuto stranamente da alcuna associazione!!
D’altra parte, l’infamità e un difetto che assegna con estrema facilità, da giudice unico che non teme appelli, a quasi tutte le persone citate nella lettera ed in altri scritti.
Il colmo! Basile che è stato anche citato in un film...licenziato, radiato dalla CGIL e dal PCI..uno decisamente scomodo da appoggiare. Dirompente. Infame dunque Basile per essere la vittima di quelli che avrebbero dovuto sostenerlo, ascoltarlo, incoraggiarlo, accompagnarlo, difenderlo? Allora: INFAME BASILE! Siete contenti? Buoni e bravi, onesti, democratici, leali, chiari, civili: VOI!
Non avevo finito di riflettere adeguatamente sul contenuto della lettera quando mi giunge una sua mail contenente la petizione già lanciata su internet dal medico personale di Bruno Contrada, dottoressa Agnese Pozzi, successivamente appoggiata dalla sorella dello stesso, Ida. E quando mi telefonò per parlamene con notevole euforia gli dissi subito che aveva sbagliato ad accettare quella forma di collaborazione da persone vicine a Contrada, un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Una opinione, la mia, condivisa da tantissima gente ed anche da responsabili di siti internet nei quali la petizione non figura più.
E riuscite perfino a VANTARVI di questa immonda decisione censoria: PSEUDOMAFIOSI della sedicente ANTIMAFIA! Siete malati di ideologia, incivili, ignoranti. Vi fermate all'apparenza, alle croste. Siete fatti di nulla e vi cibate di vuota ideologia e preconcetto. Ho appoggiato la battaglia di Basile PERCHE' NON TEMO LA VERITA' QUALUNQUE ESSA SIA, perfino contro Contrada. Ma siete così squallidamente PICCOLI, ominicchi, da NON CAPIRLO! vi attaccate ai cavilli più ingnobili, e non andate al fulcro del problema, ossia se la causa di Basile sia giusta o meno. Contrada viene accusato moralmente da Basile, non gli fa sconti, ma la sua battaglia è giusta, è civile, è legittima. Noi, LO RICONOSCIAMO perchè siamo persone intellettualmente ONESTE. Voi, no! Vi aggrappate a me e ad Ida Contrada per NON FIRMARE LA PETIZIONE PER BASILE. Che c'entra?
Ma non vi vergognate? E vi fanno anche parlare nelle piazze di antimafia? Vi fanno ANCHE INSEGNARE NELLE SCUOLE? E cosa insegnate ai "giovani" che vorreste decerebrare? Che le cause sono giuste solo se hanno determinata maternità o paternità o colore o origine? MI FATE SCHIFO professori del cazzo. E tu, ennesimo "Piemontese" colonizzatore di una tragedia tutta del Sud che non ti appartiene!
Io non ho mai avuto dubbi sulla fondatezza della sentenza di condanna dell’ex funzionario del SISDE. E’ pure vero però che qualcuno dice di averne. Ad esempio, quando certi suoi amici, conoscenti o colleghi ne parlano – anche a livello ministeriale – dimostrano che qualcuno ha coniato una specie di parola – o frase – d’ordine che impone la difesa ad oltranza, frutto della solidarietà corporativa. “All’epoca dei fatti – dicono – Contrada, non potendo utilizzare pentiti e intercettazioni, era costretto a puntare sui confidenti. E i confidenti, si sa, fanno spesso doppi e tripli giochi cercando, all’occorrenza, di incastrare l’interlocutore”. La verità è, invece, che a quell’epoca tutti puntavano sui confidenti, ma non tutti sono finiti sotto inchiesta o sono stati condannati, come Contrada, per un reato così infamante.
Un reato che ancora NON SI SA IN COSA CONSISTA. Fatto di nulla. Una somma di zeri ha dato 100. Andate a leggere gli atti processuali con ONESTA' intellettuale invece di ripetere la solita trita litania: "è colpevole perchè condannato in via definitiva!!" Siete ridicoli. Contrada si occupò anche dell'operazione Pizza Connection; salvò la vita a Bush padre che lo ringraziò personalmente. In quella occasione CIA ed FBI passarono Contrada ai raggi x... e nulla emerse a suo carico in collusioni con la mafia. Ma queste cose non ve le dice nessuno! Anzi i vostri integerrimi giudici si sono perfino fatti vanto di NON AVER AFATTO CONSIDERATO GLI OLTRE 100 TESTIMONI A FAVORE DI CONTRADA. E non era un "passaparola" di servizio, caro il mio illustre professore!
Lui, coadiuvato da abili ma inconcludenti consiglieri, continua a sostenere imperterrito di essere stato messo in cattiva luce da pentiti e da colleghi, ma nessuno gli dà credito. Proprio qualche giorno fa Antimafiaduemila ha pubblicato la notizia secondo la quale «la settima sezione della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai legali di Bruno Contrada avverso alla decisione con la quale il Gip di Caltanissetta, Ottavio Sferlazza, nel marzo scorso ha archiviato l’esposto su “presunte condotte diffamatorie e calunniose tenute ai suoi danni al fine di screditarlo” e che, secondo l’ex funzionario del Sisde, sarebbero state tenute anche da “alcuni collaboratori di giustizia e alcuni appartenenti alle forze dell’ordine”».
Inoltre, «qualche settimana fa, sempre la Cassazione, aveva detto no alla richiesta dello stesso Contrada di trasferire, da Caltanissetta alla Corte di Appello di Catania, la competenza ad occuparsi della richiesta di revisione del suo processo al termine del quale è stato condannato a dieci anni di reclusione per associazione mafiosa. Anche quel ricorso, quindi, era stato dichiarato “inammissibile”».
Il preconcetto su Contrada è attestato da queste ultime citazioni. Un cittadino ha il diritto di denunciare certi appartenenti alle forze dell'ordine che, senza meriti, dopo averlo calunniato, sono stati promossi agli alti gradi e trasferiti? Un cittadino ha il diritto di non presentare domanda di revisione di processo nella stessa sede che l'ha condannato e con le stesse persone? Ogni cittadino credo di si, ma dato che il cittadino è Contrada, no! Ma che cavolo andate ad insegnare nelle scuole? Ai giovani? Di come sia parziale la giustizia? Di come il diritto valga per qualcuno si e qualcun'altro no? Di nuovo vi dico VERGOGNA! Vantate diritti senza conoscere IL DIRITTO e senza curarvi dei vostri doveri di Italiani, cittadini, onesti perchè davvero informati sui fatti. Siete però deformati dalle vostre opportunità e Dio, se c'è, abbia pietà di voi.
Chi si intende di queste cose e si tiene aggiornato capisce bene che quest’ultima richiesta indirizzata a Catania non può non destare qualche sospetto se si considera un certo movimento da Caltanissetta a Roma e da Roma a Catania, posto chiave per “vigilare” su Caltanissetta dove vengono curate indagini su Palermo. “A buon intenditor poche parole” dice il proverbio. Ma si vede che Basile non si intende di certi giri che potrebbero nascondere potenziali raggiri.
Veramente noi del Comitato Pro Contrada avemmo pubblicamente da ridire proprio su questa richiesta fatta dai legali di Contrada. Esprimeva poco rispetto per chi avrebbe dovuto decidere. Non bisognava citare alcuna sede ma solo indicare in "altra sede". Sia io Agnesina Pozzi, che Marina Salvadore, aspettiamo lo laurea Honoris Causa in Giurisprudenza. Una leggerezza imperdonabile che, appunto, poteva prestarsi, come si è prestata, ad ambigue conclusioni. Il nocciolo è che la sede di RIESAME NON PUO' PER DIRITTO ESSERE LA STESSA SEDE DELLA CONDANNA. O almeno a lume di logica. Ma vedo che NON VOLETE RAGIONARE e pensate che tutti sragionino, compreso Basile!!
Per concludere, mi permetto di sottolineare che nel fare queste precisazioni non ho inteso atteggiarmi da avvocato difensore di Salvatore Borsellino: non ne ha bisogno e sono convinto che non si è espresso sull’ appoggio di soggetti vicini a Contrada alla richiesta di Basile e sulle invettive di quest’ultimo nei suoi confronti per il semplice fatto che sia Basile, quando si esprime in un certo modo, sia gli altri, non meritano alcuna considerazione.
Negare l'evidenza dei fatti! Il Carnelutti della situazione nega perfino il suo evidente ruolo di difensore inutile di un uomo indifendibile come Salvatore Borsellino che censura il dissenso e banna dal suo blog chi non la pensa come lui. Molto democratico, come Guidotto che, da improbabile referente di una associazione antimafiosa, nega di considerare il PROBLEMA GIOACCHINO BASILE ED IL PROBLEMA CONTRADA che vorrebbero seppellire dietro il dogma "è colpevole perchè condannato in via definitiva". Siete patetici, prevedibili, squallidamente ovvi. Sarà per questo suo modo d'essere che non invitano Guidotto, referente regionale, quelli di Libera, della stessa Associazione di cui è referente!..
Secondo me, per lui, l’unica cosa da fare è quella di ignorarli. Questo il mio pensiero in questo momento.
Bravo il nostro Commercialista Professore dell'antimafia dei miei stivali! Questo vi dice: Continuate a credere a gente come me e ad accogliere i miei insegnamenti: METTETE LA TESTA SOTTO LA SABBIA, non sapendo tenerla ben dritta, guardando in faccia qualunque contro-parte, come vorrebbe democrazia; e civiltà. Quei valori che non vi appartengono perciò li ignorate, come noi! Ma a questo punto non ci resta che esserne fieri! E rispondo a proverbio con proverbio: la gallina fa l'uovo e al gallo brucia il culetto!
Grazie per l’ospitalità, distinti saluti e buon lavoro.
Enzo Guidotto
Grazie per l'ospitalità e il diritto di replica
Dott. (titolo vero perchè medico) Agnesina Pozzi
Cuono Gaglione, il "brigante pittore" al Museo di Pulcinella. Per i suoi cinquant'anni di attività artistica rientra nel suo paese, Acerra, che lo celebra tra la commozione generale.
Questo dovrebbe essere il "core" (nucleo-cuore) dell'articolo. Dovrebbe. Ma la realtà di cronaca è ben diversa. Difficilmente, cioè quasi mai, la "patria" riconosce i suoi profeti; anzi li costringe all'esilio o li uccide perché il substrato socio-culturale di appartenenza rifiuta tutti gli elementi rivoluzionari, tutti gli elementi che costringerebbero il contesto a cambiare, inglobando e metabolizzando le "profezie"; no a tutti gli elementi che disturberebbero la mediocrità e l'inazione dominanti. Ogni "agitatore" di coscienze, ogni ribelle anticonformista, viene quindi trattato dal "contesto" esattamente come un corpo estraneo dal sistema immunitario: si tenta di neutralizzarlo e renderlo "simile", si tenta di inglobarlo per estrarne il nutrimento possibile ed eliminarlo come escremento, oppure si rende "corpo estraneo" e gli si fa la guerra immunologica per allontanarlo definitivamente. Io ne so qualcosa, pregiandomi infine di essere diventata, fuori dal contesto, luminosissima e preziosa perla di una collana di amici e splendide persone nuove. Cuono Gaglione; una perla neo-espressionista. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private a: Eberbach, Norimberga, Blomfield, Easton Bed Minister, Brignais, Duisburg, Bridgewater, Parigi, Roma, Napoli, Venezia, Genova, Milano, Como, Palermo, Ragusa, Torino, Siracusa, Macerata, Pavia, Bologna, Ancona, Piazza Armerina, Firenze, Trapani, Modena, Grosseto, Spinazzola, Modica, Aversa, Vittoria, Ortona, Caltagirone, Comiso, Gela, Augusta, Ercolano, Vizzini, Rozzano, Sorrento, Bordighera, Crotone, Falconara, Bitonto, Tolmezzo, Pachino, Sarno, Heidelberg, Stoccarda, Lione, Carrara, Perugia, Assisi, Bari, Verona, Brescia, Berlino, Salerno, Reggio Calabria, Cosenza, Enna, Atene, Francoforte, Vienna, Sydney, Tokyo, Los Angeles, Buenos Aires, Madrid Amsterdam, Bruxelles, Brugge. In permanenza presso: Galleria d’arte moderna New York-Camera di Commercio Ragusa-Comuni di Giarratana, Francofone, Modica, Pozzallo, Sarno, Vittoria, Museo civico Caltagirone-Museo della Maschera di Pulcinella Acerra, Pinacoteca d’arte moderna Lecce, Chiese di S. M. di Betlemme Modica, S. Luca, S. Cuore Modica, Madonna delle lacrime Modica, Museo storico Diocesano Caltagirone, Istituto D’Arte Napoli, Saloni delle suore Divino Zelo Roma e Modica, Accademia d’arte Moderna Brescia, Museo della Fortezza Civitella del Tronto. E Acerra, suo paese natio, che dovrebbe, dico dovrebbe, essere ben orgoglioa di festeggiare i 50 anni di una carriera artistica di successo del suo concittadino. E in Acerra! Quanto onore!E invece gli acerrani erano pochi.
Gli estimatori di Gaglione, artista, uomo, fervente meridionalista acerrano, venivano da altre parti d'Italia.
Il Sindaco di Acerra invece era in rumoroso assorto silenzio, perché assente dalla manifestazione e opportunamente "giustificato" da un impegno istituzionale. Ma cavolo, proprio alle 18 di pomeriggio del 7 dicembre 2009? Eppure il Presidente della Provincia, Gigi Rispoli, cui siamo grati, si è scomodato a fare il suo intervento. Sussurrando, ha parlato frettolosamente e sinteticamente anche Aniello Montano, critico d’arte (nonché amico d'infanzia dell'artista), che con Angelo Manna incoraggiarono Gaglione perché credettero nelle sue potenzialità. Di tutto ha parlato Montano, anche di Pulcinella-filosofo.., tranne che dell'attività artistica del suo amico, compaesano, apprezzato pittore. Che bell'amico che ti ritrovi e che splendidi compaesani! Perdonali Cuono nella tua immensa generosità. Non è facile essere amico e compaesano di un "brigante", per di più artista, per di più pittore, per di più meridionalista, che non si schiera "né a sinistra né a destra", ma è solo per il suo amato Sud. Non è facile, poi, essere amico di uno "accusato" di indossare la divisa Borbonica. Beh! Meglio la divisa Borbonica, coi tempi che corrono, piuttosto che l'abito-fotocopia del conformista, del piatto-pensiero, delle idee-specchio, delle noiose e limitate ideologie di sigari, barche & cashemere! Se gli acerrani avessero visto il video-documentario di Mauro Cajano, proiettato per l'occasione, NAPOLI CAPITALE La dignità proibita, avrebbero pianto lacrime amare e disperate, come ho fatto io;

e avrebbero voluto non solo indossarla quella divisa "borbonica" ma anche intingerla nel sangue di tutti quei "nemici" che sono, ora, come allora lo furono "i Piemontesi", quelli che oltraggiano il popolo del Sud, lo sfruttano, lo violentano, lo avvelenano, lo cementificano, lo confondono, lo corrompono, lo comprano, lo vendono, lo svendono, lo ignorano, lo illudono, lo ingannano, lo limitano, lo arginano, lo sminuiscono, lo calunniano, lo uccidono.

Maestro, lo so che i pittori si affezionano alle loro creature ma voglio questooooooooo!!!!! Dov'è?
E c'è sempre un Sud più a sud di un altro Sud. Saranno i campi magnetici; vero, Marina-madrina dell'evento? Marina Salvadore, "Borbonica" fiera, e ammaliante Voce di Megaride, ha fatto un excursus storico-critico dell'artista, il percorso del quale segue da tempo; ed ha introdotto i relatori. Presente anche il fratello dell' On.Angelo Manna, missino, uomo stimatissimo anche dalla sinistra, che perfino condivise e sostenne quella sua storica interpellanza parlamentare
http://partitodelsud.blogspot.com/2009/11/la-celebre-interpellanza-dellon-angelo.html.
Sindaco ed acerrani rigorosamente assenti, niente di nuovo sotto il sole, banali, sicuramente "ignoranti". Per fortuna nel Museo, di Pulcinella ce n'erano abbastanza. Innanzitutto quelli dipinti da Gaglione. Altri tragici Pulcinella erano fuori, anzi dentro una prigione, come Bruno Contrada, malato, appena operato a quel cuore, anche e soprattutto simbolico, che hanno fatto ammalare con l'infamia e il disonore; come Carlo Parlanti, malato anche lui, che giace innocente in un carcere americano nel deserto di Avenal, in California mentre gli americani ci rimproverano le procedure contro Amanda Knox; come Annamaria Franzoni, anomala innocente "mamma-assassina", che è non solo in una prigione fisica ma anche morale, moralizzante-tacitante: quella che la stampa e tutti i media le hanno imposto, dopo averla usata ed abusata, sbranata, digerita ed eliminata come escremento. I casi, questi tre soprattutto, che sono nel mio cuore umano e professionale. Tragica Pulcinella anch'io, che credo ancora nella Giustizia, che metto la mano al petto per giurare, che mi alzo con l'Inno di Mameli, che amo l'Italia come Sud un altro Sud offeso, calunniato, infangato e avvelenato perfino dai suoi abitanti. In questo ha ragione Saviano che dice che la vera omertà non è quella di chi ha paura perché ha visto un omicidio, ma di tutti quelli che ignorano, fanno finta che non sia successo niente e si lasciano passare le cose addosso. Il caso Contrada è solo una delle vergogne d'Italia.
Domande senza risposta o con risposte fasulle, risposte nulle. Se andrete a vedere gli atti dei processi Contrada non saprete mai quali specifiche azioni criminose abbia commesso e in cosa consista quel particolare reato, concorso "esterno", inventato proprio per lui dai giudici, perché non contemplato nel corrente ordinamento. L'Italia è fatta di coscienze malate, corrotte, decomposte, assemblate, denaturate, trasfigurate. L'Arte, come l'Amore, opera il miracolo della cura con messaggi, storie, armonie, forme, colori, luce. L'Italia è nazione d'Arte e dovrebbe essere patrimonio dell'umanità, invece nel suo ventre cova dei maiali umani, come Spatuzza, che riferisce che insieme ai suoi compari di porcilaia umana ha rubato, occultato, lasciato mangiare dai topi e defecare dai maiali innocenti, nientemeno che una Natività di Caravaggio. Di porci umani come questi e che a questi perfino vorrebbero dar credito, in Italia purtroppo ce ne sono tanti; che continuano a nutrirsi in un trogolo comune e a rotolarsi nello stesso tipo di fango. Sgrunt! Sgrunt!
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DA FACEBOOK post di Cristiano Lovatelli Ravarino * una persona squallida, per non dire orrenda, Joaquin Navarro l'ex capoufficiostampa di Papa Wojtyla ieri alla Lilli Gruber:"Gli animali?i cani?i gatti?non possono certo provare amore umano !" Rispetto a una "persona"come lui fanno benissimo ! foto del Papa e Navarro Valls DA FACEBOOK ris-post di Agnesina Pozzi con l'adorata piccola Kussi Ma Joachim Navarro Valls che c'entra con l'anima degli animali e la loro capacità di provare amore sovr-umano? Perché delegare a lui una risposta che, piuttosto, dovrebbe provenire direttamente dai clerici di cui è stato e continua ad essere portavoce? Un capo ufficio stampa, laico poi? Tra tanta cultura ed abilità talare non s'è trovato nessuno per questo ruolo? Se la stampa clericale riflette il clerico-sentire, allora c'è un sovvertimento completo dei paradigmi laddove le guide spirituali e i loro portavoce, meglio d' impenitenti come me, dovrebbero saper e VOLER cogliere l'amore che perfino una pianta riesce ad esprimere e non escluso le pietre. Certo gli animali non possono provare amore umano perché "animali" secondo logiche categorizzanti. Il problema è che non si può categorizzare l'amore, specialmente quello inteso in senso cristiano. Ho visto animali di specie diversa combattere (solo per la sopravvivenza della "specie".. problema che gli umani "amorevoli" non dovrebbero avere..) ma li ho visti collaborare, sorreggersi, proteggersi, nutrirsi salvarsi. Questa non può essere semplice biologia" animale" Dottor RAMARRO...e da medico maggiormente dovrebbe saperlo. Questo, è amore; sovrumano e incondizionato. Solo chi SA amare è in grado di leggere l'amore dell'universo; a cominciare dai minerali (nostra terra) a continuare con i vegetali (nostre radici) e gli animali (appunto, elementi fondanti la nostra ANIMA). No gli animali "non possono certo provare amore umano" perché loro stanno immediatamente prima di noi e ci superano in "percezione" esente da sovrastrutture, filosofie, religioni e menzogne. Loro amano sconsideratamente. San Francesco lo percepì e le sue "voci" cristiane l'hanno dimenticato, insieme ai loro porta-voce o capi-ufficio-stampa e medici. San Francesco ne abbracciò le piccole anime e ringraziò il Signore, parlò agli animali e cantò lodi a Dio. Le sue "voci" cristiane invece di andare scalzi come lui e rispettare le piccole divine anime delle altre creature viventi, pensano forse agli anelli preziosi, alle trine, ai rasi, ai taffetas, alle sete, agli oboli dei fedeli da mettere nella loro ricca banca. Loro, gli oboli e le scarpette dorate-firmate del papa (che chiede agli altri di "fare sacrifici" per i fratelli poveri del mondo). Tutte scarpe di prima qualità, con cui prendere a calci cani, gatti, uomini e Dio. Agnesina Pozzi * NOTE su CRISTIANO LOVATELLI RIVARINO da http://www.cristianolovatelliravarinonews.com/profilo.html http://photos-h.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/ hs023.snc1/2647_1054164045783_ 1576287650_30213628_610660_n.jpg Sono ormai passati tre anni da quando il mio journal on line si è gettato senza alcun salvagente nei marosi del web e per quanto questo possa tediare orrendamente il videolettore vorrei farne, con il suo permesso, un vago rendiconto . Mi scuserete se in maniera golosa e infantile abbozzerò un primo elenco di chi volutamente, o suo malgrado, ci ha incoraggiato (e non).



Si và dalle iniziali pacche sulle spalle di maestri come Sandro Viola (ineguagliabile, anche se le fidanzate gli preferivano Giorgio Soavi) alla simpatia espressami dal terribile duo Peter Gomez-Marco Travaglio, allo sguardo disossante con cui mi spolpò Eugenio Scalfari al Forum di Cortina (a cui segnalare una rivista on line è come chiedere a Himmler di assumere un rabbino talmudista) al templare mediatico trappista Paolo Barnard che pur considerandomi pericolosamente americano definisce geniale ciò che scrivo,al caporedattore-arte di El Pais Jesus Rodriguez che mi chiese di aiutarlo a scrivere un pezzo sullo Spanish Lover di Francis Bacon (un po' come se Paul Mc Cartney mi avesse chiesto di aiutarlo ad accordare il basso) a giudici come Otello Lupacchini che ai registi Rai di un film su d'Antona Francesco Cifani e Adolfo Lippi ha suggerito di venire da me (sebbene io di tal delitto non mi sia mai occupato) perché " tra i pochissimi veri conoscitori delle risposte sui misteri internazionali"(..magari!) alla infastidita benevolenza di firme come Claudio Sabelli Fioretti (che venti anni fa mi chiese la vera lista di Gladio salvo poi non deporre quello che gli avevo veramente detto in un processo in cui venne coinvolto come teste per un mio articolo ) a Giovanni Fasanella che -rivendicando togatamente l'insuperabilità del giornalismo cartaceo da dietro una scrivania- (io non ne sarei così sicuro in tempi in cui il New York Times sta seriamente prendendo in considerazione l'ipotesi di pubblicare solo on line) su un qualcosa su cui vado al primo posto sulle pagine dei motori di ricerca di tutto il mondo, cioè il mio prozio Igor Markevitch, avrebbe voluto per carità con garbo declassarmi però a fonte... fortuna che grandi scrittori come Ferdinando Camon - troppo generosamente - mi hanno scritto che il loro sito rispetto alle mie cose è noiosissimo o che siti inglesi selettivissimi come quello di Alex Russell che non l'avevano mai fatto prima per un articolo proveniente dall'Italia (sarà anche perché erano scritti in inglese)hanno ripreso e valorizzato diversi miei articoli (CONTINUA sul sito originario)
ANCORA UNA VOLTA APPARE CERTO L'INDEGNO SILENZIO MEDIATICO DEI NOTI SERVI DELL'INFORMAZIONE: PER LA DIFFUSIONE DI QUESTO DURO ATTO D'ACCUSA, CONFIDO MAGGIORMENTE SUGLI ONESTI DI QUESTO NOSTRO PAESE, OSTAGGIO DI "PENTITI" E SCIACALLI CHE DELLE STRAGI 1992 GODETTERO IL VANTAGGIO GIUDIZIARIO E POLITICO. GRAZIE AI POCHI MA BUONI, CHE ATTRAVERSO LA DIFFUSIONE DELLA LETTERA - DENUNCIA AIUTERANNO LA VERITA AD EMERGERE, ANCHE SE QUESTA FA L'INTERESSE DI UN UOMO, CHE MOLTI DI NOI "POLITICAMENTE” O MORALMENTE NON STIMIAMO. GRAZIE
Accludo testo della lettera aperta inviata il 1 dicembre us. a mezzo raccomandata al Presidente del Consiglio ed a tutti i destinatari indicati della stessa – Gioacchino Basile
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"Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è sicura, né conveniente, né popolare, ma bisogna prenderla perché è giusta - Martin Luter King”
e p.c.
Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Presidente del Senato Renato Schifani
Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini
Presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Pisanu
Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso
ai Mezzi d’informazione e tutti gl’indirizzi e-mail conosciuti dallo scrivente.
dopo la missiva che Le ho inviato in data 10 giugno 2008, torno a scriverLe nella speranza che il suo senso dell’onore e la necessita di porre immediato riparo agli inquietanti scenari giudiziari che si delineano contro la sua persona e contro la libera volontà democratica del popolo Italiano questa volta la porti a reagire senza ulteriori indugi alla feccia “pentitistica” ed a “quei tristi convincimenti giudiziari” che posso dimostrare d’essere “la solida casa matta” di quegli imperscrutabili demoni, che farebbero arrossire di vergognosa ingenuità perfino i demoni di Fedor Dostoevskij!
La strage di Via D’Amelio fu l’infamia statalista, che realizzò le uniche condizioni possibili per fare largo alle indegne omissioni della Procura di Palermo di cui il volto più visibile è l’attuale Procuratore aggiunto Vittorio Teresi: proprio quello che fra l’altro ha avuto recentemente anche il coraggio di scrivere : << E’ questo il periodo, breve ma intensissimo, in cui sono stato più vicino a Paolo Borsellino, la difficile stagione della Procura opaca, che avrebbe potuto produrre enormi risultati se si fosse avvalsa appieno dell’esperienza di Borsellino, ma che appariva frenata e lacerata, a causa di una dirigenza, che ritardava, frenava, ostacolava Paolo e lo teneva all’oscuro dei fatti maggiormente significativi, la stessa dirigenza che aveva mortificato la professionalità di Giovanni Falcone.>> è conclude scrivendo << Sono stato un “ragazzo di Paolo” solo per poco tempo, con lui in vita. Lo sono rimasto per sempre dopo la sua morte.>>
Signor Presidente, la strage di Via D’Amelio è il nervo scoperto dell’infamia consociativa nella quale Lei, seppur ne godeva i vantaggi politici non aveva alcun ruolo istituzionale è decisionale.
Signor Presidente, in patriottica osservanza dell’art. 54 della nostra Costituzione, torno a scriverLe per informarla che al di là d’ogni ragionevole dubbio, posso dimostrare la logicità e piena fondatezza d’un velenoso sospetto che offre in pittorica visione un depistaggio istituzionale fondato su quella tragicomica “trattativa” che dovrebbe crocifiggere Lei alla calunnia di questa ipotesi investigativa per stravolgere la democratica scelta elettorale degli italiani ed affondare le ragioni della verità che necessitò urgentemente della strage di Via D’Amelio per i prossimi 20 anni, nella melma paludosa dei demoni, dei “pentiti”, dei convincimenti di Magistrati speriamo solo inadeguati e dello sciacallaggio politico che da destra a sinistra pur di cancellarlo dallo scenario del potere reale, lo vorrebbe eliminare anche fisicamente dalla faccia della terra.
Null’altro faccio che il mio patriottico diritto dovere dettato all’art.54 della Costituzione, quando affermo che il triste teatrino che emerge da fatti documentai e registrati in sede giudiziaria assume il volto delProcuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso.
La granitica base eziologia del mio motivato sospetto e la lucida nonché logica cronologia che emerge dai fatti unitamente alle recenti tragicomiche e mai certe dichiarazioni pubbliche rese da Piero Grasso per accreditare “la trattativa” fra lo Stato e la feccia criminale, rendono grande dignità al sospetto che lo vede protagonista in questo triste scenario.
Il Procuratore Nazionale Antimafia, che con le sue pubbliche dichiarazioni ha fatto ridere la gente del nostro Paese ed ha tolto prestigio all’Onore della nostra Costituzione da molti anni sa benissimo che la strage di via D’Amelio realizzò l’urgente ed immediato interesse delle omissioni della Procura di Palermo che uccise i miei ed altrui sogni di libertà e seppellì il dossier mafia-appalti mentre il cadavere di Paolo Borsellino attendeva ancora degna sepoltura.
Signor Presidente Silvio Berlusconi, come può constatare la presente missiva è stata inviata per conoscenza anche allo stesso Pietro Grasso, di cui non temo smentite e da cui anzi, mi aspetto la giusta reazione che nel suo interesse dovrebbe rendere onore ad una diversa verità: anche quella che potrebbe vestire lo scrivente nelle vesti di calunniatore. (sic.)
Preciso che, seppur tradito in modo ignobile da pezzi importanti della procura palermitana e forse non solo quella, il mio rispetto per l’Istituzione della Magistratura resta saldo, ma confermo che fino a quando non sarò audito con tutte le garanzie di legge dalla Commissione Antimafia, non accetterò alcun contatto con qualsiasi Magistrato per la totale sfiducia umana accumulata dentro l’animo mio, dopo ben 30 anni di tradimenti subiti ad opera dei noti demoni dell’inferno siciliano.
Di questa scelta, mi scuso fin d’adesso con tutti gli uomini e le donne della Magistratura del nostro Paese che operano con l‘adeguato Onore dei Giusti il loro ruolo Istituzionale
Signor Presidente, non c’è “pentito” che può calunniarmi, non esiste Magistrato che può screditarmi, sono pochi i politici che non si debbono vergognare per aver partecipato ignobilmente all’infame concerto del silenzio che dovrebbe uccidere i miei sogni di verità e giustizia.
Posso gridarlo forte; non c’è ragione che può mettere in discussione il mio patriottismo, ma c’è un’infernale sistema al quale sono costretto da 30 anni a soccombere. Quello che vede protagonisti i demoni che operano con l’indegna mafiosità del tradimento istituzionale e nella certezza d’esser protetti dal depistaggio editoriale e dal silenzio gestito dai potentati statali e privati e dai loro servi - professionisti dell’antimafia - che godettero i vantaggi stragisti del 1992.
Presidente, patriottismo significa difendere la nostra Costituzione anche quando si fa l’interesse personale, morale, culturale ed ideologico di quelli che sono molto distanti da noi.
Presidente, scrivo con la piena consapevolezza che adesso la mia vita è davvero al capolinea, ma scrivo altresì con la determinazione di quelle ragioni della libertà e della dignità umana, che non temono i tradimenti dei vili e l’infame potere di chi usa la legge contro la nostra Costituzione.
Concludo sfidando i miei convincimenti e sperando che essi per una volta nella vita siano sconfitti dall’alto senso dell’Onore Istituzionale e personale di cui Lei ed i destinatari di questa missiva spero vi renderete protagonisti per il bene del nostro Paese.
Gioacchino Basile
http://www.youtube.com/watch?v=AzoyBASu5Uk
con sottotitoli in italiano per non udenti
http://www.youtube.com/watch?v=e3-a6jDxRvU
senza sottotitoli
http://www.youtube.com/watch?v=SwcvdAXphbo
con sottotitoli inglese
http://www.youtube.com/watch?v=L81XVELzs-Y
lettera ad Achille Serra, Prefetto
http://www.youtube.com/watch?v=tIDNLdLH1rk
al Presidente Napolitano con sottotitoli in spagnolo
http://www.youtube.com/watch?v=1mKtTKZdnfA